Angeli della morte: l’infermiera killer di Lecco

Quella di Sonya, l’infermiera killer di Lecco, è una sofferenza riconosciuta negli anni da specialisti, familiari, colleghi: ciò che è successo era veramente così imprevedibile?


Vengono chiamati ‘angeli della morte’: sono medici, infermieri e figure sanitarie che, invece di prendersi cura dei propri pazienti, li uccidono, rifugiandosi dietro l’insospettabilità del camice bianco e del proprio ruolo. Dei veri e propri serial killer che non hanno bisogno di dare la caccia alle proprie vittime: sono esse stesse che si affidano a loro nella speranza di essere accudite e guarite.

Le motivazioni? In primis di stampo narcisistico: il desiderio di occupare una posizione eccezionale, l’esaltazione di sentirsi al livello di Dio.

Gli strumenti per uccidere? Innumerevoli e disponibili sul luogo di lavoro.

Le conseguenze? Gli omicidi spesso sono archiviati come morti naturali: ciò comporta che spesso l’assassino riesca a ripetere più volte l’atto criminoso senza essere scoperto.

È un fenomeno che nella storia si è verificato in modo trasversale nel mondo occidentale: analizziamo da vicino il caso dell’infermiera killer Sonya Caleffi, dichiarata capace di intendere e di volere, condannata a 20 anni per l’omicidio e il tentato omicidio di 5 e 2 persone.

Chi è Sonya Caleffi

Sonya nasce il 21 luglio 1970, è l’unica figlia di un impiegato delle pompe funebri e di una casalinga. Rispetto alla sua infanzia, racconta di un ambiente soffocante e opprimente e di un rapporto particolarmente conflittuale con la mamma (che spesso manifesta verbalmente il desiderio di togliersi la vita), con la quale trascorre diverso tempo perché il papà è sovente lontano per lavoro.

A 12 anni, i primi mutamenti corporei dello sviluppo la mettono a disagio per la propria altezza, rispetto cui viene derisa dai coetanei. Non è un’adolescenza facile: manifesta già a 13-14 anni sintomi depressivi e, intorno ai 15 anni, una grave anoressia, per cui viene spinta ad intraprendere un percorso psico-farmacologico. Accanto alla malattia conclude tuttavia con buon profitto gli studi di infermieristica e comincia a lavorare presso strutture sanitarie in Como e dintorni.

La donna, contestualmente, instaura una serie di relazioni affettive disfunzionali: si sposa con il suo primo fidanzato dopo sei mesi di relazione, dal quale divorzia dopo tre anni; in seguito, ha una storia travagliata con un radiologo, rispetto alla quale i vicini riferiscono di urla, litigi e continue discussioni. Non è certo facile, in queste condizioni, condurre una vita regolare: Sonya, presa da continui sbalzi d’umore, nel continuo alternarsi tra faticose sedute di psicoterapia e turni lavorativi, perde la capacità di rispettare i normali impegni e arriva ad inventarsi anche enormi scuse, come la morte della madre, per non recarsi al lavoro; tuttavia, a causa delle numerose assenze ingiustificate, perde il posto.

Siamo nei primi anni 2000: accanto a un marcato ritiro sociale, la donna comincia ad assumere in modo incontrollato psicofarmaci ben oltre le prescrizioni mediche; riferirà, in merito a tale condotta, di aver desiderato solo di «dormire, non pensare, non esserci con la testa». Mette anche in atto tentativi di suicidio di carattere dimostrativo, a tratti anche maldestri: si schianta con la macchina contro un muro, si fa dei tagli – poco profondi – sulle tempie, viene ricoverata per una ferita all’avambraccio destro, tenta con una siringa di iniettarsi aria nelle vene.

Nel 2004, spinta dai curanti a rispondere alla propria sofferenza, partecipa ad un concorso pubblico e si posiziona tra i primi in graduatoria per l’ospedale Manzoni di Lecco, presso cui prende presto incarico.

L’inizio delle indagini

A seguito dell’ennesima morte sospetta avvenuta nel reparto di Medicina I e, conseguentemente alle segnalazioni effettuate dai familiari delle vittime rispetto agli strani atteggiamenti osservati in un’infermiera, viene rilevato, proprio nella sezione di reparto assegnata alla Caleffi, un picco significativo di mortalità e, ciò che insospettisce maggiormente, è che spesso le morti si verificano proprio quando in turno c’è Sonya.

Dal referto autoptico della donna deceduta per arresto cardiaco, il medico evince una probabile embolia gassosa indotta, causata da un’introduzione di aria mediante un accesso venoso. L’infermiera, interrogata dai Carabinieri, non impiega molto a liberarsi la coscienza: riferisce di aver ucciso lei la donna, praticandole cinque iniezioni d’aria molto rapide e a breve distanza l’una dall’altra; confesserà anche gli altri omicidi che le verranno contestati durante il processo. Riferirà inoltre che non era sua intenzione causarne il decesso, ma solo peggiorarne le condizioni cliniche in modo tale che intervenissero gli specialisti.

In casa sua vengono rinvenuti, accanto a testi di infermieristica, opere dalle quali la donna estrapolava citazioni relative alla morte, a cui attribuiva un significato personale ben lontano dalle intenzioni dell’autore, e annotazioni di dati personali dei pazienti, con commenti rispetto al loro decesso.

Profilo psicologico

A seguito della disposizione della perizia psichiatrica viene attribuito a Sonya un disturbo di personalità di tipo borderline, caratterizzato da un quadro sintomatologico con compromissioni significative nel funzionamento della personalità a livello identitario, espresse con un’immagine instabile di sé, sentimenti cronici di vuoto (che la donna associa a un quadro depressivo) e la presenza di stati dissociativi sotto stress (l’impulso del “non ero io” e i vuoti di memoria contestuali agli eventi criminosi); e a livello di instabilità negli obiettivi e nel mantenere funzionali piani di carriera.

Troviamo una compromissione significativa del funzionamento interpersonale: il timore del rifiuto viene gestito utilizzando agiti dimostrativi per legare a sé l’altro (che nella mente oscilla continuamente tra idealizzazione e svalutazione) e permane una incapacità di stabilire delle sane relazioni sociali e di comunicare adeguatamente la propria sofferenza.

Riscontriamo un’affettività negativa che si manifesta con frequenti cambiamenti d’umore, accanto a quadri depressivi permeati da pensieri e tentativi suicidari.

Sebbene riferiti a stati dissociati, rileviamo nella donna comportamenti della sfera della disinibizione come l’impulsività e il coinvolgimento in attività rischiose e potenzialmente dannose senza considerazione delle conseguenze (si veda la modalità impulsiva e non premeditata di attuazione degli omicidi che le è stata imputata).

Riscontriamo in lei anche tratti narcisistici: l’invidia per l’altro, il bisogno di approvazione, la voglia di mettersi in mostra (diagnosticata da alcuni come sindrome di Munchausen).


Fonti:

  • La linea d’ombra – Sonya Caleffi: l’angelo della morte (s01 e04)
  • Wikipedia
  • DSM 5

 

mm

Valentina Zandonà

Psicologa iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia con N°17430. Ha maturato esperienza nell’ambito della diagnosi di demenze, nella valutazione e riabilitazione neuropsicologica di pazienti con grave cerebrolesione acquisita e ad oggi lavora in ambito clinico con pazienti psichiatrici in età adulta, con doppia diagnosi e autori di reato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *