Cronaca

Turismo dell’orrore e social media

Il rapporto dell’uomo con la dimensione della morte è mutato con l’avvento delle nuove tecnologie: quali potrebbero essere le motivazioni?


Il fenomeno della morte rimane così lontano dalla capacità di comprensione umana che, oltre a suscitare un più o meno forte sentimento di paura, in alcuni casi determina una vera e propria ossessione per cui la stessa dimensione di morte viene ricercata, indagata, osservata nelle sue molteplici manifestazioni, in un’incessante ricerca di porre fine, o maggiore chiarezza, all’incertezza dell’esistenza. Riflettiamo insieme intorno al fenomeno del turismo dell’orrore.

Il turismo dell’orrore

Sebbene siamo portati a pensare che il turismo macabro (il dark tourism come definito da Rojek nel 1993 o il Thanaturismo da Foley e Lennon nel 1996) sia un fenomeno relativamente recente, probabilmente siamo in ciò influenzati dalla risonanza che esso ha avuto negli ultimi anni attraverso i Mass Media, questo perché forme di dark tourism, se ci addentriamo a ritroso nella storia delle civiltà, erano già presenti nei secoli passati.

Il successo degli spettacoli di morte dei gladiatori, l’affollata partecipazione alle esecuzioni pubbliche, lo stesso pellegrinaggio religioso medievale verso luoghi di martìri, dimostrano quanto l’uomo abbia sempre nutrito una certa curiosità, a volte quasi esaltante, per quella dimensione inconoscibile. Seaton (1996) individua in tale fenomeno il desiderio di incontrare una morte simbolica o reale, che non deve necessariamente essere associata alla violenza.

Quando ci riferiamo al turismo dell’orrore nell’attualità, individuiamo nello specifico un fenomeno culturale di interesse turistico indotto dai mass media e rivolto a luoghi in cui si sono verificati eventi delittuosi. La differenza, quindi, tra il dark tourism di oggi e quello del passato, è semplicemente dovuta a una più fluida diffusione di notizie macabre attuata dai media, a seguito della quale l’affollamento in una particolare scena del crimine è spesso conseguenza di una maggiore esposizione del pubblico a un particolare caso, pilotato da chi lo diffonde per ottenere visualizzazioni e, quindi, guadagno. L’interesse dello spettatore viene agganciato facendo leva, come si diceva poc’anzi, sull’innata curiosità macabra dell’uomo.

In tutto ciò, si configura fondamentale il ruolo del gruppo, che qualifica il fenomeno come una forma di turismo collettivo: una folla che si raccoglie attorno al boia o un intero autobus di persone che percorre un macabro itinerario. Come afferma Sharpley (2005), è la stessa esperienza del gruppo che tende in qualche modo a denaturalizzare l’evento mortifero e a renderlo meno angosciante.

E se originariamente il turista era un reale viaggiatore che aveva come meta un luogo destinato alla morte, il cui viaggio era in buona parte di carattere culturale, anche piuttosto dispendioso in termini di risorse, oggi assistiamo a una forma frivola e morbosa di turismo, continuamente assetata di stimoli, in una realtà consumistica in cui una tragedia esiste fino a quando la successiva prende il suo posto. In cui diventa alla moda farsi un selfie con quel che resta del Ponte Morandi di Genova sullo sfondo.

Oltre ai turisti che fisicamente si recano sui luoghi di morte – ne sono altri esempi la Villetta di Cogne dove Annamaria Franzoni uccise il figlio Samuele, l’Isola del Giglio dopo la tragedia della Concordia, la tanto discussa vicenda di Avetrana dopo l’omicidio di Sara Scazzi – oggi, attraverso i media, assistiamo ad una forma di turismo “a distanza” alla portata di tutti, comodamente fruibile da casa propria. La violenza diventa argomento giornaliero e il fenomeno della morte, mercificato, è accessibile ad adulti e bambini e inserito in qualsivoglia talk show televisivo. E’ lo sperimentare la paura della morte, col sollievo che anche questa volta sia capitata a qualcun altro. Ma se il turismo dell’orrore ha comunque una sua storia, cos’è successo con l’avvento dei Social Media?

Social Media e Condivisione Macabra

L’utilizzo incrementato delle nuove tecnologie, che consentono di caricare in rete differenti formati di materiale audiovisivo, ha individuato una differenza sostanziale nell’utilizzo delle tematiche di morte: se una volta il bisogno da soddisfare era la ricerca individuale di risposte, oggi condividiamo immagini apocalittiche o notizie scioccanti per la necessità di mostrare agli altri cosa ci ha colpito, un bisogno di riconoscimento inserito nella moderna concezione identitaria dell’esistenza possibile solo se suffragata dal gruppo, una sorta di omologazione adolescenziale che ci porta a condividere ciò che viene condiviso anche da altri, a  farsi un selfie sulla scena del crimine come hanno fatto altri, in un mondo in cui si smette di esistere se non si possiede visibilità in rete. E se mostro qualcosa di macabro per ottenere l’attenzione del gruppo, sposo in pieno quella società liquida esposta da Bauman, in cui l’individuo, preda del disorientamento, manca di norme, regole, valori e punti di riferimento. Condividendo il macabro, ne impoverisco il significato, ne utilizzo l’esteriorità per ottenere like e visualizzazioni, ma perdo completamente il vissuto interiore di chi è stato colpito dalla tragedia.

Ritorna quindi importante la dimensione gruppale, anche se l’individuo ora è parte di un sistema virtuale che si fonda su norme e valori molto differenti da quelli reali che hanno caratterizzato il dark tourism nei secoli passati. Il gruppo non serve più come supporto per l’angoscia perché l’angoscia, in un meccanismo perverso, è costituita dalla perdita di riconoscimento del gruppo stesso e non dall’evento che dovrebbe causarla; questo, oltre a costituire una conseguenza della sovraesposizione a contenuti mortiferi che ha determinato nell’individuo un’anestesia emotiva, annuncia inquietanti cambiamenti sociali.


Fonti

  • Nobile, G., “Il turismo nero: un lato oscuro del viaggiare”, 2012.

 

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Valentina Zandonà

Psicologa iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia con N°17430. Ha maturato esperienza nell’ambito della diagnosi di demenze, nella valutazione e riabilitazione neuropsicologica di pazienti con grave cerebrolesione acquisita e ad oggi lavora in ambito clinico con pazienti psichiatrici in età adulta, con doppia diagnosi e autori di reato.

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