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	<title>Valentina Zandonà, Autore presso PROFILI CRIMINALI</title>
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	<description>La vera faccia del crimine</description>
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	<title>Valentina Zandonà, Autore presso PROFILI CRIMINALI</title>
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		<title>La violenza in corsia</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/08/09/la-violenza-in-corsia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Aug 2019 13:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sul mondo sommerso delle aggressioni agli operatori sanitari Le segnalazioni di episodi di violenza a danno degli operatori sanitari,</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/08/09/la-violenza-in-corsia/">La violenza in corsia</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Riflessioni sul mondo sommerso delle aggressioni agli operatori sanitari</em></h2>
<hr />
<p>Le segnalazioni di episodi di <strong>violenza a danno degli operatori sanitari</strong>, intesi come infermieri, OSS, medici, figure educative e assistenziali che lavorano a stretto contatto con il paziente negli ospedali, negli ambulatori o nelle case di cura, sono descritti da articoli di cronaca con frequenza crescente negli ultimi mesi rispetto al passato, forse per una presa di coscienza collettiva della gravità di tali fenomeni, spesso estranei ai non addetti ai lavori. E se l’argomento non è proprio al centro dei riflettori, non significa che tali fenomeni non siano connotati da una particolare gravità o che non comportino <strong>conseguenze importanti sulla salute fisica e mentale della vittima di violenza</strong>.</p>
<p>Chiunque lavori nel settore sanitario potrà però affermare, riflettendo a posteriori anche solo sulla propria personale esperienza professionale, di essere stato almeno una volta vittima di violenza verbale o, peggio ancora, fisica da parte di un paziente; non solo, lo stesso riporterà anche di avere assistito agli stessi tipi di violenza agiti nei confronti di un collega. E’ a questi eventi “sentinella” che ci riferiamo quando parliamo di “mondo sommerso”: vediamo insieme <strong>come si manifesta la violenza in corsia</strong> descrivendone brevemente qualche caso e ipotizzandone i fattori causali anche alla luce di analisi statistiche.</p>
<h3><strong>Aggressioni in ambiente sanitario</strong></h3>
<p><strong>Febbraio 2019</strong>: all’Ospedale NOA di Massa, presso il reparto di psichiatria, <strong>due infermiere e una Operatrice Socio Sanitaria vengono aggredite con ferocia</strong> e sono costrette ad accedere al Pronto Soccorso per sottoporsi a esami diagnostici e far fronte alle gravi lesioni riportate; a causa dello shock subito, passerà del tempo prima che rientrino regolarmente al lavoro. L’aggressore è un paziente psichiatrico conosciuto da tempo ai Servizi di Salute Mentale.</p>
<p><strong>Giugno 2019</strong>: presso il Pronto Soccorso del Fatebenefratelli di Milano <strong>due uomini, padre e figlio,  a causa del prolungarsi dell’attesa oltre le 12 ore, prendono a pugni e sputi e minacciano di morte l’infermiere addetto al Triage</strong> e feriscono anche una guardia giurata intervenuta. I lunghi tempi di attesa sono causati dalla presenza nel reparto di un solo medico e un infermiere, in quel giorno particolare impegnati a soccorrere un caso molto grave.</p>
<p><strong>Giugno 2019</strong>: al Pronto Soccorso di Codogno <strong>un uomo di 24 anni ivi recatosi per una ferita lacero contusa alla testa, a causa del protrarsi dell’attesa dà in escandescenze, colpendo un medico con una testata e strattonando violentemente un infermiere</strong>. Viene denunciato per violenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio.</p>
<p><strong>Giugno 2019</strong>: presso il Pronto Soccorso S. Maria della Misericordia di Perugia, sebbene poco affollato, <strong>un infermiere presso il Triage, impegnato nell’assistere un paziente, viene aggredito, prima verbalmente e poi fisicamente, dal parente di un altro paziente</strong> che pretende di ricevere notizie relative a quest’ultimo. L’infermiere si fa soccorrere da un medico in turno e sporge denuncia nei confronti dell’aggressore.</p>
<p><strong>Luglio 2019</strong>: all’Ospedale dell’Angelo di Mestre, all’interno del Pronto Soccorso, <strong>un’infermiera viene spinta per terra da un paziente psichiatrico che attende il suo turno in un ambulatorio</strong> a causa dell’importante accesso di utenti. La donna si procura una frattura al ginocchio con prognosi di due mesi. Il segretario del sindacato riferisce che quello riportato <em>non è il primo caso di aggressione </em>accaduto nella struttura ospedaliera: altri due infermieri erano stati aggrediti riportando uno graffi al torace, l’altra la frattura del polso.</p>
<h3><strong>Cause precipitanti: Profilo psicologico dell’aggressore e fattori ambientali</strong></h3>
<p><strong> </strong>Basandoci sui dati ottenuti da un sondaggio rivolto ad un campione di medici e volto ad accertare il verificarsi di aggressioni nella pratica clinica, veniamo a conoscenza del fatto che <strong>circa la metà delle violenze riportate dai medici si distribuiscono tra il reparto psichiatrico (34%) e il Reparto di Pronto Soccorso (20,26%)</strong>; la restante metà dei fenomeni si distribuisce variamente ma in modo meno significativo sugli altri reparti. Riflettiamo quindi sui fattori che determinano l’aggressione nei due reparti citati: <strong>la sofferenza psichiatrica </strong>e la <strong>frustrazione di un bisogno.</strong></p>
<h3><strong> </strong><strong>Quando l’aggressore è un paziente psichiatrico</strong></h3>
<p>Nella letteratura clinica ritroviamo la violenza agita da un paziente psichiatrico principalmente collegata alla compresenza di determinate patologie. Citiamo in primo luogo l’<strong>episodio psicotico acuto</strong> in cui la persona, preda di proprie convinzioni di carattere delirante, aggredisce la persona individuata come persecutoria seguendo una propria trama personale, spesso inconoscibile prima dell’agito. Altra condizione potenzialmente rischiosa per il sanitario è l’assistenza ad un paziente in stato di <strong>craving da sostanze stupefacenti o alcolici</strong>, che diventa aggressivo in quanto il desiderio impulsivo della sostanza in un quadro clinico di dipendenza è così intenso da diventare incontrollabile, così come le azioni messe in atto per ricercare la soddisfazione del bisogno.</p>
<p>Sul versante dei <strong>disturbi della personalità</strong>, ritroviamo episodi di aggressività sia nel <strong>disturbo borderline</strong>, in cui la condotta impulsiva associata alla svalutazione dell’altro può determinare situazioni critiche, sia nel <strong>disturbo antisociale</strong>, quando l’individuo percepisce come frustrata la soddisfazione di un proprio desiderio irrefrenabile a causa dell’altro.</p>
<p>Ritroviamo comunque agiti aggressivi associati anche ad altre patologie, quando un quadro psicologico di instabilità emotiva è concomitante alla frustrazione di un bisogno la cui soddisfazione è percepita come indispensabile.</p>
<h3><strong>La frustrazione del bisogno</strong></h3>
<p>Anche la persona priva di una diagnosi psichiatrica in alcuni contesti e in concomitanza di una frustrazione di un bisogno può mostrarsi aggressiva. Abbiamo visto che spesso l’agito violento si manifesta a causa di una <strong>scarsa capacità di tollerare le attese</strong>, nella situazione in cui l’individuo considera il proprio bisogno prioritario rispetto a quello degli altri. Ciò può accadere se lo stesso si trova in <strong>uno stato di sofferenza fisica insopportabile</strong> che desidera disperatamente placare, ma anche quando <strong>la sofferenza di un familiare</strong> crea in lui un crescente stato ansioso.</p>
<p>Inoltre, le aggressioni possono essere messe in atto da parte di persone che si trovano in uno stato clinico alterato per l’assunzione e i relativi <strong>effetti avversi di determinati farmaci</strong>, o da parte di persone la cui agitazione è giustificata da una particolare <strong>condizione medica generale</strong>.</p>
<h3><strong>Un ambiente sicuro</strong></h3>
<p>L’agito violento giunge a compimento anche perché favorito da un ambiente caotico, disorganizzato, o da carenze legate alla gestione organizzativa del personale. Ecco perché, anche alla luce dei casi riportati, dobbiamo ritenere indispensabili per la prevenzione delle aggressioni:</p>
<ul>
<li>lo svolgimento di un’attenta <strong>valutazione dei rischi del servizio sanitario </strong>(ripescando dalla tendenza alla rimozione gli episodi critici verificatisi in passato);</li>
<li>la <strong>formazione dell’operatore sanitario e degli addetti alla sicurezza</strong> nella gestione del paziente agitato, formazione che deve necessariamente comprendere nozioni operative di difesa personale;</li>
<li><strong>ovviare al problema del sottodimensionamento del personale</strong>, che porta con sé un sovraffollamento dei servizi e maggiori rischi per il personale in turno.</li>
</ul>
<hr />
<p><strong>Fonti:</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.agi.it/">agi.it</a></li>
<li>mestre.veneziatoday.it</li>
<li>versiliatoday.it</li>
<li><a href="http://www.iltamtam.it/">iltamtam.it</a></li>
<li><a href="http://www.ilcittadino.it/">ilcittadino.it</a></li>
<li><a href="http://www.anaao.it/">anaao.it</a></li>
<li>DSM 5</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Analisi clinica di un Serial Killer italiano: Roberto Succo</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/08/06/roberto-succo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Aug 2019 09:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[antisociale]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo narcisistico di personalità]]></category>
		<category><![CDATA[roberto succo]]></category>
		<category><![CDATA[sadismo]]></category>
		<category><![CDATA[schizofrenia paranoide]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analisi del profilo psicologico di Roberto Succo, serial killer italiano che, dopo aver compiuto una strage familiare, ha terrorizzato Italia</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/08/06/roberto-succo/">Analisi clinica di un Serial Killer italiano: Roberto Succo</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Analisi del profilo psicologico di Roberto Succo, serial killer italiano che, dopo aver compiuto una strage familiare, ha terrorizzato Italia e Francia.</em></h2>
