Psicologia

Alle origini della psicopatia. Soggetti callous-unemotional e fattori predittivi in infanzia e adolescenza

La diffusione della cronaca nera non solo sui quotidiani ma anche su televisione e social media ha ormai sdoganato ogni censura rispetto ai peggiori crimini commessi. La forte eco mediatica riscontrata è certamente un dato che fa intuire l’interesse e la curiosità degli utenti, indipendentemente dal genere o dall’età, verso le notizie più cruente e verso i meccanismi psicologici che possono fornire una spiegazione a tali crimini.

Psycopathy Checklist e profili psicopatici

Le prime definizioni scientifiche di psicopatia risalgono agli anni ’40. In particolare lo psicologo canadese Robert Hare definì nel 1941 un soggetto psicopatico come una persona estremamente manipolatrice, spesso aggressiva e violenta, incapace di provare rimorso e privo di qualsiasi consapevolezza rispetto alla gravità degli atti compiuti. Gli studi di Hare proseguirono in un continuum di ricerca e approfondimento della personalità psicopatica, arrivando negli anni ’80 all’elaborazione della Psycopathy Checklist, una scala diagnostica composta da 20 affermazioni riguardanti comportamenti specifici e caratteristiche di personalità. Sulla base dei suoi studi Hare giunge alla descrizione di tre profili psicopatici:

  • Primary psychopaths. Rappresentano per certi aspetti la personalità più temibile, in quanto si tratta di soggetti apparentemente normali, dalle spiccate abilità oratorie, in grado di relazionarsi con gli altri ma che in realtà sono incapaci di sperimentare qualsiasi tipo di emozione.
  • Secondary o nevrotic psychopaths. A differenza del profilo precedentemente descritto, qui emerge una difficoltà a controllare le emozioni e le azioni.
  • Dissocial psychopaths. Queste persone delinquono e arrivano a compiere atti pericolosi soprattutto a causa dell’ambiente del quale si circondano e sono cresciuti. Possono provare senso di colpa e costruire legami affettivi.

I tre profili descritti si differenziano per diverse sfumature, il cui peso però costituisce una linea netta di demarcazione tra chi nasce con un tratto psicopatico e chi acquisisce questo stato soprattutto per fattori esterni.

La domanda dunque che può sorgere è la seguente: “Ci sono fattori predittivi della psicopatia, indizi che possano farla presagire?”. La risposta è sì.

Callous-unemotional

Negli ultimi trent’anni gli studi si sono concentrati sulle possibili correlazioni tra psicopatologia infantile e previsione di possibili evoluzioni in età adulta.

La totale assenza di empatia e di senso di colpa rappresentano i tratti di psicopatia più gravi. Questi soggetti vengono definiti callous-unemotional e i loro comportamenti durante l’infanzia risultano predittivi di un deterioramento psicopatologico da adulti.

Può infatti capitare che in soggetti callous-unemotional adulti, in età pre-adolescenziale e adolescenziale, si fosse presentato un Disturbo della Condotta con l’aggravante della mancanza di colpa o  rimorso, mancanza di empatia, mancanza di preoccupazione riguardo le proprie performance in ambito scolastico o in altre attività rilevanti, affettività superficiale. Per rientrare in un profilo callous-unemotional devono essere presenti almeno due dei criteri sopracitati, i quali devono essere riscontrati negli ultimi 12 mesi.

Durante l’infanzia, si verifica invece correlazione tra assenza di empatia e scarso contatto visivo.

Uno studio del 2015 condotto da Rachael Bedford e collaboratori ha indagato la possibilità di riscontrare dei tratti callous-unemotional in bambini di due anni e mezzo a partire dalla loro preferenza, a pochi mesi dalla nascita, tra volti umani e oggetti inanimati. I risultati hanno evidenziato una rilevanza di tratti callous-unemotional tra il 20 e il 50% del campione. Nei bambini con questi tratti quindi viene riscontrata una scarsa attenzione verso lo sguardo altrui. Essendo il contatto visivo uno strumento fondamentale per l’uomo anche per la condivisione e la comprensione delle emozioni degli altri, un tale dato confermerebbe anche da un punto di vista fisiologico l’assenza di questa componente empatica nei soggetti callous-unemotional.

Seppur la letteratura clinica in questo settore sia ancora nel pieno della ricerca, rintracciare possibili correlazioni durante l’infanzia consentirebbe di intervenire precocemente con un lavoro di prevenzione che potenzialmente potrebbe contribuire a circoscrivere la prognosi estremamente negativa e pericolosa di questi soggetti.

 

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Alessia Corticelli

Ssicologa dello sviluppo, lavora da anni nel mondo delle scuole e con le famiglie. Ha approfondito la sua preparazione professionale frequentando diversi corsi di formazione che le hanno permesso di ampliare le sue competenze nell’ambito della disabilità, della psicologia clinica e scolastica. Amante dell’arte moderna, dei libri e della musica rock.

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