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	<title>Pasquale Castronuovo, Autore presso PROFILI CRIMINALI</title>
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	<description>La vera faccia del crimine</description>
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	<title>Pasquale Castronuovo, Autore presso PROFILI CRIMINALI</title>
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		<title>Chico Forti (parte 3) – Colpevole o innocente?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 13:09:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[chico forti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutte le prove e le evidenze oggettive sul caso Forti, l’uomo condannato all’ergastolo in un carcere di massima sicurezza in</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/05/01/chico-forti-parte-3-colpevole-o-innocente/">Chico Forti (parte 3) – Colpevole o innocente?</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Tutte le prove e le evidenze oggettive sul caso Forti, l’uomo condannato all’ergastolo in un carcere di massima sicurezza in Florida. </em></h2>
<hr />
<p>Dopo aver analizzato nelle scorse parti del lavoro, la <a href="https://profilicriminali.it/2020/02/27/chico-forti-parte-1/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">biografia di Chico</a> ed i <a href="https://profilicriminali.it/2020/04/21/chico-forti-arresto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">motivi che portarono alla sua condanna</a>, cercheremo ora di valutare gli elementi presenti in nostro possesso riguardo la reale innocenza o colpevolezza dell’uomo, al di fuori di qualsiasi condizionamento mass mediale propinatoci recentemente in TV.</p>
<h3><strong>Un caso controverso</strong></h3>
<p>Nonostante la recente ribalta mediatica del caso, ancora oggi, riguardo il procedimento giudiziario del 2000, si hanno pochissimi elementi oggettivi e la campagna mediatica accesasi a supporto delle teorie innocentiste presuppone necessariamente l’accettazione delle stesse senza alcun contraddittorio.</p>
<p>Di quella sera sappiamo quello che ha raccontato più volte Chico, ovvero di aver prelevato Dale Pike in aeroporto e di averlo lasciato in compagnia di un uomo al Rusty Pelican, un ristorante di Miami, dopo una breve sosta ad una stazione di servizio lungo il tragitto.</p>
<p>Tuttavia di tutto il processo, e dei 12 anni di appelli, non si sa nulla né delle udienze preliminari, nè dei dibattimenti iniziali. Non si conoscono altresì le effettive istruzioni date alla giuria, né tantomeno si ha il verbale del processo. Non si può inoltre conoscere il punto di vista dell’accusa o della difesa o come mai siano falliti i sei appelli proposti negli anni successivi. Tutto quello che possediamo sono solo e soltanto le affermazioni e le poche carte rese disponibili dallo stesso Chico (delle 30.000 pagine del processo soltanto l’1% è rinvenibile in rete).</p>
<p>Per chi fa della criminologia la sua professione, questa può considerarsi come una prima evidenza: tale mancanza di informazioni, nonostante si tratti di un processo “vecchio” 20 anni, evidenzia infatti un primo punto “contro” il Forti. Qualora si voglia dibattere oggettivamente su di un processo, è importante infatti possedere un giusto contraddittorio, cosa non possibile in questo caso poiché non v’è traccia dei dati ufficiali.</p>
<h3><strong>Colpevole o innocente?</strong></h3>
<p>Ciononostante vi sono alcune considerazioni che si possono fare sui pochi elementi posseduti. Analizzando le testimonianze prodotte negli anni (alcune delle quali misteriosamente scomparse), taluni dei verbali del processo, i primi interrogatori e la scena del crimine, si può cercare di rispondere con obiettività alle questioni sollevate dalla TV e da chi crede nell’ innocenza dell’uomo.</p>
<h4><strong>Un processo troppo veloce</strong></h4>
<p>Una delle prime tesi sostenute da chi si dice convinto dell’innocenza di Chico, e della scorrettezza del procedimento ai suoi danni, riguarda la velocità con cui il processo si è svolto. Quasi un mese di udienze che appaiono tuttavia, agli occhi dei profani del sistema americano, come un qualcosa di eccessivamente sbrigativo se erroneamente paragonato ai nostri tempi “biblici”. In realtà i processi in America durano solo pochi giorni, poiché proceduti da moltissime udienze preliminari e se si considera che nel processo Forti furono svolte in 24 giorni 18 udienze, ci si rende conto di come il caso abbia avuto un importante ed ampia fase dibattimentale, senza alcuna violazione dello “speed trial”.</p>
<h4><strong>La condanna su di una sensazione</strong></h4>
<p>E’ stato più volte ribadito che la condanna statuita dal giudice Platzer, sia giunta sulla base di una sensazione di quest’ultima, ovvero senza avere alcuna prova di un’oggettiva colpevolezza. I sostenitori di Chico riportano infatti pedissequamente una frase pronunciata dal giudice durante la sentenza: “<em>La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato istigatore del delitto</em>”. Semmai tal affermazione fosse realmente stata pronunciata, nonostante non vi sia alcuna documentazione a riguardo, occorre ricordare che nei processi americani l’imputato è giudicato da 12 giurati che decidono segretamente il verdetto, senza fornire alcuna spiegazione né al pubblico, né al giudice che non motiva mai una sentenza, proprio come nel resto dei paesi del Common Law. Ciò detto, resta un interrogativo di difficile risposta: come mai nessuno dei presenti, a quelle parole proferite da chi stava condannando l’uomo, non ha avuto un sussulto alla lettura della sentenza nel 2000? Ma soprattutto come mai della questione non v’è traccia nelle interpellanze parlamentari, ma che si citi la questione, per la prima volta, soltanto nel 2009? Perché nonostante si sia più volte affermato della mancanza di clamore mediatico, del caso Forti se ne parlò abbondantemente già nel 2001, quando vi furono diverse interrogazioni parlamentari a riguardo (interpellanza di Pisapia e della giornalista di Rai 3 Lara Boccalon, la quale girò un documentario sul caso vincendo anche un premio) e si parlava già di innocenza (venne trasmesso sulla Rai il documentario <em>Il Sorriso della Medusa</em>). I governi italiani si sono occupati di Forti fin dall’inizio, senza che nessuno abbia mai menzionato le fantomatiche mere sensazioni. Non lo fece il console Centracchio, presente al processo, e non lo fece il Viceministro Innnocenzi, il quale ha compiuto diversi viaggi in Florida.</p>
<h4><strong>La Polizia gli ha mentito</strong></h4>
<p>Ci si lamenta del fatto che, durante il suo primo interrogatorio, i detective di Miami abbiano mentito al Forti dichiarando che, oltre al figlio Dale, anche suo padre Tony fosse stato trovato morto a New York nelle stesse condizioni del figlio. Bisogna a tal proposito osservare che, seppur possa essere considerata una questione poco “etica”, la polizia americana ha la piena facoltà di poter mentire ad un sospettato durante un interrogatorio (si veda la sentenza Frazier v. Cupp, 1969). Riguardo i Miranda Warning, che si presume non siano stati letti durante gli interrogatori e su cui si è aperta una forte polemica negli anni a seguire, bisogna ricordare che essi vengono letti al sospettato soltanto qualora lo stesso sia già ufficialmente in stato di arresto, mentre Forti venne interrogato la prima volta il 19 febbraio del 1998 (un giorno prima del suo effettivo arresto). Inoltre, nonostante il suo alibi di ferro sia riguardo l’omicidio di Dale a Miami che di Tony a New York (per tutto il tempo della sua permanenza a New York, Chico resterà in taxi), l’uomo dapprima mentì alla Polizia durante l’interrogatorio, alla moglie, al suocero, a Tony Pike e al suo amico Knott, e poi raccontò di aver prelevato Dale su indicazioni di Thomas Knott, ma di non sapere cosa il tedesco avrebbe voluto farne del ragazzo.</p>