<hr />
<p>Ripercorriamo insieme il profilo psicologico e le vicende legate a <strong>Roberto Succo</strong>, serial killer italiano che, dopo aver compiuto una strage familiare, ha terrorizzato parte dell’Italia e della Francia durante i suoi periodi di latitanza erratica, mietendo vittime in modo apparentemente casuale. Rintracciato e ricondotto in carcere, si toglierà la vita infilando la testa in un sacchetto contenente il gas delle bombolette consentite ai detenuti per scaldarsi il caffè.</p>
<h3><strong>Chi è Roberto Succo</strong></h3>
<p>Roberto nasce a Mestre nel 1962, figlio di un poliziotto e di una casalinga. Il 12 aprile 1981, <strong>a soli 19 anni, vedendosi rifiutata l’auto del padre e a seguito di un litigio con la madre uccide spietatamente quest’ultima con 32 coltellate</strong><em>;</em><strong> attende poi che rincasi il padre</strong>, al quale sottrae la pistola di ordinanza e sul quale si riversa l’incontenibile follia omicida: Roberto<strong> lo strangola e lo finisce con il retro di un’accetta</strong><em>.</em> Non si libera dei corpi dei genitori: li depone nella vasca da bagno, che si limita a riempire d’acqua; poi fugge: chiude a chiave la porta di casa, prende l’auto e si dirige in Friuli. <strong>Viene rintracciato ed arrestato tre giorni dopo nei pressi del confine Jugoslavo</strong>. Tre mesi dopo, in carcere, consegue il diploma di Maturità Scientifica; contestualmente <strong>dichiarato infermo di mente</strong>, gli viene notificata una condanna di 10 anni da scontare presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia.</p>
<h3><strong>La fuga</strong></h3>
<p>Apparentemente adeguato al contesto carcerario, dove svolge regolarmente colloqui con il cappellano e dove si distingue come detenuto modello per la condotta, richiede e ottiene il permesso di proseguire gli studi e di iscriversi all’Università di Parma, presso la facoltà di Geologia. Ottenuta la semilibertà volta ad agevolarlo nella frequentazione dell’ateneo, ne approfitta per evadere: prende un treno per Genova e fa perdere le sue tracce. Cambia il suo cognome in “Zucco” e, recuperati dei documenti falsi, si trasferisce in Francia. Un paio di mesi dopo terrorizzerà i francesi mettendo a punto degli omicidi dalle dinamiche imprevedibili.</p>
<h3><strong>Delitti in Francia</strong></h3>
<p>Il <strong>2 aprile 1987</strong> Roberto si trova in Savoia e ritorna ad uccidere: <strong>ammazza un brigadiere</strong>, cui ruba la pistola calibro 9. Nemmeno un mese dopo, nell’alta Savoia,<strong> rapisce una ragazza: la uccide ammanettata ad un letto e getta nel fiume il corpo</strong> che non verrà mai ritrovato. La sera stessa <strong>compie il sequestro di un medico vicino di casa della giovane</strong>, la cui salma verrà ritrovata qualche mese dopo all’interno di una casa abbandonata.</p>
<p>L’identità dell’assassino resta agli inquirenti ancora sconosciuta; le indagini sono ad un punto fermo, mentre si attribuiscono a questo ipotetico serial killer altri delitti: il <strong>sequestro di madre e figlia costrette a subire molestie sotto minaccia armata</strong>, e la <strong>violenza sessuale e l’omicidio agiti nei confronti di un’altra donna trovata nuda con un proiettile conficcato nella testa</strong>. Una condotta delittuosa così apparentemente confusa rispetto alle modalità di uccisione e alla scelta della vittima, che sembrano non seguire dei precisi criteri, disorienta gli inquirenti, mentre si continuano ad attribuire al misterioso assassino i casi di omicidi irrisolti che avvengono nella zona.</p>
<p>Nel frattempo viene ritrovata a Losanna, in Svizzera, l’automobile del brigadiere ucciso, recante nel bagagliaio la pistola a lui sottratta, un fucile e la sua uniforme militare. Ma Succo, nonostante il viaggio in Svizzera, è nuovamente <strong>in Francia, a Tolone: forse per difendere una ragazza che sta frequentando, tenta di uccidere un pregiudicato</strong>. Successivamente, con estrema ferocia, <em>f</em><strong>redda con dei colpi di pistola un ispettore di polizia</strong>, cui rivolge le parole <strong>“Je te tue”</strong> (“Io ti uccido”) prima di puntargli l’arma alla testa e sparargli.</p>
<p>Nel 1988 rientra in Italia passando dalla Svizzera e viene rintracciato e arrestato. Ritenta nuovamente la fuga dal penitenziario di Treviso improvvisando una conferenza stampa sul tetto del carcere, ma il tentativo si rivela un fallimento; morirà nel carcere di Vicenza nel mese di maggio dello stesso anno.</p>
<h3><strong>Profilo Psicologico</strong></h3>
<p>Roberto Succo, nella più recente perizia psichiatrica, <strong>viene dichiarato infermo di mente </strong>a causa di una <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/tag/schizofrenia-paranoide/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">schizofrenia di tipo paranoide</a></span>. Da quanto emerso ritroviamo però in lui tratti caratteristici di una <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/02/20/disturbo-antisociale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">personalità di tipo antisociale</a></span>: <strong>l’intolleranza della frustrazione e l’agito impulsivo</strong> (vedi l’omicidio dei genitori), <strong>la mancanza di una dimensione empatica nei confronti delle vittime</strong>, affinate <strong>capacità manipolatorie</strong> (la fuga dal carcere), la dedizione ad attività illecite e criminali; accanto a ciò, una non trascurabile <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/09/21/narcisismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">visione grandiosa del sé</a></span>, più di pertinenza narcisistica, che si intravede nell’incontrastabile “Je te tue”, ipoteticamente determinata anche dalla reale dinamica degli eventi, a fronte dell’incapacità delle forze dell’ordine di rintracciare il killer, che invece è abile nel camuffarsi, nel non lasciare tracce, nel muoversi indisturbato anche tra più stati europei.</p>
<p>Riconosciamo in Roberto Succo un <strong>livello intellettivo medio-alto</strong>, sia nell’abile organizzazione della sua fuga, sia nella sua capacità di rimanere nell’ombra. La perizia attribuitagli sicuramente abbraccia aspetti psicologici non conosciuti pubblicamente, come dinamiche mentali deliranti e persecutorie che lo hanno spinto a delinquere.</p>
<p>La condotta delittuosa di Succo, come già illustrato, appare confusa e diversificata nei metodi (strangola, accoltella, utilizza armi da fuoco), sebbene si intraveda limpida una <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/02/17/sadismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">spinta sadica</a></span>, scatenata dapprima dall’impulso irrefrenabile castrato dai genitori, e successivamente agita nei confronti principalmente delle donne, che violenta e uccide in balia di tali impulsi (di frequente sequestra donne, le immobilizza, le minaccia).</p>
<p>Roberto Succo però non uccide solo donne: probabilmente <strong>si accanisce su chiunque tenti di allontanare da lui la soddisfazione di un suo bisogno</strong>: il vicino di casa che magari ha intravisto qualcosa ed è intervenuto, il brigadiere o il poliziotto che, in quanto rappresentanti della legge, si interpongono tra lui e la sua libertà.</p>
<hr />
<p>Fonti:</p>
<ul>
<li>ilgazzettino.it</li>
<li>wikipedia.it</li>
<li>occhirossi.it</li>
<li>DSM 5</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cospirazioni aliene e rettiliani: il delitto di Barbara Rogers</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/07/29/barbara-rogers/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 08:32:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[barbara rogers]]></category>
		<category><![CDATA[psicosi collettiva]]></category>
		<category><![CDATA[psicotico]]></category>
		<category><![CDATA[rettiliani]]></category>
		<category><![CDATA[Sherry Shriner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analisi delle conseguenze estreme dell’appartenenza ad un (bizzarro) gruppo ideologico Sherry Shriner ama descrivere la propria missione sulla terra qualificandosi</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/07/29/barbara-rogers/">Cospirazioni aliene e rettiliani: il delitto di Barbara Rogers</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Analisi delle conseguenze estreme dell’appartenenza ad un (bizzarro) gruppo ideologico</em></h2>
<hr />
<p><strong>Sherry Shriner</strong> ama descrivere la propria missione sulla terra qualificandosi come “<em>Serva, profeta, ambasciatrice, figlia e messaggera del Più Alto Dio”</em>. Fondamentalmente la donna è la <strong>fondatrice di un gruppo ideologico-religioso</strong> che la stessa non ama definire una setta in quanto ognuno sarebbe libero di aderirvi o di non farne parte. Ha pubblicato diversi libri e articoli riguardanti <strong>cospirazioni aliene, complotti e funeste profezie bibliche</strong>; ha realizzato un sito internet ricchissimo in contenuti con lo scopo di condividere informazioni che suffraghino quanto da lei sostenuto.</p>
<p>Per illustrare il caso di <strong>Barbara Rogers</strong>, una donna della Pennsylvania affiliata a tale gruppo e <strong>condannata per l’omicidio del fidanzato</strong>, approfondiremo nello specifico cosa significhi credere in un mondo quasi irrimediabilmente invaso dagli alieni.</p>
<h3><strong>I rettiliani</strong></h3>
<p><strong>Il mondo prospettato dalla Shriner è segretamente in mano agli alieni rettiliani</strong>: con la forza introducono nella gola dell’essere umano designato un piccolo serpente che assumerà il controllo della sua mente e del suo corpo, trasformandolo in un rettile dalle sembianze umane che si sostituirà completamente a lui. Tale pratica segue una lunga osservazione delle abitudini della persona per riuscire a sostituirla senza destare sospetti negli altri. Non finisce qui: il rettile impara a imitare le emozioni umane per confondersi nella società, non possedendo di base sentimenti, compassione e qualsivoglia idea di amore.</p>
