CronacaPsicologia

La violenza in corsia

Riflessioni sul mondo sommerso delle aggressioni agli operatori sanitari


Le segnalazioni di episodi di violenza a danno degli operatori sanitari, intesi come infermieri, OSS, medici, figure educative e assistenziali che lavorano a stretto contatto con il paziente negli ospedali, negli ambulatori o nelle case di cura, sono descritti da articoli di cronaca con frequenza crescente negli ultimi mesi rispetto al passato, forse per una presa di coscienza collettiva della gravità di tali fenomeni, spesso estranei ai non addetti ai lavori. E se l’argomento non è proprio al centro dei riflettori, non significa che tali fenomeni non siano connotati da una particolare gravità o che non comportino conseguenze importanti sulla salute fisica e mentale della vittima di violenza.

Chiunque lavori nel settore sanitario potrà però affermare, riflettendo a posteriori anche solo sulla propria personale esperienza professionale, di essere stato almeno una volta vittima di violenza verbale o, peggio ancora, fisica da parte di un paziente; non solo, lo stesso riporterà anche di avere assistito agli stessi tipi di violenza agiti nei confronti di un collega. E’ a questi eventi “sentinella” che ci riferiamo quando parliamo di “mondo sommerso”: vediamo insieme come si manifesta la violenza in corsia descrivendone brevemente qualche caso e ipotizzandone i fattori causali anche alla luce di analisi statistiche.

Aggressioni in ambiente sanitario

Febbraio 2019: all’Ospedale NOA di Massa, presso il reparto di psichiatria, due infermiere e una Operatrice Socio Sanitaria vengono aggredite con ferocia e sono costrette ad accedere al Pronto Soccorso per sottoporsi a esami diagnostici e far fronte alle gravi lesioni riportate; a causa dello shock subito, passerà del tempo prima che rientrino regolarmente al lavoro. L’aggressore è un paziente psichiatrico conosciuto da tempo ai Servizi di Salute Mentale.

Giugno 2019: presso il Pronto Soccorso del Fatebenefratelli di Milano due uomini, padre e figlio,  a causa del prolungarsi dell’attesa oltre le 12 ore, prendono a pugni e sputi e minacciano di morte l’infermiere addetto al Triage e feriscono anche una guardia giurata intervenuta. I lunghi tempi di attesa sono causati dalla presenza nel reparto di un solo medico e un infermiere, in quel giorno particolare impegnati a soccorrere un caso molto grave.

Giugno 2019: al Pronto Soccorso di Codogno un uomo di 24 anni ivi recatosi per una ferita lacero contusa alla testa, a causa del protrarsi dell’attesa dà in escandescenze, colpendo un medico con una testata e strattonando violentemente un infermiere. Viene denunciato per violenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio.

Giugno 2019: presso il Pronto Soccorso S. Maria della Misericordia di Perugia, sebbene poco affollato, un infermiere presso il Triage, impegnato nell’assistere un paziente, viene aggredito, prima verbalmente e poi fisicamente, dal parente di un altro paziente che pretende di ricevere notizie relative a quest’ultimo. L’infermiere si fa soccorrere da un medico in turno e sporge denuncia nei confronti dell’aggressore.

Luglio 2019: all’Ospedale dell’Angelo di Mestre, all’interno del Pronto Soccorso, un’infermiera viene spinta per terra da un paziente psichiatrico che attende il suo turno in un ambulatorio a causa dell’importante accesso di utenti. La donna si procura una frattura al ginocchio con prognosi di due mesi. Il segretario del sindacato riferisce che quello riportato non è il primo caso di aggressione accaduto nella struttura ospedaliera: altri due infermieri erano stati aggrediti riportando uno graffi al torace, l’altra la frattura del polso.