<h4><strong>Chico non è stato mai ascoltato durante il processo </strong></h4>
<p>Una delle teorie portate avanti con più forza dai sostenitori di Chico riguarda il fatto che l’uomo, per tutta la durata del processo, non sia mai stato ascoltato o interrogato e questo abbia finito per convincere la giuria della sua colpevolezza. In realtà nei processi americani l’imputato può parlare solo qualora giuri come teste (cosa di norma sconsigliata), e comunque in tutti i casi a terminare il dibattimento è sempre l’Accusa, anche qualora l’imputato decida di parlare (Quinto Emendamento).</p>
<h4><strong>Tony Pike non era il proprietario dell’hotel </strong></h4>
<p>Sono in molti a credere che in realtà sia stato Tony ad aver tentato di truffare Chico in quanto Pike non possedeva più da tempo la proprietà dell’hotel. In realtà seppur la struttura finanziaria dell’albergo fosse suddivisa in quote in modo da evadere le tasse spagnole, con un 5% registrato come società spagnola ed il 95% intestato ad una società di Jersey, la proprietà dell’albergo era a tutti gli effetti di Pike (lo ammetterà lo stesso Forti in un’intervista su Jack TV il 27 giugno 2012), il quale lo gestirà anche nei dieci anni successivi alla morte del figlio.</p>
<h4><strong>Non gli è stato concesso alcun appello </strong></h4>
<p>Seppur si sia diverse volte evidenziato di come, in tanti anni, non sia mai stato concesso aprioristicamente alcun appello per evitare la caduta di un grande “castello di carte” artefatto dalla Polizia, Chico ne ha avuti almeno quattro: il primo davanti al giudice del processo, due Habeas Corpus ed un appello diretto statale. Al contrario del processo di merito, l’appello americano è tutto per iscritto e non prende in considerazione le tesi sostenute in fase dibattimentale, ma solo le nuove prove. Anche il governo italiano si è mosso anzitempo attraverso un Amicus Curiae, ma ciò non è bastato poiché negli Stati Uniti la sentenza statuita nel processo di merito chiude la vicenda, e per annullarla servono solidi elementi difensivi che nessuno ha mai prodotto.</p>
<h4><strong>Il giudice che lo ha condannato era corrotto </strong></h4>
<p>Si è più volte sostenuto che il giudice Victoria Platzer, colei che ha condannato all’ergastolo Enrico, fosse la stessa che partecipò alle indagini sul caso Versace. Ci sarebbe stato quindi da parte del giudice tutta la voglia di vendicarsi di un uomo che, attraverso il suo documentario, gettò discredito sulla polizia di Miami. In realtà il giudice Platzer, prima di assurgere alla funzione di magistrato a partire dal 1994, fu poliziotta dal 1976 al 1983, ovvero 15 anni prima dei fatti riguardanti Versace, ed oltretutto nel dipartimento di Miami Beach (l’assassinio di Dale avvenne nella giurisdizione di Miami). Bisogna considerare che nella sola Miami Dade County ci sono 37 diverse agenzie di polizia, tra cui la più importante è la Metro (5000 uomini ca.), mentre nella giurisdizione di Miami Beach vi sono altri 600 agenti. Numeri troppo grandi per pensare ad un complotto.</p>
<h4><strong>Non si è mai dichiarato colpevole </strong></h4>
<p>Sono in molti a sostenere che una eventuale dichiarazione di colpevolezza da parte del Forti nel corso di tutti questi anni, avrebbe consentito la sua estradizione in Italia. Questa è una condizione alquanto inverosimile poiché, attraverso una confessione, Forti avrebbe ottenuto soltanto una condanna leggermente più lieve attraverso l’istituto americano del Plea Bargain. Tale possibilità è comunque svanita dopo la sentenza di condanna, in quanto nessun condannato all’ergastolo LWOP ha mai avuto possibilità di scontare la sua pena in un altro paese.</p>
<h4><strong>E’ stato assolto dall’accusa di truffa </strong></h4>
<p>Nonostante si ripeta con insistenza del fatto che Forti sia stato assolto dall’accusa di truffa ai danni di Tony Pike, padre della vittima, per la compravendita dell’albergo, facendo venir meno il movente dell’omicidio del figlio Dale, Chico in realtà non è mai stato assolto, ma il capo di imputazione venne semplicemente sospeso dalla Procura non un Nolle Prosequi, poiché la truffa venne valutata come il movente dell’omicidio per evitare due processi paralleli (non avrebbe avuto senso processare il Forti prima per truffa e poi per omicidio). Il Nolle Prosequi non è affatto un’assoluzione, ma semplicemente l’Accusa ha preferito sospendere i capi di imputazione per la truffa usandole come movente nel processo per omicidio, che si sarebbe tenuto poco dopo. Si è condannato il soggetto sulla base del c.d. Felony Murder, ovvero un omicidio commesso durante l’esecuzione di un altro reato (la truffa). Inoltre fu la stessa Corte, utilizzando un caso analogo (caso Foraker, 1978), a spiegare il motivo della Motion in Limine per l’accusa di truffa (la Motion in Limine è un istituto presente nella giurisdizione americana in cui vengono iscritti gli elementi che la giuria deve o non deve sapere, in quanto quest’ultima non è in grado di decidere da sola se una prova è legale o meno).</p>
<h4><strong>Chico non è scappato </strong></h4>
<p>Alcuni innocentisti hanno sollevato più volte la questione di come Forti, dopo aver ottenuto la libertà provvisoria da febbraio 1998 a ottobre 1999, non sia mai fuggito a dimostrazione della sua innocenza. In questi venti mesi di libertà (ottenuta proprio grazie al tanto vituperato giudice Platzer), Forti e la sua famiglia misero nelle mani della Corte tutte le loro proprietà, accettando il sequestro delle stesse in caso di fuga (Arthur Hearing). Un solo tentativo di sottrarsi alla giurisdizione avrebbe costituito il reato federale del Bail Jumping e la sottrazione di ogni bene. Occorre altresì aggiungere che, al fine di crearsi un alibi valido, l’uomo durante il periodo di libertà in attesa di giudizio, produsse una serie di atti notarili falsi, come dichiarato dallo stesso prosecutor durante la fase dibattimentale.</p>
<h4><strong>La scheda telefonica di Dale Pike </strong></h4>
<p>Tra gli oggetti rinvenuti vicino al cadavere di Dale, quello che più ha destato sospetto è una scheda telefonica le cui chiamate a durata 0 risultavano indirizzate al numero di Forti. Un indizio lampante, per molti “forzato” poiché nessun killer lascerebbe mai vicino al cadavere della propria vittima un elemento così forte della sua colpevolezza. In realtà dai tabulati analizzati si evince di come su quella scheda furono rinvenute 3 chiamate, di cui 2 ad un numero simile a quello di Chico e solo la terza al suo effettivo numero. Quello che occorrerebbe chiedersi è: se davvero queste chiamate servivano per incastrare Chico, come mai chi le ha fatte non ha aspettato che l’uomo rispondesse per poterlo effettivamente incastrare? Come si sapeva che quello fosse il suo reale numero se quelle chiamate non hanno avuto risposta?</p>
<h4><strong>La scena del crimine </strong></h4>
<p>Riguardo la scena del crimine, e degli oggetti ritrovati accanto al corpo, ci sono diverse considerazioni da fare in tema di “staging” della scena. Se davvero si dovesse pensare ad una scena “apparecchiata” con gli effetti personali di Dale disposti in modo tale da incastrare Chico, nessuno avrebbe avuto motivo di spogliare la vittima ed inscenare un omicidio a sfondo omosessuale, dato che Forti è dichiaratamente eterosessuale. Verosimilmente solo Chico avrebbe avuto motivo di spogliare la vittima ed inscenare un tal tipo di omicidio per allontanare i sospetti da sé. Anche la spiaggia dove venne ritrovato il cadavere non fu una scelta casuale: Sewer Beach in quei giorni non solo era infatti poco fruibile ai windsurfer a causa di un precedente uragano, ma soprattutto le condizioni metereologiche di quel giorno rendevano impossibile qualunque tipo di attività nautica. Chi ha posizionato il cadavere in quel luogo sapeva bene dunque che, dopo le ore 18.30, nessuno vi sarebbe stato.</p>