<p><strong>I rettiliani hanno lo scopo di controllare la società e avrebbero già clonato politici, celebrità, avvocati, giudici</strong>: chiunque si trovi in una posizione di forte potere o influenza (e “oltre il 90% delle persone che vedi alla tv”). Eppure c’è un modo per riconoscerli ad una attenta osservazione: la Shriner elenca tutta una serie di caratteristiche quali la forma ovale delle pupille, l’ammiccamento rapido, la lingua biforcuta, lacerazioni nella pelle finta dove si intravedono delle squame, il consumo di carne rossa. Come salvarsi? Con una forma di energia chiamata Orgone.</p>
<h3><strong>L’omicidio in Pennsylvania</strong></h3>
<p><strong>Barbara Rogers e Steven sono fidanzati e seguono tale culto online</strong>, focalizzato sugli alieni e sulla fine del mondo. Una sera il 911 riceve una chiamata in cui la donna riferisce: «<em>il mio ragazzo aveva una pistola. Mi ha detto di reggerla qui e premere il grilletto. Oh mio Dio, è morto!».</em></p>
<p>La donna riferirà successivamente che<strong> il ragazzo era preoccupato per dei problemi rilevati all’interno del gruppo; aveva inoltre assunto la convinzione che la leader del gruppo fosse una rettiliana</strong>. Comunicato tale dubbio alla Shriner, la stessa aveva negato di esserlo e gli aveva consigliato, piuttosto, di stare attento a Barbara, che invece era posseduta: la definì “<em>Super Soldato Strega Vampiro Rettiliana</em>” e con quale supporto a tale tesi? La predilezione della ragazza per le carni rosse.</p>
<p>Steven, rientrato a casa con la ragazza la sera del 15 luglio 2017, sconvolto, arma la sua pistola, la punta alla propria fronte e insiste perché Barbara prema il grilletto. Tutto accade in un attimo, la ragazza riferirà di non essere stata a conoscenza che l’arma fosse carica. La pena per l’omicidio di terzo grado (un delitto di gravità modesta secondo l’ordinamento statunitense) prevede per lei un massimo di 40 anni di reclusione.</p>
<h3><strong>Analisi psicologica dei protagonisti e del contesto</strong></h3>
<p>Abbiamo già discusso relativamente ad alcune <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/05/23/jim-jones-suicidio-collettivo-di-jonestown/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sette che hanno causato morti e sofferenze agli adepti</a></span>, ci troviamo però d’accordo con la Shriner almeno per quanto riguarda il suo rifiuto di riferirsi al proprio gruppo come ad una setta: le persone vi afferiscono in modo volontario e spontaneo, seguendo certamente delle motivazioni personali. Ci sentiamo certamente di discostarci dalle teorie diffuse dalla leader, in quanto non suffragate da dati reali o provate scientificamente:  del resto, trattandosi a suo modo di una teoria del complotto, proprio il fatto di non poterla né provare né contestare conferisce alla teoria stessa il potere di diffondersi.</p>
<p>Tornando ai protagonisti, <strong>possiamo individuare nella leader caratteristiche simili a quelle del capo di una setta: idee diffuse di grandiosità, convinzioni di dover portare a termine una missione, di essere a diretto contatto con Dio o con entità soprannaturali</strong>. Ponendo che la persona in questione non agisca in questo modo esclusivamente per guadagno monetario in un contesto manipolatorio (e che quindi non sia inquadrabile semplicemente come “ciarlatana”) e ipotizzando che tali prospettive sulla realtà siano nel suo intimo “vere” <strong>possiamo individuare nella donna una forma di psicosi caratterizzata da forme di delirio bizzarro, grandioso e persecutorio</strong>. Un individuo con tali caratteristiche non ha bisogno di agire con coercizione per ottenere dei seguaci: il gruppo di persone che la circonda, condividendo le sue idee, dà vita ad una forma di <strong>psicosi condivisa</strong> che si autoalimenta nella vita di gruppo; lo stesso contesto gruppale diventa centrale nella vita quotidiana e alla luce dei fatti disfunzionale come compenso psicologico o anche come semplice conforto. <strong>Steven e Barbara, immersi in tale contesto, ne sono rimasti vittime: la paura causata dal delirio non compensato li ha condotti a reagire in modo irrazionale</strong>.</p>
<p>Il difficile contatto con le proprie emozioni nel soggetto psicotico non casualmente, a parere della scrivente, individua e proietta nel soggetto persecutore (l’alieno rettiliano) le caratteristiche di anaffettività sopra riportate, che non corrispondono che alla propria intima, notevole difficoltà nella gestione degli impulsi e nella relazione con l’altro.</p>
<hr />
<p>Fonti:</p>
<ul>
<li>sherryshriner.com</li>
<li>washingtonpost.com</li>
<li>philadelphia.cbslocal.com</li>
<li>eu.usatoday.com</li>
<li>DSM 5</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/07/29/barbara-rogers/">Cospirazioni aliene e rettiliani: il delitto di Barbara Rogers</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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		<item>
		<title>Dissociazione tra fantasia e realtà: lo strano delitto del Canaro</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/07/10/il-canaro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2019 09:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[canaro]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo narcisistico di personalità]]></category>
		<category><![CDATA[pietro de negri]]></category>
		<category><![CDATA[sadismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Volevo far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane e così gli ho anche tagliato le orecchie come</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/07/10/il-canaro/">Dissociazione tra fantasia e realtà: lo strano delitto del Canaro</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>«Volevo far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane e così gli ho anche tagliato le orecchie come facevo ai dobermann. Sembrava uno zombie. Non moriva mai. Alla fine, esasperato, gli ho aperto la bocca con una chiave inglese, rompendogli i denti, e l’ho soffocato mettendogli dentro tutto quello che gli avevo amputato. Poi l’ho portato tra i rifiuti, dove si meritava, e gli ho dato fuoco»</h2>
<hr />
<p><strong>Pietro De Negri</strong>, soprannominato &#8220;<strong>Il Canaro</strong>&#8221; per via dell&#8217;attività di toelettatore da lui svolta nella zona della Magliana Nuova a Roma, si rende <strong>colpevole di un omicidio il 18 febbraio 1988 ai danni dell&#8217;ex pugile dilettante Giancarlo Ricci</strong>. Ciò che suscita interesse è la discrepanza esistente tra la dinamica di tortura e omicidio riportata dall&#8217;assassino, il quale mai ha negato di essere coinvolto nella vicenda, e quanto emerso dopo un&#8217;attenta analisi anatomopatologica svolta sul cadavere della vittima e la relativa ricostruzione dei fatti.</p>
<h3>Il movente</h3>
<p>Tra il De Negri e il Ricci non corre buon sangue: per una rapina messa a punto da entrambi nel 1984, solo De Negri viene arrestato; il compagno Ricci fa sparire tutto il bottino e muove minacce all&#8217;uomo, verso cui agisce anche prepotenze che in alcuni casi assumono la forma di percosse e maltrattamenti fisici.</p>
<p>Vessato dall&#8217;ex-compagno, De Negri decide di farsi giustizia: inventando la scusa di voler rapinare uno spacciatore di cocaina presente nel proprio negozio, De Negri attira Ricci presso il locale e lo uccide. Il corpo di Giancarlo Ricci viene rinvenuto il giorno dopo da un uomo che portava il proprio cavallo al pascolo. Se dapprima si pensa a un regolamento di conti nell&#8217;ambito del traffico di stupefacenti, dopo aver analizzato la testimonianza di un amico della vittima (che lo aveva accompagnato al negozio, e che poi era stato allontanato da De Negri con un pretesto), De Negri viene arrestato e confessa senza alcun pentimento.</p>
<h3>Le due versioni dell&#8217;omicidio</h3>
<p>Interrogato rispetto alla dinamica dell&#8217;omicidio, De Negri riferisce di aver convinto Ricci a nascondersi dentro una gabbia per cani per realizzare il piano che aveva in mente e lì, in realtà, lo rinchiude.</p>
<p>Siamo intorno alle ore 15.00: l’uomo racconta che, in preda agli effetti dello stupefacente che gli scorre nel sangue, sevizia crudelmente l’amico per sette ore: dapprima <strong>incendia il suo volto con della benzina e lo stordisce con una bastonata</strong>; poi alza il volume dello stereo al massimo per non far udire le urla di dolore e, estratto l’uomo dalla gabbia, <strong>lo inchioda al pavimento, gli amputa i pollici e gli indici di entrambe le mani utilizzando delle tronchesi</strong>. Per prolungare l’agonia del malcapitato e non causargli una morte per dissanguamento, De Negri cauterizza le ferite inferte con della benzina. A questo punto, siamo intorno alle 16.00, racconta di aver fatto una pausa per andare a riprendere la figlia a scuola e accompagnarla a casa della madre. Poi la tortura prosegue: rientra al negozio e <strong>mutila la vittima di naso, orecchie, lingua e genitali</strong>; <strong>utilizza una tenaglia per introdurre tali parti amputate nella bocca dell’uomo, provocandone la morte per asfissia</strong>. La morte della vittima non placa il suo <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/02/17/sadismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">desiderio sadico</a></span>: si accanisce infatti sul cadavere, gli rompe i denti a martellate, gli infila le dita recise nell’ano e negli occhi, scoperchia la scatola cranica per lavargli il cervello con dello shampoo per cani. Intorno alle 22 si sbarazza del corpo e lo incendia, abbandonandolo presso una discarica.</p>
<h3>Ipotesi sulla psicologia del Canaro</h3>
<p>Il verbale di polizia sul ritrovamento del corpo di Ricci riporta “dozzine di inquietanti mutilazioni” e “un’evidente apertura del cranio, lunga circa 10 centimetri, tanto larga da scorgere all’interno la materia cerebrale coperta da una strana schiuma”. Lo stesso medico legale riferì che era “certamente opera di specialisti, gente che sa come si usa un coltello o un rasoio”.</p>
<p>La ricostruzione dei fatti del De Negri viene però <strong>smentita dall&#8217;autopsia</strong>: le mutilazioni, infatti, appaiono essere state praticate sul cadavere, e quindi post-mortem. Anche lo “shampoo al cervello” si rivela una pura ricostruzione fantasiosa e sappiamo anche che l’uomo non si recò nemmeno a prendere la figlia a scuola.</p>
<p>Alla luce di ciò, come collocarsi quindi rispetto al racconto dell’assassino? Dando per certa la versione degli esperti, possiamo solo ipotizzare un<strong> omicidio dalle dinamiche forse meno cruente</strong>, inserito in un contesto di criminalità che giustificherebbe la padronanza del metodo, ma certamente non possiamo risalire al reale svolgimento dei fatti.</p>
