Josef Fritzl: storia di un sequestro familiare

Quando la follia si nasconde tra le mure domestiche


E se qualche volta sei sola
Ti faccio una sorellina
La pelle così giovane, la carne così forte
Sotto la casa, un nido d’amore
(“Wiener Blut”, Rammstein, 2009)

 Ecco l’agghiacciante storia di Elisabeth Fritzl: sequestrata dal padre Josef per 24 anni nel seminterrato della loro stessa casa, sarà costretta a subire continui abusi sessuali da parte dell’uomo e darà alla luce 7 bambini. A Josef verranno contestati i reati di omicidio, riduzione in schiavitù, sequestro di persona, stupro, coercizione e incesto per i quali verrà condannato all’ergastolo. Analizziamo i capi di accusa inoltrandoci più nel dettaglio nella follia agita dall’uomo.

Il finto allontanamento

Ci troviamo ad Amstetten, Austria, è il 24 agosto 1984. Josef, padre di famiglia, denuncia insieme alla moglie Rosemarie la scomparsa della figlia diciottenne Elisabeth. I genitori riferiscono di un allontanamento volontario conseguente all’adesione ad una setta religiosa, come già successo due anni prima. A tale riguardo Elisabeth dichiarerà:

Nel 1982 avevo sedici anni ed ero fuggita da casa. Lui mi stuprava da molto tempo. Dall’autogrill di Strengberg mi ero nascosta a Vienna. Dopo due settimane la polizia mi trovò. Supplicai gli agenti di non riconsegnarmi a mio padre. Dissi loro che se fossi tornata da lui per me sarebbe stata la fine. Ma non ci fu nulla da fare.

A niente sono valsi le disperate richieste di aiuto rivolte alla polizia e i racconti delle violenze subite: la donna non viene creduta e viene riaffidata alla famiglia. Questa volta Elisabeth non si è allontanata dal suo carnefice, non gli è anzi mai stata più vicina: Josef l’ha rinchiusa contro la sua volontà nel seminterrato della loro casa, dove ha realizzato un bunker a prova di fuggitivo.

Il bunker sotterraneo e la prigionia

L’accesso al bunker è consentito solo a Josef, unico possessore del codice elettronico posto come serratura alla porta di legno; seguono altre sette porte, di cui l’ultima nuovamente a chiusura elettrica e alta solo 83 cm. Lo scantinato, di 50-60 metri quadrati, è costituito da varie celle che non vengono mai irradiate dalla luce naturale; l’impianto di condizionamento ne consente la ventilazione ma è sprovvisto di riscaldamento e non è isolato termicamente: durante l’inverno fa molto freddo, d’estate la temperatura è quasi soffocante. Vi si trovano una piccola cucina, una camera da letto, un bagno: tutte stanze buie e molto strette. L’unico scorcio sulla realtà esterna è costituito da quanto trasmesso alla radio e alla tv.

Inizialmente Elisabeth viene obbligata a scrivere una finta lettera in cui racconterebbe ai genitori di essere fuggita all’estero, chiedendo agli stessi di smettere di cercarla. Nella realtà, durante i primi sei mesi di sequestro la donna viene mantenuta legata ad un letto, drogata, costretta a subire violenze, stuprata. Il padre le fa visita ogni tre giorni per portarle del cibo, così Elisabeth descriverà tali incontri: «Luci spente, stupro, luci accese, muffa, umidità e lui che va via». Josef accede al seminterrato solitamente la mattina,  giustifica alla moglie il tempo lì trascorso con scuse lavorative, spesso vi trascorre la notte intera e la donna non ha nemmeno il permesso di scendere per portargli un caffé.

Nel tempo che Elisabeth trascorre nel bunker si susseguono incessanti le violenze: viene legata ad un palo per 9 mesi, immobilizzata e ammanettata durante gli stupri, obbligata a guardare film pornografici e ripeterne le scene insieme al padre.

La donna non sarà l’unica vittima della follia di Josef Fritzl: a seguito delle violenze sessuali ricevute, Elisabeth darà alla luce sette figli, da sola e senza alcun tipo di assistenza medica: nascono Kerstin (1989), Stefan (1990), Lisa (1992), Monika (1994), Alexander e Michael (gemelli, 1996), Felix (2002). Uno dei gemelli muore tre giorni dopo la nascita per problemi respiratori: nonostante il colorito cianotico del bimbo, Josef si rifiuta di portarlo da un medico e provvede a liberarsi del corpicino  utilizzando l’inceneritore di casa e disperdendone le ceneri nel proprio giardino; tre dei bambini vengono spacciati per figli adottivi e vengono cresciuti nella casa del padre/nonno, fingendo un abbandono da parte della madre che ne chiedeva ai nonni, mediante falsi biglietti, la presa in carico. Tre bambini, invece, trascorrono la loro infanzia totalmente al buio, mai visitati da un medico e con gravi problemi di salute.

Il 19 aprile 2008 Josef è però costretto ad accompagnare Kerstin, gravemente malata, all’ospedale. Su urgente richiesta dei medici di comunicare con la madre della ragazza, l’uomo decide di liberare anche la figlia Elisabeth e gli altri due figli rimasti reclusi nel bunker. Il personale medico, alla luce di quanto emerso, denuncia alla polizia i fatti e, poco dopo la mezzanotte dello stesso giorno, Josef Fritzl viene arrestato; se dapprima si chiude in un mutismo totale, successivamente confessa e ammette le proprie responsabilità.

Profilo psicologico

Sappiamo che Josef nell’infanzia subisce maltrattamenti e umiliazioni da parte della madre, con conseguenti disturbi nello sviluppo della personalità. Si sposa con Rosemarie all’età di 21 anni, da cui ha sette figli. Il rapporto tra i due coniugi è burrascoso, sono frequenti le aggressioni fisiche e verbali del marito ai danni della moglie e dei figli, motivo per cui i rapporti tra genitori e figli (escludendo Elisabeth) si interrompono. Sappiamo anche che Josef non era incensurato: era stato già condannato a diciotto mesi di reclusione per essersi introdotto nella casa di una donna e averla stuprata minacciandola con un coltello alla gola.

Quindi, sebbene riesca a mantenere un’immagine sociale tutto sommato “adeguata” (le sue false dichiarazioni sono sempre ritenute credibili dalle autorità, e riconosciamo in ciò un riuscito intento manipolatorio), osserviamo nell’uomo tratti di una personalità di tipo antisociale, che utilizza la violenza per sfogare impulsi ingovernabili, incapace di mettersi nei panni della vittima e riconoscerne la sofferenza (riferisce di essersi sempre “preso cura” dei figli reclusi). Si potrebbero inoltre ipotizzare sentimenti di odio verso il genere femminile e l’incapacità di rapportarvisi se non nella modalità di prevaricazione violenta, caratteristiche originatesi nell’infanzia e che giustificherebbero il lungo protrarsi nel tempo delle sevizie. Il silenzio della moglie è forse indice di un grande disagio nella relazione di coppia: forse per paura non ha mai osato denunciare il marito, anche perché appare inverosimile una sua totale estraneità ai fatti.


Fonti

  • repubblica.it
  • wikipedia.it
mm

Valentina Zandonà

Psicologa iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia con N°17430. Ha maturato esperienza nell’ambito della diagnosi di demenze, nella valutazione e riabilitazione neuropsicologica di pazienti con grave cerebrolesione acquisita e ad oggi lavora in ambito clinico con pazienti psichiatrici in età adulta, con doppia diagnosi e autori di reato.

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