<p>Sugli oggetti ritrovati bisogna invece considerare che l’azione di depistaggio venne compiuta nel buio più totale (il 15 febbraio 1998 il sole in Florida tramontò alle 18.14) e che gli oggetti possano verosimilmente esser stati persi durante il denudamento del cadavere.</p>
<h4><strong>Le due prove: la sabbia e la pistola </strong></h4>
<p>Gli indizi che hanno certamente condannato Enrico Forti sono la pistola cal. 22 con cui è stato ucciso Dale Pike, arma acquistata qualche tempo prima dal Forti, ma che i sostenitori dell’uomo ritengono appartenesse al tedesco Knott, che quel giorno non avrebbe avuto i soldi necessari per comprarla. Teste chiave sarebbe stato il commesso del negozio Ken Duval che in realtà ha però sempre sostenuto che i due siano arrivati insieme ma che l’arma sia stata consegnata soltanto il giorno dopo da altri, in quanto nessuno possedeva la documentazione idonea per il background check (deposizione Ken Duval).</p>
<p>Riguardo la sabbia ritrovata nel gancio traino dell’auto del Forti sarebbe stato interessante conoscere i dettagli dibattimentali del processo. Ma ancora oggi nessuna informazione dettagliata inerente la questione è stata divulgata.</p>
<h4><strong>Il Sorriso della Medusa </strong></h4>
<p>Anche in questo caso bisogna riflettere su tempistiche e fattibilità delle azioni. Se la Polizia avesse voluto incastrare Chico lo avrebbe ragionevolmente fatto subito, mettendo un po’ di marijuana nell’auto ad esempio, e non dopo 6 mesi coinvolgendo tutti i dipartimenti di Polizia della Florida. Forti ha inoltre più volte chiarito che, dopo l’appello, avrebbe fatto i nomi delle persone per cui lui sarebbe un “personaggio scomodo”, ma ancora oggi, a 20 anni di distanza, nessun nome è stato fatto.</p>
<h4><strong>Ci sono stati dei principi violati </strong></h4>
<p>I sostenitori del Forti hanno più volte elencato una serie di principi che sarebbero stati violati o negati durante il procedimento. Tra queste vi è la trasgressione della Convenzione di Vienna (il consolato italiano non è stato avvisato) o la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. In realtà non vi è stata violazione di alcun principio: l’Articolo 36.1.b della Convenzione prevede che il Consolato sia avvisato solo su richiesta dell’arrestato (Forti non avvertì neppure la famiglia), mentre riguardo la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, gli USA non ne fanno parte.</p>
<h4><strong>Il conflitto di interessi dell’avvocato difensore Ira Lowey </strong></h4>
<p>Uno dei punti forti delle teorie innocentiste, riguarda il presunto conflitto di interessi di uno dei suoi avvocati Ira Lowey, la quale avrebbe ricoperto il ruolo di prosecutor (accusa) in un altro caso, mentre svolgeva le sue funzioni di avvocato difensore nel processo Forti. Per affrontare in maniera adeguata la questione occorre innanzitutto premettere che Chico era seguito da ben due avvocati, il leggendario Donald Bierman e Ira Lowey, pagati circa 1 miliardo di lire, una cifra che creò imbarazzo all’epoca dei fatti, il che rende quantomeno inverosimile il fatto che si fossero venduti alla procura ed avessero tradito il loro assistito. Riguardo Ira Lowey, egli svolgeva la funzione di special prosecutor (lavorava cioè al posto della procura) nel processo contro Diane Lynn Vardalis, un caso di poco conto che si concluse con un patteggiamento. Essendo la Vardalis una dipendente del procuratore dello stato, e onde evitare un conflitto di interessi ai suoi danni, si scelse di chiamare come accusa un noto avvocato come Lowey, normale procedura in questi casi. La questione è stata più volte discussa in aula, senza che sia mai stata sollevata effettivamente alcuna irregolarità, ragion per cui non c’è alcun motivo di credere che il processo sia stato manipolato o nullo, poiché seppur si fosse dimostrato l’inesistente conflitto di interessi di Ira Lowey nel caso Forti, sarebbe stato sicuramente ininfluente ai fini della condanna, come dichiarato dal giudice Murphy nel corso dell’appello Habeas Corpus.</p>
<h3><strong>E’ davvero possibile un nuovo processo?</strong></h3>
<p>L’idea di un nuovo processo non è neanche mai stata presa in considerazione dai legali di Chico Forti e l’uomo non si è mai rivolto a nessuna delle moltissime associazioni che in USA da anni si battono per i diritti degli innocenti. Neppure l’arrivo dell’avvocato Joe Tacopina ha cambiato la situazione, in quanto l’unico consiglio è stato quello di pagare altri investigatori in grado di trovare delle nuove prove. Resta inoltre da chiedersi come mai uno come Tacopina, famosissimo avvocato da più di 1000 dollari l’ora, abbia preferito non rilasciare mai interviste ai media della Florida sulla innocenza del Forti, impedendo alla vicenda di assumere proporzioni mediatiche importanti anche oltre oceano</p>
<p>Nel corso di tutti questi anni, sono stati diversi gli ambiti che i sostenitori di Chico hanno cercato di citare: dall’eccessiva velocità del processo, al guanto di paraffina (pratica non più in uso da trent’anni), alla macchina della verità (che non può essere portata in aula). Di nessuna importanza sono altresì i fantomatici diritti difensivi che sarebbero stati lesi nel corso del procedimento, in quanto non vi è alcuna dimostrazione che l’uomo non sia stato adeguatamente difeso dai suoi legali o che sia stato vittima di un complotto. Al contrario furono gli avvocati difensori ad aver proposto alla giuria una versione che voleva il tedesco Knott (più volte accusato dallo stesso Chico) come l’assassino.</p>
<p>Da un punto di vista giudiziario la vicenda è ormai chiusa dal 2009, dopo il fallimento degli ultimi appelli proposti. Il processo potrebbe riaprirsi solo nel caso di una nuova prova non conosciuta all’epoca dei fatti, in quanto qualsiasi elemento discusso in TV è stato già ampiamente affrontato nelle aule dei tribunali. Anche lo stesso Tacopina ha chiaramente affermato che la questione è chiusa.</p>
<h3><strong>Fattore “oggettività”</strong></h3>
<p>Per lo studio e l’approccio di questo caso ci si poteva basare su quanto raccontato in TV, sui pochi elementi rinvenibili in rete o attraverso le testimonianze dei sostenitori delle tesi innocentisti. Ma trattandosi di una vicenda giudiziaria complessa e giudicata sulla base di una giurisdizione differente dalla nostra, la facilità di errore o di paragoni con i sistemi nostrani, avrebbe reso vano qualsiasi tentativo oggettivo di analisi. Come sempre dovrebbe essere in questi casi, si è scelta invece la via della professionalità; perché al di là dei documenti processuali e della scena del crimine analizzati, il presente lavoro è stato reso possibile grazie al sempre puntuale e disponibile aiuto di uno dei massimi esperti di sistema penale americano, che ha minuziosamente trattato la vicenda fin dall’inizio, il dottor Claudio Giusti, fondatore della World Coalition Against The Death Penalty e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/05/01/chico-forti-parte-3-colpevole-o-innocente/">Chico Forti (parte 3) – Colpevole o innocente?</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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		<title>Chico Forti (parte 2) &#8211; l&#8217;arresto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2020 15:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[chico forti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quali furono le vicende che portarono all’arresto Enrico Forti, l’uomo che da 20 anni grida la sua innocenza da un</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/04/21/chico-forti-arresto/">Chico Forti (parte 2) &#8211; l&#8217;arresto</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Quali furono le vicende che portarono all’arresto Enrico Forti, l’uomo che da 20 anni grida la sua innocenza da un carcere di massima sicurezza in Florida?</em></h2>