<p>Ciò che stupisce, è che il De negri confessò raccontando l’omicidio “come se leggesse un copione, esaltandosi”, qualcuno addirittura disse che “sembrava di stare in un teatro di prosa”.</p>
<p>L’omicidio “fantasticato” &#8211; estremizzato, raccontato come se fosse un’opera d’arte, vissuto dal soggetto come evento del tutto dipendente dal proprio controllo ed effettuato a mente lucida e a sangue freddo (idealmente, infatti, avrebbe anche interrotto le torture per recarsi candidamente a prendere la figlia a scuola) &#8211; non corrisponde alla realtà dei fatti e potrebbe essere associato sia a un forte senso di <strong>megalomania</strong>, sia a una <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/09/21/narcisismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">personalità di stampo narcisistico</a></span> in cui le componenti fantastiche di onnipotenza, fama e successo, insieme alla componente sadica, sono predominanti. Non possiamo però escludere che tale delitto, comunque premeditato, sia stato realizzato in preda all’ottundimento di coscienza dovuto all’<strong>importante abuso di sostanze </strong>che ne ha offuscato la stessa ricostruzione, motivo per cui il De Negri potrebbe avere messo insieme frammenti di quanto ricordato (effettivamente le mutilazioni e l’accanimento sul corpo della vittima si sono verificate) per creare uno scenario alimentato dalla forte carica emotiva derivante dalle angherie precedentemente subite dall’uomo e dal proprio irrefrenabile desiderio di vendetta.</p>
<hr />
<p>Fonti:</p>
<ul>
<li>ilpost.it</li>
<li>DSM 5</li>
<li>Wikipedia.it</li>
</ul>
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		<title>Stupro simulato e violenza inventata: quando la vittima diventa aggressore</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/07/01/stupro-simulato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jul 2019 10:34:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[borderline]]></category>
		<category><![CDATA[sadismo]]></category>
		<category><![CDATA[stupro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stupro simulato. Una breve analisi per provare ad impostare alcune ipotesi sulle caratteristiche di personalità della vittima-aggressore. Nel presente articolo</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/07/01/stupro-simulato/">Stupro simulato e violenza inventata: quando la vittima diventa aggressore</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Stupro simulato. Una breve analisi per provare ad impostare alcune ipotesi sulle caratteristiche di personalità della vittima-aggressore.</em></h2>
<hr />
<p>Nel presente articolo analizzeremo il fenomeno dello “stupro inventato”: donne, anche molto giovani, che denunciano individui ben precisi fingendo di essere state da essi violentate. Quali le motivazioni? Indaghiamo sommariamente qualche caso di cronaca per provare ad impostare alcune ipotesi sulle caratteristiche di personalità della vittima-aggressore.</p>
<h3><strong>Lo stupro della Circumvesuviana</strong></h3>
<blockquote><p><em>«I </em><em>magistrati hanno scarcerato due dei miei carnefici</em><em>. Ora ho paura. Quel giorno sono caduta in una trappola. Più ancora della violenza che </em><em>ho subito, mi ha fatto male quello che è successo dopo. Quando ti accorgi che non c’è giustizia, che non hai tutela, allora il dolore diventa insopportabile».</em></p></blockquote>
<p>Questo quanto dichiarato dalla 24enne alla stampa, dopo aver riferito alle Forze dell’Ordine di essere stata <strong>vittima di uno stupro di gruppo</strong> <strong>nell’ascensore della stazione della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano</strong> e di essere stata abbandonata dagli aggressori su una panchina.</p>
<p>Le telecamere a circuito chiuso presenti in loco, però, rivelano quel giorno una differente dinamica dell’accaduto: la ragazza saluta i tre ragazzi, mantenendo con uno di loro un atteggiamento più intimo; chiacchierano, fumano insieme, poi tutti e tre cercano un posto dove appartarsi, consumano dei rapporti sessuali (filmati anch’essi e descritti dai giudici non così violenti come dichiarato dalla donna), si ricompongono e tornano insieme tranquilli ai binari. La donna telefona alla madre, cui non allude minimamente all’accaduto e alla quale appare lucida; solo poco dopo scoppierà a piangere, attirando l’attenzione dei passanti. I tre ragazzi verranno tutti scarcerati, anche alla luce del quadro clinico della ragazza, autodefinitasi «<strong>bugiarda patologica»</strong>, e avente un vissuto familiare difficile.</p>
<h3><strong> «</strong><strong>Mi sono inventata tutto»</strong></h3>
<p>Agosto 2018: una ragazza di 15 anni si fa accompagnare dai genitori presso la caserma dei Carabinieri per denunciare di essere stata <strong>vittima di uno stupro di gruppo agito da «quattro uomini di colore» in un bosco dell’hinterland milanese</strong>. Messa sotto pressione dagli inquirenti, confesserà di aver raccontato una bugia: <strong>aveva denunciato una finta violenza per</strong> <strong>paura di essere rimasta incinta</strong> dopo un rapporto sessuale avuto con un ragazzo.</p>
<p>Contestuale a tale vicenda, una giovane donna mente agli inquirenti dichiarando di <strong>aver subito un abuso sessuale in un boschetto da parte di un «immigrato». Poi ammette di essersi inventata tutto</strong> perché aveva avuto un rapporto sessuale con un altro uomo e aveva paura di aver contratto qualche malattia.</p>
<p>A discrezione degli inquirenti <strong>ciascuna di esse potrà considerarsi indagata per «simulazione di reato»</strong>.</p>
<h3><strong>Profilo psicologico della vittima-aggressore: due ipotesi</strong></h3>
<p>I casi riportati poco sopra, sebbene molto simili, differiscono per alcune caratteristiche specifiche:</p>
<ul>
<li>Nel caso della Circumvesuviana <strong>il rapporto sessuale effettivamente si è verificato</strong> e l’agito subdolamente <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/02/17/sadismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sadico</a></span> della donna aggressore nei confronti delle vittime è preponderante rispetto a qualsiasi altra motivazione;</li>
<li>Nei casi seguenti, <strong>lo stupro è stato solo fantasticamente romanzato</strong> e la menzogna è stata utilizzata per camuffare eventuali conseguenze di una condotta sessuale poco cauta.</li>
</ul>
<p>Nel primo caso, assunte le difficoltà nel vissuto familiare e le dichiarazioni della donna che si era autodefinita «bugiarda patologica», e alla luce della condotta sessuale impulsiva e promiscua della ragazza, che agisce successivamente modalità ricattatorie nei confronti delle vittime, possiamo ipotizzare un <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/08/03/borderline/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">profilo di personalità di tipo Borderline</a></span>. Tale organizzazione di personalità è soggetta a <strong>repentini cambiamenti di umore</strong> (come emerso dalla vicenda) ed è caratterizzata da una <strong>marcata instabilità nelle relazioni con gli altri</strong> (alternativamente idealizzati o svalutati), da <strong>condotte impulsive</strong> (utilizzate spesso come tentativo di controllo dei propri picchi emotivi) e <strong>difficoltà nell’organizzazione cognitiva</strong> (la donna ignora la possibile presenza di telecamere o testimoni che potrebbero smentire la sua versione).</p>
<p>Possiamo ipotizzare che nella donna albergasse un certo <strong>bisogno di ricevere attenzioni e accudimento</strong> e che abbia utilizzato i tre malcapitati, amici inseriti nel continuum idealizzazione-svalutazione, per raggiungere il suo obiettivo.</p>
<p>Una condotta sessuale impulsiva è tuttavia una caratteristica ben riscontrabile nell’<span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.studiosalem.it/adolescenza-maschile-adolescenza-femminile/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">età adolescenziale</a></span>, in cui l’individuo è investito da – e deve imparare a gestire – tutta una serie di stimoli tra cui quello sessuale. Se consideriamo i casi successivi, è semplice quindi individuare le motivazioni che abbiano spinto la finta vittima alla menzogna se la immaginiamo inserita in un contesto familiare difficile e nel tormentato periodo adolescenziale, in cui l’individuo sta ancora ricercando delle reali figure di riferimento e si sente spesso anche piuttosto solo.</p>
<p>L’adolescente &#8211; la cui <em>corteccia prefrontale</em>, coinvolta nei processi di stima, anche delle conseguenze, di controllo degli impulsi e di valutazione del rischio, è in pieno perfezionamento &#8211; <strong>fallisce nel valutare le reali conseguenze delle proprie azioni o nell’immaginare la reale portata delle proprie dichiarazioni</strong>.</p>
<p>Infine, i contenuti riportati dalle giovani donne, curiosamente molto simili, assolvono semplicemente la funzione di <strong>mantenere la bugia in uno scenario vago</strong>: i luoghi, appartati e senza punti di riferimento precisi; gli aggressori, stranieri o comunque persone non identificabili con alcun individuo reale.</p>
<hr />
<p>Fonti</p>
<ul>
<li>tgcom24</li>
<li>Repubblica.it</li>
<li>Ilfattoquotidiano.it</li>
<li>DSM 5</li>
<li>Istitutobeck.com</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Josef Fritzl: storia di un sequestro familiare</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/06/09/josef-fritzl/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jun 2019 07:04:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[antisociale]]></category>
		<category><![CDATA[Josef Fritzl]]></category>
		<category><![CDATA[stupro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la follia si nasconde tra le mure domestiche E se qualche volta sei sola Ti faccio una sorellina La</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Quando la follia si nasconde tra le mure domestiche</em></h2>
<hr />
<blockquote><p><em>E se qualche volta sei sola</em><strong><em><br />
</em></strong><em>Ti faccio una sorellina</em><strong><em><br />
</em></strong><em>La pelle così giovane, la carne così forte</em><strong><em><br />
</em></strong><em>Sotto la casa, un nido d’amore<br />
</em>(“Wiener Blut”, Rammstein, 2009)</p></blockquote>