Cause precipitanti: Profilo psicologico dell’aggressore e fattori ambientali

 Basandoci sui dati ottenuti da un sondaggio rivolto ad un campione di medici e volto ad accertare il verificarsi di aggressioni nella pratica clinica, veniamo a conoscenza del fatto che circa la metà delle violenze riportate dai medici si distribuiscono tra il reparto psichiatrico (34%) e il Reparto di Pronto Soccorso (20,26%); la restante metà dei fenomeni si distribuisce variamente ma in modo meno significativo sugli altri reparti. Riflettiamo quindi sui fattori che determinano l’aggressione nei due reparti citati: la sofferenza psichiatrica e la frustrazione di un bisogno.

 Quando l’aggressore è un paziente psichiatrico

Nella letteratura clinica ritroviamo la violenza agita da un paziente psichiatrico principalmente collegata alla compresenza di determinate patologie. Citiamo in primo luogo l’episodio psicotico acuto in cui la persona, preda di proprie convinzioni di carattere delirante, aggredisce la persona individuata come persecutoria seguendo una propria trama personale, spesso inconoscibile prima dell’agito. Altra condizione potenzialmente rischiosa per il sanitario è l’assistenza ad un paziente in stato di craving da sostanze stupefacenti o alcolici, che diventa aggressivo in quanto il desiderio impulsivo della sostanza in un quadro clinico di dipendenza è così intenso da diventare incontrollabile, così come le azioni messe in atto per ricercare la soddisfazione del bisogno.

Sul versante dei disturbi della personalità, ritroviamo episodi di aggressività sia nel disturbo borderline, in cui la condotta impulsiva associata alla svalutazione dell’altro può determinare situazioni critiche, sia nel disturbo antisociale, quando l’individuo percepisce come frustrata la soddisfazione di un proprio desiderio irrefrenabile a causa dell’altro.

Ritroviamo comunque agiti aggressivi associati anche ad altre patologie, quando un quadro psicologico di instabilità emotiva è concomitante alla frustrazione di un bisogno la cui soddisfazione è percepita come indispensabile.

La frustrazione del bisogno

Anche la persona priva di una diagnosi psichiatrica in alcuni contesti e in concomitanza di una frustrazione di un bisogno può mostrarsi aggressiva. Abbiamo visto che spesso l’agito violento si manifesta a causa di una scarsa capacità di tollerare le attese, nella situazione in cui l’individuo considera il proprio bisogno prioritario rispetto a quello degli altri. Ciò può accadere se lo stesso si trova in uno stato di sofferenza fisica insopportabile che desidera disperatamente placare, ma anche quando la sofferenza di un familiare crea in lui un crescente stato ansioso.

Inoltre, le aggressioni possono essere messe in atto da parte di persone che si trovano in uno stato clinico alterato per l’assunzione e i relativi effetti avversi di determinati farmaci, o da parte di persone la cui agitazione è giustificata da una particolare condizione medica generale.

Un ambiente sicuro

L’agito violento giunge a compimento anche perché favorito da un ambiente caotico, disorganizzato, o da carenze legate alla gestione organizzativa del personale. Ecco perché, anche alla luce dei casi riportati, dobbiamo ritenere indispensabili per la prevenzione delle aggressioni:

  • lo svolgimento di un’attenta valutazione dei rischi del servizio sanitario (ripescando dalla tendenza alla rimozione gli episodi critici verificatisi in passato);
  • la formazione dell’operatore sanitario e degli addetti alla sicurezza nella gestione del paziente agitato, formazione che deve necessariamente comprendere nozioni operative di difesa personale;
  • ovviare al problema del sottodimensionamento del personale, che porta con sé un sovraffollamento dei servizi e maggiori rischi per il personale in turno.

Fonti:

 

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Valentina Zandonà

Psicologa iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia con N°17430. Ha maturato esperienza nell’ambito della diagnosi di demenze, nella valutazione e riabilitazione neuropsicologica di pazienti con grave cerebrolesione acquisita e ad oggi lavora in ambito clinico con pazienti psichiatrici in età adulta, con doppia diagnosi e autori di reato.

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