<hr />
<p>Nella <a href="https://profilicriminali.it/2020/02/27/chico-forti-parte-1/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">prima parte del lavoro sul caso Forti</a> ci siamo concentrati sulla sua biografia, tracciando i punti chiave non solo relativamente alla prolifica carriera sportiva da surfista, ma anche riguardo l’attività di video-maker iniziata negli Stati Uniti dopo un grave infortunio. Ci si è altresì occupati dell’episodio che, secondo i suoi sostenitori, più di tutti condannò e cambiò per sempre la sua vita: il documentario sull’assassinio di Gianni Versace, <em>Il Sorriso della Medusa</em>. Un film che solleverà molti dubbi sulla reale morte dell’assassino di Versace, Andrew Cunanan, gettando ombre sull’operato della stessa polizia di Miami, rea di aver ucciso l’uomo dopo una serrata caccia, e di averne trasportato il cadavere solo successivamente nella casa galleggiante, luogo in cui, secondo la versione ufficiale, verrà rivenuto suicida.</p>
<p>La presenza di quelle che sembravano numerose aporie portarono infatti il Forti ad interessarsi della questione e, anche grazie anche all’amicizia con Thomas Knott, un tedesco suo vicino di casa a Miami, riuscì a girare il suo documentario dopo aver acquisito i diritti della house boat.</p>
<p>Ma è davvero questo il motivo che metterà la parola fine alla vita di Chico, condannandolo all’ergastolo LWOP? La polizia ha davvero orchestrato un complotto contro il Forti dopo quel documentario, o c’è qualcos’altro che non torna, qualcosa affrontato male e superficialmente dai quanti sostengono con forza l’innocenza dell’uomo?</p>
<p>Prima di addentarci nella parte consistente del lavoro occorre ricordare che affrontare il caso Forti, ovvero trattare la colpevolezza o l’innocenza di un qualsiasi soggetto condannato con un sistema penale differente dal nostro, comporta necessariamente anche la conoscenza delle caratteristiche possedute da tal sistema, sgomberando il campo da assurdi paragoni tra ordinamenti nostrani e politiche penali estere. Nella fattispecie, parlando di sistema penale statunitense, concetti imprescindibili come Felony Murder, Miranda Warnings e Habeaus Corpus, non devono in alcun modo essere ignorati, al fine di una chiara e limpida valutazione.</p>
<h3><strong>Il Pike’s Hotel </strong></h3>
<p>Oltre alla sua grande passione per i documentari Enrico Forti era anche un affermato imprenditore. Possedeva infatti diversi appartamenti a Miami Beach, viveva una vita agiata ed era un uomo molto conosciuto. Ma l’occasione della sua vita arrivò quando l’amico Knott gli presentò Tony Pike, proprietario del Pike’s Hotel di Ibiza, locale molto in voga nel jetset negli anni ’90, frequentato da moltissime celebrità tra cui gli <em>Wham!</em> che lì gireranno il video della loro canzone <em>Club Tropicana</em>. A causa delle sue condizioni ormai non più fiorenti, nel 1997 si prospettò infatti la possibilità di acquisire l’hotel proprio su proposta dello stesso proprietario Anthony che, conoscendo le disponibilità economiche del Forti, e la sua propensione all’imprenditoria immobiliare, gli propose di acquisire la struttura per ridarle nuovo vigore.</p>
<h3><strong>L’assassinio di Dale Pike</strong></h3>
<p>Pochi giorni prima della chiusura della compravendita, verso metà febbraio, a Miami arrivò Dale Pike, quarantaduenne figlio di Tony, con cui lo stesso Forti aveva un appuntamento.</p>
<p>Della vita di Dale non si sa molto. Il ragazzo chiuse ogni tipo di rapporto con il padre e venne cacciato dall’amministrazione dell’hotel dopo esser stato scoperto a rubare dalle casse. Preferì dunque trasferirsi per qualche anno in Malesia, prima di ritornare ad Ibiza nel gennaio del 1998 e scoprire con suo stupore che l’immobile del padre era in vendita.</p>
<p>Verso febbraio dello stesso anno Tony e Dale programmarono un ritorno a Miami. A pagare i biglietti sarà lo stesso Chico, come anticipo della quota per l’acquisizione dell’hotel. Tuttavia, due giorni prima di partire, Pike padre rinvierà il suo viaggio di qualche giorno, raccomandando Chico di prendersi cura del figlio fino al suo arrivo. Il 15 febbraio del 1998, Dale arriverà all’aeroporto verso le 17, ma per via delle difficoltà a trovare il Forti i due si incontreranno solo verso le 18:30. Sarà proprio in quest’occasione che le vite di Chico e Dale si intrecceranno segnandosi reciprocamente.</p>
<p>Il 18 febbraio del 1998, giorno previsto dell’arrivo di Tony a New York, dopo averlo aspettato invano per diverse ore in aeroporto, Chico, attraverso una serie di controlli verrà a sapere dell’assassinio di Dale. L’uomo venne infatti trovato morto lunedì 16 febbraio 1998, 24 ore dopo essere atterrato, ed il giorno successivo ne fu riconosciuto il cadavere. Sul luogo del delitto, vicino al corpo esanime del giovane, freddato da due colpi di cal.22, verranno rinvenuti diversi oggetti: un biglietto aereo Madrid-Miami, una scheda telefonica la cui analisi confermerà delle chiamate al numero di Forti e un portachiavi del Pike’s Hotel.</p>
<p>Il 19 febbraio Chico verrà convocato al Dipartimento di Polizia come persona informata sui fatti, e proprio in quell’occasione i detective, mentendogli, gli riferiranno anche la morte di Pike padre, rinvenuto nelle stesse condizioni del figlio (nudo e con due colpi di pistola alla testa). Il panico provocato da quella bugia raccontatagli indusse Chico in un errore che gli costerà per sempre caro. L’uomo affermò infatti di non aver mai incontrato Dale giorno 15 febbraio in aeroporto, ritrattando la sua bugia solo dopo aver preso visione dei tabulati telefonici mostratigli dalla polizia. Solo a quel punto Chico dirà di aver prelevato Dale e di averlo accompagnato come da sua richiesta al Rusty Pelican, un ristorante a Key Biscayne, ove ad attenderlo vi era una macchina, una Lexus bianca, con a bordo una persona distinta e ben vestita.</p>
<p>Ma quella ritrattazione, avvenuta dopo un maldestro tentativo di procurarsi un alibi, non cambierà più la sua situazione. Enrico verrà infatti arrestato il 20 febbraio e processato con l’accusa di frode e circonvenzione di incapace, in relazione all’acquisto dell’hotel, e di omicidio per la morte di Dale.</p>
<p>Proprio questa vicenda sarà la genesi di una biforcazione che vede ancora oggi contrapposte due tesi: quella innocentista, evocata a gran voce dalla maggior parte dell’opinione pubblica e dai vip nostrani, che vuole il Forti vittima di un complotto ardito ai suoi danni dopo il famoso documentario su Versace (a dimostrazione di questo i “forzati” indizi lasciati sul luogo del delitto che lo incastravano) e quella invece colpevolista, secondo la quale Dale sarebbe stato freddato dal Forti con due colpi di pistola per impedirgli l’intromissione nell’affare portato avanti con il padre, per l’acquisizione del Pike’s Hotel. Dale si sarebbe infatti accorto di una truffa ai danni del padre in quanto Chico non avrebbe mai materialmente posseduto la somma di denaro necessaria all’acquisizione dell’immobile.</p>
<h3><strong>Il processo</strong></h3>
<p>L’accusa principale fu che Forti, accortosi del precario stato di salute di Tony Pike, avesse voluto sottrare in modo fraudolento il 100% dell’hotel; Dale, resosi conto dell’imbroglio ai danni del padre, sarebbe giunto a Miami con lo scopo di accertarsi che Chico possedesse realmente la somma pattuita per la compravendita, venendo quindi ucciso per non far saltare l’accordo.</p>
<p>Tra le diverse prove che inchiodarono Chico anche l’arma del delitto, una cal. 22, mai ritrovata, ma acquistata dall’uomo qualche giorno prima.</p>
<p>Nonostante quasi un mese di dibattimento e di diverse udienze, Chico Forti verrà condannato all’ergastolo LWOP (Life Without Parole – senza possibilità di rilascio sulla parola) il 15 giugno del 2000.</p>
<h3><strong>Fine seconda parte</strong></h3>
<p>Per i sostenitori delle teorie innocentiste tutta la vicenda è stata in realtà una grande messinscena orchestrata dalla stessa polizia di Miami, che per punire l’uomo che solo qualche tempo prima, attraverso il suo documentario <em>Il Sorriso della Medusa</em>, ebbe il coraggio di mettere in dubbio l’operato delle forze dell’ordine nel caso del killer di Versace, disseminò sulla scena del delitto indizi che portavano inevitabilmente alla persona del Forti. Una congiura di enormi dimensioni, a cui avrebbero partecipato oltre allo State Attorney della Miami Dade County anche i 12 giurati, il giudice Platzer, i giudici della Florida e gli stessi avvocati difensori.</p>
<p>Ma cosa sappiamo oggi dell’intera vicenda, del processo e delle prove che lo condannarono?</p>
<p>Chico Forti può davvero essere considerato colpevole dell’omicidio di Dale Pike, o in realtà è stato incastrato dalla Polizia di Miami?</p>
<p>Al fine di consentire allo stesso lettore un’opinione oggettiva e scevra da qualsiasi condizionamento mediale, tutte le prove e le evidenze oggettive del caso a noi oggi conosciute verranno affrontate una per una nella terza ed ultima parte del lavoro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/04/21/chico-forti-arresto/">Chico Forti (parte 2) &#8211; l&#8217;arresto</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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		<title>Covid-19, mass media e quarantene: una possibile eterogenesi dei fini</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2020/03/26/covid-19/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 10:14:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quali sono i possibili effetti psico-sociali di una quaranta forzata, e in che modo un’isolamento temporalmente “indefinito” può risolversi negativamente</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/03/26/covid-19/">Covid-19, mass media e quarantene: una possibile eterogenesi dei fini</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Quali sono i possibili effetti psico-sociali di una quaranta forzata, e in che modo un’isolamento temporalmente “indefinito” può risolversi negativamente nella vita di un soggetto</em></h2>
<hr />
<p>Preoccupazione, incertezza, ansia. L’odierna situazione di emergenza derivante dalla pandemia Covid-19, ed il susseguirsi di aggiornamenti quotidiani di dati su contagio e mortalità del virus, non fanno altro che impattare negativamente sempre più su una salute, già di per sé molte volte precaria, degli attori sociali coinvolti. Soggetti sottoposti non solo ad uno stato di isolamento sociale forzato, ma succubi altresì di un devastante impatto mass mediale carente e inidoneo sia riguardo gli aspetti psicologici cui la società va incontro, sia sui numeri veri e propri dell’epidemia.</p>
<p>Un’emergenza collettiva senza precedenti nella storia sociale recente, capace di cambiare drasticamente le abitudini ormai ben radicate nella nostra cultura attraverso una serie di restrizioni talmente tanto severe, per molti solo apparentemente, da chiamare in causa una possibile violazione dei sacri articoli costituzionali.</p>
<h3><strong>Quarantena. Come agisce su un individuo?</strong></h3>
<p>La prima delle risposte collettivamente espressasi nelle prime fasi di questa iperbole pandemica, anche in virtù delle regolamentazioni governative, oltre che all’assalto ai supermercati, a causa dei messaggi veicolati riguardo la fantomatica scarsità di risorse, è stato l’allontanamento dalle prime “zone rosse” della penisola da parte di quei soggetti, soprattutto studenti universitari e lavoratori, trovatisi in suddette aree. Un comportamento da molti definito deprecabile ma dettato dalla necessità inconscia di reagire ad una situazione di crisi imprevista, attraverso una risposta altrettanto forte: la fuga. Del resto proprio il gesto di quei soggetti sanciti come “criminali”, scappati dal Nord Italia per ricongiungersi con i propri familiari, è stato in primis mal affrontato dagli stessi mass media, rei di aver prodotto fin da subito un’informazione irresponsabile aumentando l’incertezza di tutta la comunità e di lì a poco, di tutto quello che ne è seguito.</p>
<p>Per capire meglio questa situazione corre in nostro aiuto Jhon Drury, psicologo sociale ed esperto di comunicazione, il quale ha in passato trattato il concetto di “panico” e di “comunità”: la convinzione che ci sia una situazione di “panico” altro non produce che un agire, da parte del soggetto, in modo puramente individualistico, e solo quando le persone pensano a sè stesse come identità sociale diventano più collaborative e meno egoiste. Una situazione che ha una sua razionalità dunque, come dichiarato anche dallo psicologo Lorenzo Montali.  Il primo grave errore commesso sia da parte di chi aveva il compito di gestire questa situazione di emergenza sia dall’informazione mainstream è proprio questo: la non consapevolezza dei danni che si stavano producendo divulgando informazioni “apocalittiche”. Occorreva infatti essere consapevoli che un uso corretto della comunicazione oltre che aiutare la costruzione di un’identità condivisa, avrebbe esercitato anche una grande influenza sulla comunità aiutandola a collaborare senza cadere nel tranello del panico, in quanto più un individuo sarà in preda alla paura, più si restringerà il campo della razionalità e della auto-riflessività.</p>
<p>Anche la prima fase della quarantena ha verosimilmente risentito delle modalità con cui la stessa misura è stata comunicata, poiché bisogna infatti considerare che una “sospensione della normalità” derivante da un’epidemia attraversa diverse fasi, in cui si passa da un iniziale momento di rassegnazione, al tentativo di costruzione di una nuova identità sociale (come insegnano i flash mob sui balconi), in cui i soggetti devono essere accompagnati con una sana informazione.</p>
<h3><strong>Quali risvolti psicologici</strong></h3>
<p>Ma in che modo uno stato di asocialità forzata agisce sull’individuo? Ma soprattutto potranno bastare in questo periodo il lavoro svolto da associazioni e singoli cittadini che gratuitamente forniscono supporto telefonico, senza avere tuttavia nel nostro paese un vero e proprio gruppo specialistico di riferimento in grado di gestire anche la comunicazione istituzionale?</p>
<p>Perché in tal senso, oltre alle risposte da parte della collettività, occorre considerare più di ogni altra la risposta individuale da parte di ogni soggetto, in base non solo alle risorse possedute ma anche al contesto dell’ambiente in cui è immerso, ambiente che modula inevitabilmente i livelli di ansia e paura. Neppure la fragilità di talune condizioni aiutano gli attori sociali coinvolti, travolti da un’ambiente saturo di preoccupazione, incertezza, stravolgimenti e terrorismo mass mediatico.</p>
<p>Soprattuto negli anziani in isolamento le misure assistenziali dovrebbero avere un’assoluta certezza nell’applicazione, fornendo supporto emotivo, di aiuto pratico, condividendo altresì informazioni chiare e semplici su come proteggersi dal contagio e su quale siano le soluzioni idonee da applicare. Per queste categorie di soggetti lo “ state a casa”, brocardo categorico cui siamo sottoposti quotidianamente, significa deprivazione, solitudine, sofferenza.</p>
<p>Sofferenza per una vita momentaneamente svuotata di ogni contatto personale e di tutte le altre attività di svago normalmente svolte, che potrebbe anche favorire il processo di deterioramento cognitivo.</p>
<p>L’inidoneità del contesto familiare unitamente alla convivenza forzata, ad esempio nel caso di coppie conflittuali o di donne soggette a violenza, rischia inoltre di creare crepe, di far saltare gli equilibri, di esacerbare delle situazioni già complesse.</p>