<p><strong> </strong>Ecco l’agghiacciante storia di Elisabeth Fritzl: sequestrata dal padre Josef per 24 anni nel seminterrato della loro stessa casa, sarà costretta a subire continui abusi sessuali da parte dell’uomo e darà alla luce 7 bambini. A Josef verranno contestati i reati di <strong>omicidio, riduzione in schiavitù, sequestro di persona, stupro, coercizione e incesto</strong> per i quali verrà condannato all’ergastolo. Analizziamo i capi di accusa inoltrandoci più nel dettaglio nella follia agita dall’uomo.</p>
<h3>Il finto allontanamento</h3>
<p>Ci troviamo ad Amstetten, Austria, è il 24 agosto 1984. Josef, padre di famiglia, denuncia insieme alla moglie Rosemarie la scomparsa della figlia diciottenne Elisabeth. I genitori riferiscono di un allontanamento volontario conseguente all’adesione ad una setta religiosa, come già successo due anni prima. A tale riguardo Elisabeth dichiarerà:</p>
<blockquote><p><em>Nel 1982 avevo sedici anni ed ero fuggita da casa. Lui mi stuprava da molto tempo. Dall&#8217;autogrill di Strengberg mi ero nascosta a Vienna. Dopo due settimane la polizia mi trovò. Supplicai gli agenti di non riconsegnarmi a mio padre. Dissi loro che se fossi tornata da lui per me sarebbe stata la fine. Ma non ci fu nulla da fare.</em></p></blockquote>
<p>A niente sono valsi le disperate richieste di aiuto rivolte alla polizia e i racconti delle violenze subite: la donna non viene creduta e viene riaffidata alla famiglia. Questa volta Elisabeth non si è allontanata dal suo carnefice, non gli è anzi mai stata più vicina: Josef l’ha rinchiusa contro la sua volontà nel seminterrato della loro casa, dove ha realizzato un bunker a prova di fuggitivo.</p>
<h3>Il bunker sotterraneo e la prigionia</h3>
<p>L&#8217;accesso al bunker è consentito solo a Josef, unico possessore del codice elettronico posto come serratura alla porta di legno; seguono altre sette porte, di cui l&#8217;ultima nuovamente a chiusura elettrica e alta solo 83 cm. Lo scantinato, di 50-60 metri quadrati, è costituito da varie celle che non vengono mai irradiate dalla luce naturale; l&#8217;impianto di condizionamento ne consente la ventilazione ma è sprovvisto di riscaldamento e non è isolato termicamente: durante l&#8217;inverno fa molto freddo, d&#8217;estate la temperatura è quasi soffocante. Vi si trovano una piccola cucina, una camera da letto, un bagno: tutte stanze buie e molto strette. L&#8217;unico scorcio sulla realtà esterna è costituito da quanto trasmesso alla radio e alla tv.</p>
<p>Inizialmente Elisabeth viene obbligata a scrivere una finta lettera in cui racconterebbe ai genitori di essere fuggita all&#8217;estero, chiedendo agli stessi di smettere di cercarla. Nella realtà, durante i primi sei mesi di sequestro la donna viene mantenuta legata ad un letto, drogata, costretta a subire violenze, stuprata. Il padre le fa visita ogni tre giorni per portarle del cibo, così Elisabeth descriverà tali incontri: <em>«Luci spente, stupro, luci accese, muffa, umidità e lui che va via». </em>Josef accede al seminterrato solitamente la mattina,  giustifica alla moglie il tempo lì trascorso con scuse lavorative, spesso vi trascorre la notte intera e la donna non ha nemmeno il permesso di scendere per portargli un caffé.</p>
<p>Nel tempo che Elisabeth trascorre nel bunker si susseguono incessanti le violenze: viene legata ad un palo per 9 mesi, immobilizzata e ammanettata durante gli stupri, obbligata a guardare film pornografici e ripeterne le scene insieme al padre.</p>
<p>La donna non sarà l&#8217;unica vittima della follia di Josef Fritzl: a seguito delle violenze sessuali ricevute, Elisabeth darà alla luce sette figli, da sola e senza alcun tipo di assistenza medica: nascono <strong>Kerstin </strong>(1989), <strong>Stefan</strong> (1990), <strong>Lisa</strong> (1992), <strong>Monika</strong> (1994), <strong>Alexander</strong> e <strong>Michael </strong>(gemelli, 1996), <strong>Felix</strong> (2002). Uno dei gemelli muore tre giorni dopo la nascita per problemi respiratori: nonostante il colorito cianotico del bimbo, Josef si rifiuta di portarlo da un medico e provvede a liberarsi del corpicino  utilizzando l’inceneritore di casa e disperdendone le ceneri nel proprio giardino; tre dei bambini vengono spacciati per figli adottivi e vengono cresciuti nella casa del padre/nonno, fingendo un abbandono da parte della madre che ne chiedeva ai nonni, mediante falsi biglietti, la presa in carico. Tre bambini, invece, trascorrono la loro infanzia totalmente al buio, mai visitati da un medico e con gravi problemi di salute.</p>
<p>Il 19 aprile 2008 Josef è però costretto ad accompagnare Kerstin, gravemente malata, all’ospedale. Su urgente richiesta dei medici di comunicare con la madre della ragazza, l’uomo decide di liberare anche la figlia Elisabeth e gli altri due figli rimasti reclusi nel bunker. Il personale medico, alla luce di quanto emerso, denuncia alla polizia i fatti e, poco dopo la mezzanotte dello stesso giorno, Josef Fritzl viene arrestato; se dapprima si chiude in un mutismo totale, successivamente confessa e ammette le proprie responsabilità.</p>
<h3>Profilo psicologico</h3>
<p>Sappiamo che <strong>Josef nell’infanzia subisce maltrattamenti e umiliazioni da parte della madre</strong>, con conseguenti <strong>disturbi nello sviluppo della personalità</strong>. Si sposa con Rosemarie all’età di 21 anni, da cui ha sette figli. Il rapporto tra i due coniugi è burrascoso, sono <strong>frequenti le aggressioni fisiche e verbali</strong> del marito ai danni della moglie e dei figli, motivo per cui i rapporti tra genitori e figli (escludendo Elisabeth) si interrompono. Sappiamo anche che <strong>Josef non era incensurato</strong>: era stato già condannato a diciotto mesi di reclusione per essersi introdotto nella casa di una donna e averla stuprata minacciandola con un coltello alla gola.</p>
<p>Quindi, sebbene riesca a mantenere un’immagine sociale tutto sommato “adeguata” (le sue false dichiarazioni sono sempre ritenute credibili dalle autorità, e riconosciamo in ciò un riuscito intento manipolatorio), osserviamo nell’uomo tratti di una <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/01/31/disordine-da-personalita-antisociale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>personalità di tipo antisociale</strong></a></span>, che utilizza la violenza per sfogare impulsi ingovernabili, incapace di mettersi nei panni della vittima e riconoscerne la sofferenza (riferisce di essersi sempre “preso cura” dei figli reclusi). Si potrebbero inoltre ipotizzare <strong>sentimenti di odio verso il genere femminile </strong>e l’incapacità di rapportarvisi se non nella modalità di prevaricazione violenta, caratteristiche originatesi nell’infanzia e che giustificherebbero il lungo protrarsi nel tempo delle sevizie. Il silenzio della moglie è forse indice di un grande disagio nella relazione di coppia: forse per paura non ha mai osato denunciare il marito, anche perché appare inverosimile una sua totale estraneità ai fatti.</p>
<hr />
<p><strong>Fonti</strong></p>
<ul>
<li>repubblica.it</li>
<li>wikipedia.it</li>
</ul>
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		<title>La circonvenzione delle masse: il suicidio collettivo di Jonestown</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/05/23/jim-jones-suicidio-collettivo-di-jonestown/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 May 2019 07:29:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[antisociale]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi psicologici dei serial killer]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo narcisistico di personalità]]></category>
		<category><![CDATA[jim jones]]></category>
		<category><![CDATA[jonestown]]></category>
		<category><![CDATA[psicotico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Approfondimento di un caso di setta religiosa culminato in un atto di follia di massa. “[…] La morte è mille</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/05/23/jim-jones-suicidio-collettivo-di-jonestown/">La circonvenzione delle masse: il suicidio collettivo di Jonestown</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Approfondimento di un caso di setta religiosa culminato in un atto di follia di massa.</em></h2>
<hr />
<p style="text-align: right;"><em>“[…] La morte è mille volte preferibile a questa vita. Se sapeste cosa vi aspetta, sareste lieti di fare il grande passo questa sera”. (J.J.)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Jim Jones</h3>
<p><strong>Jim Jones</strong> nasce nel 1931 nell’Indiana rurale e sin da giovane viene descritto dai conoscenti come un “ragazzo strano” per via delle sue occupazioni: <strong>studiare religione, torturare gli animali e parlare di morte</strong>. L’interesse per la predicazione lo porta a <strong>iscriversi, durante l’adolescenza, presso una chiesa metodista come aspirante pastore</strong>, impegno che però abbandona quando i leader gli vietano di predicare di fronte a una congregazione di razza mista.</p>
<p>Quanto accaduto non lo scoraggia: <strong>a soli 24 anni riunisce un piccolo gruppo di seguaci e fonda la sua chiesa, il “<em>Tempio del Popolo</em>”</strong>. Contemporaneamente si impegna a fondo per perfezionarsi come oratore e, grazie alle sue capacità carismatiche, <strong>diventa presto un famoso predicatore</strong>. Inizialmente diffonde il suo messaggio di impegno verso l’uguaglianza e l’integrazione razziale, incoraggiando i propri discepoli a donare cibo e lavoro ai poveri, per i quali avvia una mensa e un ospizio. <strong>Impressionati dalla sua opera pia, quasi mille persone si uniscono alla sua chiesa</strong>. Nel 1965, riferendo della visione di un imminente attacco nucleare ai danni del Midwest americano, convince un centinaio di seguaci a seguirlo in California, dove continua la sua attività offrendo sostegno anche ad alcolisti e tossicomani.</p>
<h3>Il suicidio collettivo di Jonestown</h3>
<p>All’inizio degli anni Settanta, però, <strong>le richieste rivolte dal predicatore ai fedeli si fanno più consistenti</strong>: denaro, beni materiali e distacco dalle proprie famiglie soprattutto nei giorni festivi, che dovevano essere trascorsi con gli altri membri. Dobbiamo osservare che il fondatore, <strong>affetto da un grave problema di tossicodipendenza</strong>, era ossessionato dall’idea che il governo americano decidesse di distruggere il gruppo religioso ottenuto con così duro lavoro. Dapprima, l’attenzione mediatica rivoltagli lo spinge a spostare nuovamente la sede del Tempio del Popolo; più tardi, non essendo riuscito a uscire dai riflettori, ma avendo raddoppiato i membri del gruppo, <strong>decide di trasferire la sua comunità all’estero, in Guyana, Sud America</strong>, dove attività illecite sarebbero state facilitate e dove avrebbe potuto godere dei vantaggi dell’isolamento. <strong>Ottenuta in concessione la proprietà battezzata “Jonestown” vi si trasferisce con centinaia di seguaci</strong>. Qui il tenore di vita è agghiacciante: il terreno è di scarsa qualità, le riserve idriche a chilometri di distanza e, a complicare le cose, febbre alta, forme di diarrea, turni di lavoro massacranti, lunghi sermoni nelle ore serali e lezioni di socialismo. Chi non riesce ad adeguarsi a ciò viene punito e rinchiuso in una piccola scatola di legno a forma di bara, o relegato al fondo di un pozzo abbandonato per ore.</p>
<p>In qualche modo, <strong>voci di malcontento raggiungono gli Stati Uniti e il 17 novembre 1978 il senatore Leo Ryan decide di raggiungere la comunità per accertare le condizioni di vita degli abitanti</strong>: sebbene inizialmente essi esprimano solo elogi a riguardo, non tardano da parte di molti segrete comunicazioni di sofferenza unite all’espressione del desiderio di andarsene. Quando Ryan e alcuni disertori tentano di imbarcarsi sull’aereo che li avrebbe riportati negli Stati Uniti, diversi uomini della “Red Brigade”, la squadra di sicurezza della comunità, aprono il fuoco e <strong>uccidono il senatore</strong> e vari rappresentanti del gruppo.</p>
<p>Subito dopo, Jim Jones raduna i seguaci, comunica quanto accaduto e riferisce timori di ritorsione del governo americano, convincendo i seguaci a partecipare, come unica possibilità di scampo, a un <strong>suicidio di massa. </strong>Grandi quantità di succo d’uva vengono corrette con cianuro, i genitori lo somministrano ai figli e lo consumano a loro volta: <strong>perdono la vita oltre novecento persone, </strong>di cui circa duecentosettanta sono bambini; è la più grande strage di civili americani non attribuibile a cause naturali.</p>
<h3><strong> </strong><strong>Il funzionamento della setta di Jim Jones</strong></h3>
<p><strong> </strong>Il caso qui riportato è stato oggetto di studio di diversi esperti che, concordi, hanno rinvenuto nel predicatore quattro caratteristiche fondamentali che gli hanno consentito di raggiungere i propri scopi:</p>
<ul>
<li><strong>La tecnica del </strong>“<strong>piede oltre la soglia</strong>”: Jones aggancia le persone richiedendo donazioni e impegno inizialmente esigui, ma gradualmente estende tali richieste per cui il soggetto, già inserito nel sistema, non può sottrarsi al crescente coinvolgimento e si ritrova a reclutare nuovi malcapitati, a dover assistere a lunghe funzioni religiose, a dover essere attivo politicamente per difendere il proprio gruppo;</li>
<li><strong>La psicologia del conformismo</strong>: qualsiasi forma di dissenso non viene tollerata e i suoi personali informatori sono invitati a diventare amici di coloro che esprimono dubbi riguardo al gruppo, per poi eliminare i disaccordi mediante pestaggi o umiliazioni pubbliche; le famiglie vengono divise, i bambini allontanati dai genitori, le coppie spinte a relazioni extraconiugali per indebolire la forza del loro legame. L’isolamento geografico del gruppo dalla società ottenuto a Jonestown è solo la ciliegina sulla torta di questa strategia;</li>
<li><strong>Guarigioni miracolose, </strong>presentati al gruppo sotto forma di giochi di prestigio, grazie alla collaborazione di suoi seguaci molto devoti (che pur credevano nei suoi poteri sovrannaturali);</li>
<li><strong>L’autogiustificazione</strong>: sebbene si sia portati a pensare che riti di iniziazione dolorosi o bizzarri svalutino agli occhi del soggetto l’appartenenza al gruppo, è piuttosto vero il contrario: ciascuno giustifica la propria sofferenza mettendosi positivamente a disposizione dell’organizzazione.</li>
</ul>
<h3><strong>Profilo psicologico di Jim Jones</strong></h3>
<p>Se andiamo oltre le strategie messe in atto per realizzare ciò che possiamo definire una setta (e che caratterizzano le dinamiche di qualsiasi altro gruppo che si possa definire tale) ipotizziamo nel predicatore un <strong>funzionamento di base di tipo <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/tag/psicotico/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">psicotico</a></span></strong> (sulla base delle <strong>idee paranoiche di persecuzione</strong> riportate come profezie), ma le caratteristiche di personalità di <strong>stampo <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/01/31/disordine-da-personalita-antisociale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">antisociale</a></span></strong>, associate a tratti caratteristici di un’<strong>organizzazione personologica di tipo <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/09/21/narcisismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">narcisistico</a></span>, </strong>fanno del predicatore un individuo che <strong>gradualmente confonde e annulla il libero arbitrio del singolo</strong>: Jones crea un personaggio venerato come un Dio, a supporto del quale strumentalizza le opere rivolte ai bisognosi e le finte guarigioni, e riporta visioni e profezie catastrofiche per rafforzare l’idea della propria natura divina e della propria grandiosità.</p>
<hr />
<p>Fonti:</p>
<ul>
<li>Wiseman, R., <em>Paranormale – Perché vediamo quello che non c’è, </em>Ponte alle Grazie, Milano 2012</li>
<li>DSM 5</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/05/23/jim-jones-suicidio-collettivo-di-jonestown/">La circonvenzione delle masse: il suicidio collettivo di Jonestown</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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		<title>Angeli della morte: l&#8217;infermiera killer di Lecco</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/05/06/infermiera-killer-lecco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2019 13:43:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[borderline]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo narcisistico di personalità]]></category>
		<category><![CDATA[sonya caleffi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella di Sonya, l&#8217;infermiera killer di Lecco, è una sofferenza riconosciuta negli anni da specialisti, familiari, colleghi: ciò che è</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/05/06/infermiera-killer-lecco/">Angeli della morte: l&#8217;infermiera killer di Lecco</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Quella di Sonya, l&#8217;infermiera killer di Lecco, è una sofferenza riconosciuta negli anni da specialisti, familiari, colleghi: ciò che è successo era veramente così imprevedibile?</em></h2>
<hr />
<p>Vengono chiamati <strong>&#8216;angeli della morte&#8217;</strong>: sono <strong>medici, infermieri e figure sanitarie</strong> che, invece di prendersi cura dei propri pazienti, li uccidono, rifugiandosi dietro l’insospettabilità del camice bianco e del proprio ruolo. Dei <strong>veri e propri serial killer che non hanno bisogno di dare la caccia alle proprie vittime</strong>: sono esse stesse che si affidano a loro nella speranza di essere accudite e guarite.</p>
<p>Le motivazioni? In primis di <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/09/21/narcisismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">stampo narcisistico</a></span>: il desiderio di occupare una posizione eccezionale, l’esaltazione di sentirsi al livello di Dio.</p>
<p>Gli strumenti per uccidere? Innumerevoli e disponibili sul luogo di lavoro.</p>
<p>Le conseguenze? <strong>Gli omicidi spesso sono archiviati come morti naturali</strong>: ciò comporta che spesso l’assassino riesca a ripetere più volte l’atto criminoso senza essere scoperto.</p>
<p>È un fenomeno che nella storia si è verificato in modo trasversale nel mondo occidentale: <strong>analizziamo da vicino il caso dell’infermiera killer Sonya Caleffi</strong>, dichiarata capace di intendere e di volere, condannata a 20 anni per l’omicidio e il tentato omicidio di 5 e 2 persone.</p>
<h3>Chi è Sonya Caleffi</h3>
<p>Sonya nasce il 21 luglio 1970, è l’unica figlia di un impiegato delle pompe funebri e di una casalinga. Rispetto alla sua infanzia, racconta di un ambiente soffocante e opprimente e di un rapporto particolarmente conflittuale con la mamma (che spesso manifesta verbalmente il desiderio di togliersi la vita), con la quale trascorre diverso tempo perché il papà è sovente lontano per lavoro.</p>
<p>A 12 anni, i primi mutamenti corporei dello sviluppo la mettono a disagio per la propria altezza, rispetto cui viene derisa dai coetanei. Non è un’adolescenza facile: <strong>manifesta già a 13-14 anni <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/09/28/depressione/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sintomi depressivi</a></span> e, intorno ai 15 anni, una grave anoressia,</strong> per cui viene spinta ad intraprendere un percorso psico-farmacologico. Accanto alla malattia conclude tuttavia con buon profitto gli studi di infermieristica e comincia a lavorare presso strutture sanitarie in Como e dintorni.</p>
<p>La donna, contestualmente, instaura una serie di relazioni affettive disfunzionali: si sposa con il suo primo fidanzato dopo sei mesi di relazione, dal quale divorzia dopo tre anni; in seguito, ha una storia travagliata con un radiologo, rispetto alla quale i vicini riferiscono di urla, litigi e continue discussioni. Non è certo facile, in queste condizioni, condurre una vita regolare: Sonya, presa da continui <strong>sbalzi d’umore</strong>, nel continuo alternarsi tra faticose sedute di psicoterapia e turni lavorativi, perde la capacità di rispettare i normali impegni e arriva ad inventarsi anche enormi scuse, come la morte della madre, per non recarsi al lavoro; tuttavia, a causa delle numerose assenze ingiustificate, perde il posto.</p>
<p>Siamo nei primi anni 2000: accanto a un <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/01/31/disordine-da-personalita-antisociale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>marcato ritiro sociale</strong></a></span>, la donna comincia ad <strong>assumere in modo incontrollato psicofarmaci </strong>ben oltre le prescrizioni mediche; riferirà, in merito a tale condotta, di aver desiderato solo di «dormire, non pensare, non esserci con la testa». Mette anche in atto <strong>tentativi di suicidio</strong> <strong>di carattere dimostrativo</strong>, a tratti anche maldestri: si schianta con la macchina contro un muro, si fa dei tagli &#8211; poco profondi &#8211; sulle tempie, viene ricoverata per una ferita all’avambraccio destro, tenta con una siringa di iniettarsi aria nelle vene.</p>