<p>Per capire meglio le conseguenze di una quarantena su un gruppo di soggetti si possono prendere come riferimento i risultati derivanti dalla quarantena di 9 giorni imposta al personale ospedaliero venuto a contatto con SARS-CoV durante l’epidemia del 2003; in questi soggetti il disturbo più presente fu quello acuto da stress, caratterizzato da ricordi intrusivi manifestatisi entro le 4 settimane. I sintomi più ricorrenti: ansia invadente, ricordo angosciante dell’evento, sofferenza psicologica, iper vigilanza e persistente incapacità di provare emozioni positive.</p>
<p>Se da una parte è vero che il rischio presente di contagio nel nostro paese è un qualcosa da combattere ad ogni costo, d’altra parte non bisogna dimenticare i pericoli derivanti da una vita stravolta da un evento imprevisto, come una pandemia o una quarantena ad libitum che oltre alla mancanza di affettività, è ancor più esasperata dalle preoccupazioni legate alle finanze personali. E se per la maggior parte dei soggetti, questi possono verosimilmente essere stati transitori, sopportabili, per altri una tale perdita di “normalità” comporta una importante caduta depressiva, uno stato che difficilmente potrà risolversi con la tanto sperata fine dell’emergenza. Lo stress cronico influisce infatti oltre che sul benessere mentale, anche sul lavoro. Nei minori invece l’insorgenza di stati post-depressivi da stress è una delle conseguenza più facilmente insorgenti una volta tornati alla vita di tutti i giorni.</p>
<h3><strong>Cosa fare?</strong></h3>
<p>Per fortuna viviamo in un’epoca in cui è davvero impossibile non essere interconnessi. In un tale periodo occorrerebbe continuare a coltivare le relazioni personali in ogni modo possibile: videochiamate, uso dei social network, e per ciò che concerne il lavoro, l’utilizzo delle conference call, etc… Di estrema importanza inoltre controllare il proprio umore in questi giorni: tristezza, irascibilità, apatia, pensieri catastrofici, son tutti segnali che indicano un suo significativo abbassamento. Nel caso di un palese segnale di avvisaglia di un possibile stato depressivo o ansioso ricorrente è necessario intervenire, ricorrendo a figure professionali consultabili anche online come psicoterapeuti cognitivi comportamentali o il proprio medico di base. Perché proprio la trascuratezza dell’impatto psico-sociale di un isolamento forzato, e la debolezza di alcune tipologie di soggetti, come coloro possedenti disturbi ossessivo-compulsivi e stati d’ansia, possono a loro volta avere una prepotente ricaduta sull’esposizione ai rischi effettivi di contrarre il virus e sulle osservazioni delle limitazioni da osservare.</p>
<p>Obiettivo primario delle istituzioni è quello di adottare qualsiasi misura idonea ad una più tollerabile quarantena, per quanto questo possa essere possibile, e al fine di evitare delle ripercussioni negative sulla psiche dei soggetti, sarebbe necessario spiegare  con assoluta chiarezza quello che accade, la durata delle misure, le attività da svolgere e le misure economiche di aiuto post pandemia, poiché l’interruzione obbligata della propria attività lavorativa senza alcuna pianificazione futura aumentano di molto le probabilità di contrarre un disturbo mentale.</p>
<h3><strong>Conclusioni</strong></h3>
<p>Restare a casa non è, e non deve essere, soltanto una situazione di deprivazione affettiva e sociale. Soprattutto in questi casi di emergenza il mantenimento di uno stile di vita sano e attivo anche all’interno delle proprie abitazioni, deve essere raggiunto con ogni mezzo disponibile, imparando a convivere con questa situazione pianificando le proprie attività. La situazione attuale può sembrare estremamente preoccupante e il potere mass mediatico, reo molte volte di una informazione distorta, è il primo responsabile del senso di inquietudine e panico che oggi attanaglia la nostra società, bombardata da previsioni catastrofiche e scenari apocalittici. Tuttavia i soli numeri non bastano a rappresentare l’assoluta veridicità di quello che stiamo vivendo; ogni programma televisivo, ogni TG altro non fa che vendere i suoi “prodotti” esclusivamente sulla base della notiziabilità delle informazioni, seguendo la principale regola “<em>only bad news are good news</em>”. Dovere di ognuno è quello di informarsi quanto basta, filtrando le notizie, evitando facili isterismi, senza affidarsi a complottisti o a tecniche non riconosciute o ingannevoli.</p>
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		<title>Chico Forti (parte 1) &#8211; le origini del caso</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2020/02/27/chico-forti-parte-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Feb 2020 08:07:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[chico forti]]></category>
		<category><![CDATA[enrico forti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni versace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storia della vita di Enrico Forti, l’italiano detenuto in un carcere di Miami da 20 anni. Da ormai qualche mese,</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/02/27/chico-forti-parte-1/">Chico Forti (parte 1) &#8211; le origini del caso</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Storia della vita di Enrico Forti, l’italiano detenuto in un carcere di Miami da 20 anni.</em></h2>
<hr />
<p>Da ormai qualche mese, l’opinione pubblica ed il lavoro pressante dei media, ha portato prepotentemente alla ribalta il caso di <strong>Enrico Forti</strong>, un italiano che da 20 anni grida la propria innocenza, poiché detenuto in un carcere di massima sicurezza a Miami.</p>
<p>Ma chi è Enrico Forti e quando inizia la sua travagliata storia?</p>
<p>Prima di addentrarci in quello che per molti è considerato un palese errore giudiziario (tanto che nel corso di questi 20 anni diverse sono state le interrogazioni parlamentari a sostegno della vicenda), e di scoprire come andarono le cose, ripercorreremo, in questo primo articolo, la vita di Chico, la sua passione per il windsurf prima e il video-making poi, e la sua famiglia.</p>
<h3><strong>La vita di Chico Forti</strong></h3>
<p>Enrico Forti, per gli amici Chico, nasce a Trento l’8 febbraio del 1959, città in cui ha stabilmente vissuto fino al conseguimento della maturità scientifica nel 1978, prima di trasferirsi a Verona per frequentare L’Istituto Superiore di Educazione Fisica. Ragazzo sportivo e con un fisico atletico, Enrico si specializza nel windsurf, ottenendo molti successi anche a livello internazionale. Sarà grazie a Karl Heinz Stickl, ex campione, che nel 1979 Chico inizierà ad approcciare questa disciplina sulle rive del Lago di Garda. Nel 1984, insieme a Robby Naish, diventa addirittura tra i primi al mondo ad eseguire il salto mortale all’indietro con la tavola da windsurf, il c.d. looping, e sempre nello stesso periodo si diletta moltissimo anche con il base jumping.</p>
<p>Ma Forti ha anche altre passioni: è infatti un esperto sciatore, scalando anche il Monte Bondone di Trento. Nel 1985 è stato il primo italiano a competere nella coppa del mondo di windsurf e nel 1987 si laurea Atleta dell’Anno, eletto dal Club Albatross di Bergamo, vincendo altresì nel 1990 il Campionato italiano di vela, classe catamarano DART. Quella di Enrico Forti è dunque una carriera ricca di soddisfazioni, sempre “sulla cresta dell’onda”, che gli permetterà di superare sé stesso e gli altri e di vivere sfidando i propri limiti.</p>
<h3><strong>La vincita a Telemike</strong></h3>