<p>Nel 2004, spinta dai curanti a rispondere alla propria sofferenza, <strong>partecipa ad un concorso pubblico e si posiziona tra i primi in graduatoria per l’ospedale Manzoni di Lecco</strong>, presso cui prende presto incarico.</p>
<h3>L’inizio delle indagini</h3>
<p><strong>A seguito dell’ennesima morte sospetta avvenuta nel reparto di Medicina I</strong> e, conseguentemente alle segnalazioni effettuate dai familiari delle vittime rispetto agli strani atteggiamenti osservati in un’infermiera, <strong>viene rilevato, proprio nella sezione di reparto assegnata alla Caleffi, un picco significativo di mortalità</strong> e, ciò che insospettisce maggiormente, è che s<strong>pesso le morti si verificano proprio quando in turno c’è Sonya</strong>.</p>
<p>Dal referto autoptico della donna deceduta per arresto cardiaco, il medico evince una probabile embolia gassosa indotta, causata da un’introduzione di aria mediante un accesso venoso. L’infermiera, interrogata dai Carabinieri, non impiega molto a liberarsi la coscienza: <strong>riferisce di aver ucciso lei la donna,</strong> <strong>praticandole cinque iniezioni d’aria molto rapide e a breve distanza l’una dall’altra; </strong>c<strong>onfesserà anche gli altri omicidi</strong> che le verranno contestati durante il processo. Riferirà inoltre che non era sua intenzione causarne il decesso, ma solo peggiorarne le condizioni cliniche in modo tale che intervenissero gli specialisti.</p>
<p>In casa sua vengono rinvenuti, accanto a testi di infermieristica, opere dalle quali la donna estrapolava citazioni relative alla morte, a cui attribuiva un significato personale ben lontano dalle intenzioni dell’autore, e annotazioni di dati personali dei pazienti, con commenti rispetto al loro decesso.</p>
<h3>Profilo psicologico</h3>
<p>A seguito della disposizione della perizia psichiatrica <strong>viene attribuito a Sonya</strong> <strong>un <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/08/03/borderline/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">disturbo di personalità di tipo borderline</a></span></strong>, caratterizzato da un quadro sintomatologico con compromissioni significative nel funzionamento della personalità a livello identitario<strong>, </strong>espresse con un’<strong>immagine instabile di sé, sentimenti cronici di vuoto</strong> (che la donna associa a un quadro depressivo) e la presenza di <strong>stati dissociativi sotto stress</strong> (l’impulso del “non ero io” e i vuoti di memoria contestuali agli eventi criminosi); e a livello di instabilità negli obiettivi e nel mantenere funzionali piani di carriera.</p>
<p>Troviamo una <strong>compromissione significativa del funzionamento interpersonale</strong>: il timore del rifiuto viene gestito utilizzando agiti dimostrativi per legare a sé l’altro (che nella mente oscilla continuamente tra idealizzazione e svalutazione) e permane una incapacità di stabilire delle sane relazioni sociali e di comunicare adeguatamente la propria sofferenza.</p>
<p>Riscontriamo un’<strong>affettività negativa</strong> che si manifesta con frequenti cambiamenti d’umore, accanto a quadri depressivi permeati da pensieri e tentativi suicidari.</p>
<p>Sebbene riferiti a stati dissociati, rileviamo nella donna c<strong>omportamenti della sfera della disinibizione</strong> come l’impulsività e il coinvolgimento in attività rischiose e potenzialmente dannose senza considerazione delle conseguenze (si veda la modalità impulsiva e non premeditata di attuazione degli omicidi che le è stata imputata).</p>
<p>Riscontriamo in lei anche <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.studiosalem.it/disturbo-narcisista/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>tratti narcisistici</strong></a></span>: l’invidia per l’altro, il bisogno di approvazione, la voglia di mettersi in mostra (diagnosticata da alcuni come <strong>sindrome di Munchausen</strong>).</p>
<hr />
<p>Fonti:</p>
<ul>
<li><em>La linea d&#8217;ombra &#8211; Sonya Caleffi: l&#8217;angelo della morte </em>(s01 e04)</li>
<li>Wikipedia</li>
<li>DSM 5</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Arancia Meccanica: un’analisi psicologica</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/04/24/arancia-meccanica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 13:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[alex de large]]></category>
		<category><![CDATA[antisociale]]></category>
		<category><![CDATA[arancia meccanica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Breve riflessione sui fondamenti psicologici alla base del personaggio antisociale più famoso della storia del cinema Il titolo del film</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Breve riflessione sui fondamenti psicologici alla base del personaggio antisociale più famoso della storia del cinema</em></h2>
<hr />
<p>Il titolo del film <em><strong>Arancia Meccanica</strong></em>, tradotto dall’inglese <em><strong>A Clockwork Orange</strong>,</em> fa riferimento a qualcosa che, pur apparendo normale in superficie, come un frutto, cela dentro di sé una natura insolita e bizzarra. Il rimando ai protagonisti della pellicola, con particolare riferimento ad <strong>Alex DeLarge</strong>, il leader del gruppo antisociale, è così compiuto: quando egli verrà privato del libero arbitrio, solo esteriormente apparirà un buon cittadino. Adeguato alle norme sociali tramite un severa cura, in lui si osserverà un cambiamento nella condotta, ma la sua natura violenta e la sua personalità non verranno veramente scalfite.</p>
<p>Non ci soffermeremo sulla trama del film di <strong>Stanley Kubrick</strong> (del 1971, il cui svolgimento è tratto dall’omonimo romanzo di <strong>Anthony Burgess</strong> del 1962), piuttosto <strong>analizzeremo i comportamenti criminosi del protagonista</strong> e rifletteremo sulle modalità rivelatesi fallimentari del trattamento riabilitativo della cosiddetta “Cura Ludovico”.</p>
<h3><strong>Alex l’antisociale</strong></h3>
<p>In una realtà distopica, nei pressi di Londra, Alex DeLarge è il leader di una banda criminale, i Drughi, con i quali si diverte a <strong>compiere furti e gravi aggressioni e violenze anche di carattere sessuale</strong>. Il gruppo ha un punto di ritrovo, il locale <em>Korova Milk Bar</em>, in cui tutti consumano una bevanda a base di latte ma miscelata con mescalina e altre sostanze psicotrope. Alex è un appassionato di musica classica, soprattutto delle composizioni di Beethoven, e gli capita di addormentarsi ascoltando la Nona e <strong>sognando disastri naturali ed esplosioni</strong>. Non ama andare a scuola perché <strong>non desidera compromettere la propria educazione</strong> e <strong>il rapporto con i genitori è chiaramente difficoltoso e povero di dialogo</strong>: essi non hanno nemmeno una vaga idea di come il figlio trascorra le notti e sono convinti che svolga un lavoro notturno.</p>
<p>I Drughi commettono diversi reati: <strong>aggrediscono violentemente un senzatetto ubriaco</strong>, si confrontano con una banda rivale, <strong>si intrufolano nelle case di ignari malcapitati per svaligiarle e usare violenza sugli abitanti</strong>. E quando Alex vede minata la propria leadership, <strong>la violenza viene anche pensata e agita verso i compagni </strong>per ristabilire la gerarchia a lui più congeniale. Ma gli stessi non lo risparmieranno: durante la fuga dalla polizia successiva a un omicidio, Alex viene colpito da uno di loro, rimane svantaggiato nella fuga e quindi arrestato.</p>
<h3><strong>Il trattamento Ludovico</strong></h3>
<p>Alex viene condannato per omicidio a quattordici anni di carcere ma, dopo averne scontati due ed essersi contraddistinto come detenuto modello nella speranza di ottenere una riduzione della pena per buona condotta, riceve ed accetta senza ripensamenti la proposta di scarcerazione immediata a patto che si presti come soggetto sperimentale per un <strong>innovativo programma di “rieducazione”</strong> della durata di due settimane: il <strong>trattamento Ludovico</strong>. La cura prevede la <strong>somministrazione di farmaci che inducono un senso di nausea e dolore durante la visione obbligata di scene violente</strong>, durante le quali Alex viene completamente immobilizzato e costretto, tramite delle pinze, a tenere gli occhi spalancati. Durante la proiezione di un documentario su Hitler, egli sperimenta una sofferenza ulteriore di condizionamento: la nausea causata dal farmaco ha come colonna sonora la Nona di Beethoven.</p>
<p>La cura viene dichiarata efficace e Alex scarcerato: incontrerà una per una le vittime delle sue scorribande, da cui, per scambio di ruolo, subirà vendette e maltrattamenti senza essere in grado di reagire per la forte sensazione di nausea. Non riesce nemmeno ad agire l’odio provato verso il ragazzo che i suoi genitori hanno sostituito a lui in casa. Incontra anche due ex-Drughi, ora poliziotti, che si vendicheranno violentemente con lui torturandolo. In seguito, obbligato da una delle sue precedenti vittime ad ascoltare la Nona di Beethoven a volume altissimo, proverà una sofferenza insopportabile e tenterà il suicidio. Quando, molto tempo dopo, si sveglierà dal coma, si accorgerà che lo shock provato e le cure ricevute hanno annullato del tutto gli effetti del trattamento Ludovico.</p>
<h3><strong>Analisi Psicologica</strong></h3>
<p>Alex, dedito a comportamenti violenti e criminosi, in <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/10/01/callous-unemotional-psicopatia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>totale assenza di empatia</strong></a></span> verso le vittime e <strong>incapace di provare vergogna e senso di colpa</strong>, rincorre esclusivamente il suo bisogno di agire violenza, di trasgredire le norme sociali e morali, dai cui <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/02/17/sadismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">risvolti sadici</a></span> trae enorme piacere. Manca di lealtà anche nei confronti del gruppo con cui mette in atto tali condotte rischiose e che sfrutta per proprio tornaconto; sempre per raggiungere i propri scopi, è abile nel <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/04/13/manipolatore-perverso/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">manipolare gli altri</a></span> e nel mascherare i propri intenti. Intravediamo in questi tratti una <strong><span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/01/31/disordine-da-personalita-antisociale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">personalità di tipo antisociale</a></span>, </strong>associata ad un <strong>disturbo di <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.studiosalem.it/psicofarmaci-tra-i-giovani/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">abuso di sostanze</a></span></strong> <strong><span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.studiosalem.it/psicofarmaci-tra-i-giovani/">stupefacenti</a></span>, </strong>assunte per ricercare una <strong>dimensione mentale alterata</strong>. Del resto, sono presenti nella sua vita importanti fattori di rischio rispetto allo sviluppo di una personalità di questo tipo, come la presenza di un clima familiare compromesso che ignora la problematica antisociale e un atteggiamento negativo nei confronti della scuola e del lavoro.</p>
<p>La cura di <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/04/16/gaslighting/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">condizionamento mentale</a></span> a cui viene sottoposto, di brevissima durata rispetto a un <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.studiosalem.it/problemi-psicologici-patologie-servizi-e-terapie-psicoterapia-milano/sostegno-psicologico-psicoterapia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">normale percorso psicologico</a></span>, sposta solo temporalmente la sua antisocialità, rivelandosi fallimentare: un trattamento di stampo comportamentista di questo tipo, non agendo sulle strutture profonde di personalità ma solo superficialmente a livello della condotta osservabile, a seguito di traumi e relative cure lascia riemergere la vera natura del soggetto, il cui libero arbitrio era stato semplicemente soffocato.</p>
<h3><strong>La logica della rieducazione</strong></h3>
<p>La logica della rieducazione, tuttavia, è tutt’altro che fantasia: la Costituzione Italiana, all’art. 27, dispone la <strong>funzione rieducativa della pena</strong>, misura che conferisce al soggetto un’opportunità di essere reinserito nella comunità eliminando o riducendo il pericolo di recidiva di reato. <strong>Con strumenti psicologici e pedagogici devono essere poste in primo piano la responsabilizzazione e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, individuando diritti e doveri del condannato</strong>: un percorso graduale di crescita e di personale coinvolgimento ben diverso dal “Trattamento Ludovico”.</p>
<hr />
<p>Fonti</p>
<ul>
<li><a href="http://www.cinematographe.it/">www.cinematographe.it</a></li>
<li><a href="http://www.wikipedia.it/">www.wikipedia.it</a></li>
<li><a href="http://www.diritto.it/">www.diritto.it</a></li>
<li><a href="http://www.istitutobeck.it/">www.istitutobeck.it</a></li>
<li>Kubrick S.: “A Clockwork Orange” (1971)</li>
<li>DSM V</li>
<li>In cover, un frame del film <em>Arancia Meccanica</em> via <a href="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7c/LudovicoMalcolmMcDowellAClockworkOrangetrailer.png" target="_blank" rel="noopener noreferrer">wikimedia</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Turismo dell&#8217;orrore e social media</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/04/09/turismo-macabro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Valentina Zandonà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Apr 2019 17:24:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[turismo macabro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto dell’uomo con la dimensione della morte è mutato con l’avvento delle nuove tecnologie: quali potrebbero essere le motivazioni?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Il rapporto dell’uomo con la dimensione della morte è mutato con l’avvento delle nuove tecnologie: quali potrebbero essere le motivazioni?</em></h2>
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<p>Il fenomeno della morte rimane così lontano dalla capacità di comprensione umana che, oltre a suscitare un più o meno forte sentimento di paura, in alcuni casi determina una vera e propria ossessione per cui la stessa dimensione di morte viene ricercata, indagata, osservata nelle sue molteplici manifestazioni, in un’incessante ricerca di porre fine, o maggiore chiarezza, all’incertezza dell’esistenza. Riflettiamo insieme intorno al fenomeno del turismo dell’orrore.</p>
<h3><strong>Il turismo dell’orrore</strong></h3>
<p>Sebbene siamo portati a pensare che il <em>turismo macabro</em> (il <em>dark tourism</em> come definito da Rojek nel 1993 o il <em>Thanaturismo</em> da Foley e Lennon nel 1996) sia un fenomeno relativamente recente, probabilmente siamo in ciò influenzati dalla risonanza che esso ha avuto negli ultimi anni attraverso i Mass Media, questo perché forme di dark tourism, se ci addentriamo a ritroso nella storia delle civiltà, erano già presenti nei secoli passati.</p>
<p>Il successo degli spettacoli di morte dei gladiatori, l’affollata partecipazione alle esecuzioni pubbliche, lo stesso pellegrinaggio religioso medievale verso luoghi di martìri, dimostrano quanto l’uomo abbia sempre nutrito una certa curiosità, a volte quasi esaltante, per quella dimensione inconoscibile. Seaton (1996) individua in tale fenomeno il desiderio di incontrare una morte simbolica o reale, che non deve necessariamente essere associata alla violenza.</p>
<p>Quando ci riferiamo al turismo dell’orrore nell’attualità, individuiamo nello specifico <strong>un fenomeno culturale di interesse turistico indotto dai mass media e rivolto a luoghi in cui si sono verificati eventi delittuosi</strong>. La differenza, quindi, tra il dark tourism di oggi e quello del passato, è semplicemente dovuta a una più fluida diffusione di notizie macabre attuata dai media, a seguito della quale l’affollamento in una particolare scena del crimine è spesso conseguenza di una <strong>maggiore esposizione del pubblico</strong> a un particolare caso, pilotato da chi lo diffonde per ottenere visualizzazioni e, quindi, guadagno. L’interesse dello spettatore viene agganciato facendo leva, come si diceva poc’anzi, sull’innata curiosità macabra dell’uomo.</p>
<p>In tutto ciò, si configura fondamentale il ruolo del gruppo, che qualifica il fenomeno come una forma di turismo collettivo: una folla che si raccoglie attorno al boia o un intero autobus di persone che percorre un macabro itinerario. Come afferma Sharpley (2005), è la stessa esperienza del gruppo che tende in qualche modo a denaturalizzare l’evento mortifero e a renderlo meno angosciante.</p>
<p>E se originariamente il turista era un reale viaggiatore che aveva come meta un luogo destinato alla morte, il cui viaggio era in buona parte di carattere culturale, anche piuttosto dispendioso in termini di risorse, oggi assistiamo a una <strong>forma frivola e morbosa di turismo</strong>, continuamente assetata di stimoli, in una realtà consumistica in cui una tragedia esiste fino a quando la successiva prende il suo posto. In cui diventa alla moda farsi un selfie con quel che resta del Ponte Morandi di Genova sullo sfondo.</p>
<p>Oltre ai turisti che fisicamente si recano sui luoghi di morte &#8211; ne sono altri esempi la Villetta di Cogne dove Annamaria Franzoni uccise il figlio Samuele, l’Isola del Giglio dopo la tragedia della Concordia, la tanto discussa vicenda di Avetrana dopo l’omicidio di Sara Scazzi – oggi, attraverso i media, assistiamo ad una forma di <strong>turismo “a distanza”</strong> alla portata di tutti, comodamente fruibile da casa propria. La violenza diventa argomento giornaliero e il fenomeno della morte, mercificato, è accessibile ad adulti e bambini e inserito in qualsivoglia talk show televisivo. E’ lo sperimentare la paura della morte, col sollievo che anche questa volta sia capitata a qualcun altro. Ma se il turismo dell’orrore ha comunque una sua storia, cos’è successo con l’avvento dei Social Media?</p>
<h3><strong>Social Media e Condivisione Macabra</strong></h3>
<p>L’utilizzo incrementato delle nuove tecnologie, che consentono di caricare in rete differenti formati di materiale audiovisivo, ha individuato una differenza sostanziale nell’utilizzo delle tematiche di morte: se una volta il bisogno da soddisfare era la ricerca individuale di risposte, oggi condividiamo immagini apocalittiche o notizie scioccanti per la necessità di mostrare agli altri cosa ci ha colpito, un <strong>bisogno di riconoscimento</strong> inserito nella moderna concezione identitaria dell’esistenza possibile solo se suffragata dal gruppo, una sorta di omologazione adolescenziale che ci porta a condividere ciò che viene condiviso anche da altri, a  farsi un selfie sulla scena del crimine come hanno fatto altri, in un mondo in cui si smette di esistere se non si possiede visibilità in rete. E se mostro qualcosa di macabro per ottenere l’attenzione del gruppo, sposo in pieno quella società liquida esposta da Bauman, in cui l’individuo, preda del disorientamento, manca di norme, regole, valori e punti di riferimento. Condividendo il macabro, ne impoverisco il significato, ne utilizzo l’esteriorità per ottenere like e visualizzazioni, ma perdo completamente il vissuto interiore di chi è stato colpito dalla tragedia.</p>
<p>Ritorna quindi importante la dimensione gruppale, anche se l’individuo ora è parte di un sistema virtuale che si fonda su norme e valori molto differenti da quelli reali che hanno caratterizzato il dark tourism nei secoli passati. Il gruppo non serve più come supporto per l’angoscia perché l’angoscia, in un meccanismo perverso, è costituita dalla perdita di riconoscimento del gruppo stesso e non dall’evento che dovrebbe causarla; questo, oltre a costituire una conseguenza della sovraesposizione a contenuti mortiferi che ha determinato nell’individuo un’anestesia emotiva, annuncia inquietanti cambiamenti sociali.</p>
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<p>Fonti</p>
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<li>Nobile, G., &#8220;Il turismo nero: un lato oscuro del viaggiare&#8221;, 2012.</li>
</ul>
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