<p>Ma lo snodo fondamentale nella sua vita avviene dopo la vincita di una importante somma di denaro in uno degli show televisivi più in voga in quegli anni. Nel 1990 Chico partecipa infatti al famoso quiz Telemike, condotto da Mike Bongiorno, in cui ogni concorrente è chiamato a rispondere ad una serie di domande sull’argomento di propria competenza. Enrico sceglierà proprio la storia del windsurf, vincendo la puntata. Sarà grazie alla vittoria del quiz che, nel 1992, Forti lascerà l’Italia trasferendosi a Miami in cerca di fortuna. In Florida conoscerà anche la sua futura moglie, la modella Heather Crane, dalla quale avrà tre figli: Savannah Sky, Jenna Blu e Francesco Luce.</p>
<p>La famiglia vive in un esclusivo appartamento di Williams Island, a nord della città. La vita di Chico sembra sorridergli sotto tutti i punti di vista, ma è solo l’inizio di quella che a breve sarebbe diventato per l’ex campione di Trento, un vero incubo.</p>
<h3><strong>L’attività di video-maker e l’assassinio di Gianni Versace</strong></h3>
<p>Nel 1987 un incidente in automobile metterà fine alla sua carriera agonistica di windsurfing. Chico non si abbatte. L’incidente gli darà infatti l’occasione per iniziare una nuova “carriera”: quella di produttore di filmati di sport estremi (windsurf, surf, skateboarding, scii nautico a piedi nudi, ecc…), iniziando inoltre a collaborare anche nell’ideazione e nello sviluppo di materiali per queste discipline. Scrive articoli su numerose riviste specializzate negli sport velici, promuove il World Festival on the Beach di Mondello e diventa anche ospite di numerosi programmi sportivi. Nel 1990 creerà anche una propria casa di produzione che manderà in onda sul canale TV SuperChannel, il programma Hang Loose, sulla scorta del quale nasceranno poi i famosi Extreme Games.</p>
<p>Ma a detta di molti, il vero prologo di quella che sarà poi la terribile vicenda giudiziaria di Chico Forti, inizierà ufficialmente il 15 luglio del 1997, quando, nella centralissima Ocean Drive, sotto gli occhi di moltissimi testimoni, Gianni Versace, famosissimo stilista italiano, venne freddato con due colpi di pistola alla testa. Fin da subito si sospetterà che il killer postesse essere Andrew Cunanan, 27 anni gigolò omosessuale che negli ultimi mesi aveva dato sfogo alla sua devianza, uccidendo in pochissimo tempo altre 4 persone. Proprio accanto al suo furgoncino, verranno ritrovati i vestiti che, secondo i testimoni, erano indossati al momento dell’agguato a Versace.</p>
<h3><strong>Il sorriso della Medusa</strong></h3>
<p>Il 24 luglio 1997, il custode di una casa galleggiante avvertirà la polizia che, all’interno dell’house boat, potesse trovarsi proprio Cunanan. FBI, vigili del fuoco e guardia nazionale, circonderanno la piccola abitazione, e dopo aver intimato diverse volte al killer di uscire, faranno irruzione, trovando il corpo di Cunanan senza vita, riverso sul letto di una camera da letto al primo piano con una pistola fra le mani.</p>
<p>La polizia non ha dubbi: si tratta di suicidio. Ma per Enrico Forti questa vicenda non è chiara. Chico si interessa infatti al caso dell’assassino di Versace progettando anche un documentario a riguardo, dal titolo <em>Il sorriso della Medusa.</em> Tramite Thomas Knott, un tedesco suo vicino di casa, riuscirà infatti ad entrare in contatto con il proprietario dell’house boat, Rieneck Thorsten, acquisendone i diritti di utilizzo dell’abitazione nell’ambito delle inchieste giornalistiche, ed accordandosi successivamente anche con Rai 3 ed una TV francese per la messa in onda del documentario. Forti infatti, ripercorrendo le tappe della vicenda, e grazie anche ad un referto medico fornitogli dal detective Gary Schiaffo, con cui concluse un accordo economico per avere tutto il materiale possibile, ipotizzerà addirittura che il vero assassino di Versace potesse non essere affatto Andrew Cunanan ma che anzi, alcuni poliziotti corrotti di Miami Beach abbiano in realtà volutamente coperto i veri responsabili del delitto.</p>
<h3><strong>Fine prima parte</strong></h3>
<p>Il documentario su Gianni Versace ed il suo assassino, per i sostenitori di Chico Forti, sarà proprio il motivo delle sue disavventure giudiziarie che lo condanneranno all’ergastolo.</p>
<p>Ma in che modo la vita di Chico e quella di Versace sono collegate? E come mai ancora oggi Chico Forti sta scontando un ergastolo senza possibilità di sconto, in un carcere della Florida?</p>
<p>Tutto ciò verrà affrontato nella seconda parte del lavoro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/02/27/chico-forti-parte-1/">Chico Forti (parte 1) &#8211; le origini del caso</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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		<title>La strage di Erba (parte 4) &#8211; La terza prova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2020 10:49:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[mario frigerio]]></category>
		<category><![CDATA[strage di erba]]></category>
		<category><![CDATA[valeria cherubini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analisi della terza prova a sostegno dell&#8217;accusa con le aporie relative alla dinamica sull’uccisione di Valeria Cherubini Dopo aver analizzato</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/01/17/la-strage-di-erba-parte-4-la-terza-prova/">La strage di Erba (parte 4) &#8211; La terza prova</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Analisi della terza prova a sostegno dell&#8217;accusa con le aporie relative alla dinamica sull’uccisione di Valeria Cherubini</em></h2>
<hr />
<p>Dopo aver analizzato nel dettaglio i <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2020/01/10/la-strage-di-erba-parte-3-dubbi-o-certezze/?fbclid=IwAR0IQ90Q4L1E7fu8hyhbgUzjE1MlobAgacpEP2wI6iHkj4mPfWKwwsSF8S8" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dubbi relativi ai primi due pilastri dell’accusa</a></span>, continuiamo ora con l’analisi della terza prova a sostegno dell’accusa e con le aporie relative alla dinamica sull’uccisione di Valeria Cherubini.</p>
<h3><strong>Prova 3 &#8211; la testimonianza di Mario Frigerio</strong></h3>
<p>Nell’interrogatorio del 20 dicembre, Frigerio farà per la prima volta il nome di Olindo Romano, additandolo come proprio carnefice. Lo stesso figlio Andrea in aula durante il processo in primo grado, dirà che il papà, al nome di Olindo, «aveva l’impressione come se dicesse: ci siete arrivati».</p>
<p>Fu il colloquio decretato come decisivo sia dal figlio che dagli stessi giudici, trasmesso moltissime volte in TV ed entrato indissolubilmente nell’immaginario collettivo. A partire dal 20 dicembre infatti, dopo che Gallorini gli farà per nove volte il nome del Romano, Frigerio dirà per sempre che l’aggressore fosse Olindo.</p>
<p>Ma dall’ascolto delle intercettazioni mai trascritte, v’è ne sono due particolarmente interessanti. Il 22 dicembre 2006, due giorni dopo l’incontro decisivo tra Frigerio e Gallorini, nella stanza intercettata del superstite, giunse il suo avvocato di fiducia Manuel Gabrielli: in venti minuti di conversazione tra l’avvocato e il suo assistito, non solo non venne mai fatto il nome di Olindo, ma sembrava addirittura che nessuno sapesse dove sbattere la testa per capire cosa fosse successo la sera del massacro, tanto che il legale chiederà all’uomo di rivivere quella giornata con assoluta calma, sforzandosi di ricordare anche le cose più normali.</p>
<p>Frigerio non ricorderà nulla né in quell’occasione, né il 24 dicembre quando, avvertito dai figli dell’imminente arrivo in ospedale dei PM, dichiarerà di non aver niente da riferire ai magistrati.</p>
<p>Esattamente 24 ore dopo la conversazione con Gallorini, lo stesso Andrea, dopo essersi recato all’ufficio di Polizia di Stato dell’ospedale Sant’Anna per rilasciare sommarie informazioni, non farà alcun accenno né ai dubbi del padre, né al nome di Olindo, raccontando invece, per contro, che suo papà non modificò mai il suo racconto iniziale dove descriveva un uomo di carnagione olivastra che non era del posto.</p>
<p>Resta un altro dubbio: che probabilità c’è che il ricordo del “supertestimone” sia in realtà un falso ricordo? Che influenza può aver avuto il fatto che Gallorini, nell’interrogatorio del 20 dicembre, pochi giorni dopo che il Frigerio si riprese dal coma, gli replicò per nove volte il nome di Olindo?</p>
<p>Per la difesa, la consulenza venne fatta da uno dei più illustri esperti in materia, il professor Piergiorgio Strata, neurofisiologo, professore di Neuroscienze presso l’Università di Torino e presidente dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze (INN), il quale definì il falso ricordo del Frigerio “un caso da manuale”.</p>
<p>C’è inoltre chi, come la Corte di Como, sostiene che il nome di Olindo venne fatto dal teste già il 15 dicembre, ovvero addirittura cinque giorni prima del famoso interrogatorio con Gallorini. Si trattò di una fase talmente controversa nel procedimento giudiziario che sia durante il dibattimento preliminare, che nel primo grado, ci fu una guerra tra le perizie delle parti, tanto che in aula la Corte smentì anche il perito della difesa, uno dei massimi esperti italiani sull’analisi sonora, l’ingegner Raffaele Pisani, che per l’ascolto dell’audio di Frigerio si avvalse di strumenti sofisticatissimi. Alla sua analisi si preferì infatti quella di un programma amatoriale, il Cool Edit 2000, e di un giudice a latere: Maria Luisa Lo Gatto, la quale analizzò l’audio del 15 dicembre, sostenendo che quel giorno l’uomo fece il nome di Olindo. Quel passaggio verrà non solo fatto ascoltare ripetutamente in aula con delle cuffie ai giudici popolari e al Presidente, ma distribuito alla stampa, che confezionò articoli e trasmissioni, tanto che gli stessi legali della difesa appresero dell’utilizzo del Cool Edit solo dalla lettura dei quotidiani. Ma le cose in realtà sono ben diverse, poiché come esaurientemente spiegato nella sentenza d’appello di Milano, si trattò in realtà di un “file” digitalizzato e amplificato dalla Corte con il programma Cool Edit 2000 al fine di renderne il contenuto più intelligibile, apportando al “file originare una modificazione senza nessuna intenzione di falsificare scientemente il risultato uditivo».</p>
<p>Il processo di primo grado si chiuse dunque con un audio modificato che aveva cambiato la frase “stavano uscendo” in “è stato Olindo”.</p>
<h3><strong>La morte di Valeria Cherubini</strong></h3>
<p>Ma se i tre pilastri dell’accusa osservati in dettaglio mostrano più di una crepa, c’è un elemento che secondo la difesa di Olindo e Rosa, ed alcuni giornalisti investigativi, proverebbe perfino la certezza che i due coniugi non possono essere gli assassini.</p>
<p>Dove viene uccisa Valeria Cherubini?</p>
<p>Una domanda cruciale con la cui risposta si cerca di risolvere un’importante controversia: da dove sarebbero fuggiti i killer?</p>
<p>La dinamica della morte della Cherubini è uno snodo fondamentale nella vicenda, perché il modo con cui venne aggredita e poi colpita a morte, potrebbe svelare come gli assassini si siano mossi nella palazzina di via Diaz, ovvero se abbiano abbandonato il luogo della strage percorrendo le scale che portavano fino all’uscita, così come stabiliscono i processi, o attraverso una via di fuga alternativa come spiegano invece i legali della difesa.</p>
<p>Vittima casuale, Valeria fu l’imprevisto, e la sua morte assume una valenza particolare poiché ancora oggi le versioni date dalle tesi accusatoria e difensiva si discostano completamente le une dalle altre.</p>
<p>La Cherubini verrà trovata morta vicino il balcone del suo appartamento in ginocchio, racchiusa su sé stessa, con le mani a protezione del capo, come se qualcuno la stesse colpendo, e le sue grida di aiuto saranno udite sia dai primi soccorritori, precipitatisi intanto nella palazzina poiché attirati dal fumo, sia dallo stesso Frigerio, rivenuto in fin di vita sul pianerottolo di casa Castagna.</p>
<p>Il quesito fondamentale è capire se al momento delle grida, Valeria si trovi da sola, già ferita a morte, o se gli assassini siano ancora lì, pronti a darle il colpo di grazia. Nel caso fosse accertata quest’ultima ipotesi, Rosa e Olindo sarebbero scagionati dal fatto che, la presenza dei soccorritori al piano inferiore, avrebbe impedito ai due di percorrere le scale principali e recarsi all’uscita per dirigersi verso il proprio appartamento all’interno della corte.</p>
<p>La ricostruzione più probabile della dinamica, secondo le sentenze dei giudici, e raccontate da stampa e TV, è invece un’altra, ovvero che Valeria Cherubini, attinta da 43, con il cranio sfondato, la gola squarciata e la lingua tagliata, come accertato dalla perizia del dottor Scola, salga su per le scale, perdendo soltanto 13 minuscole gocce di sangue (quelle rinvenute dai RIS), senza deglutirlo o respirarlo, come accertato dalla perizia in sede autoptica, e che solo dopo esser giunta vicino al balcone della propria abitazione in quelle condizioni, gridi la parola “aiuto”, perdendo tutto il sangue.</p>
<p>Per poter stabilire esattamente dove fu colpita l’ultima volta la donna, e dunque quale sia stata la via di fuga dei suoi assalitori, sarebbe stato molto importante esaminare le tracce ematiche rinvenute sulla tenda vicino la quale la Cherubini si accasciò, al fine di stabilirne la natura, ovvero se si trattasse di tracce da imbrattamento o da proiezione. Questione destinata a restare per sempre come un altro interrogativo, perché sia la tenda che tutti i reperti della strage, sono stati distrutti proprio nel giorno in cui la Cassazione decise di concederne alla difesa l’analisi.</p>
<h3><strong>Fine?</strong></h3>
<p>Nel lungo e tortuoso “viaggio” iniziato la notte dell’11 dicembre 2006, tante sono state le cose trascritte e molte altre sarebbero da aggiungervi.</p>
<p>Al di là di ciò, vi sono i dati scientifici, di tempistica, delle questioni di logica che porterebbero a credere quanto più di diverso possibile rispetto alle sentenze sancite in tutti questi anni, e seppur non si possa stabilire se i veri colpevoli di quella sera siano oggi all’ergastolo, una domanda rimane: e se tutto fosse stato solo un grande abbaglio?</p>
<p>Olindo Romano e Rosa Bazzi stanno scontando l’ergastolo perché ritenuti definitivamente responsabili dell’orrendo massacro di tre donne e di un bambino.</p>
<p>Si sentirà dire che ventisei giudici hanno già espresso un giudizio definitivo, ma seppur sia vero, questo è un argomento che da solo non basta. Perché secondo l’annuario della giustizia penale, pubblicato dalla Corte di Cassazione, le condanne definitive che hanno ottenuto la revisione negli ultimi tre anni sono state 77, addirittura ben 19 sono condanne annullate senza che fosse ordinato di celebrare un nuovo processo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/01/17/la-strage-di-erba-parte-4-la-terza-prova/">La strage di Erba (parte 4) &#8211; La terza prova</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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		<title>La strage di Erba (parte 3) &#8211; Dubbi o certezze?</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2020/01/10/la-strage-di-erba-parte-3-dubbi-o-certezze/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 14:26:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[olindo romano]]></category>
		<category><![CDATA[rosa bazzi]]></category>
		<category><![CDATA[strage di erba]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dubbi e le aporie rimaste sulla “più atroce impresa criminale nella storia della Repubblica” Nonostante un processo giudiziario chiuso</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2020/01/10/la-strage-di-erba-parte-3-dubbi-o-certezze/">La strage di Erba (parte 3) &#8211; Dubbi o certezze?</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>I dubbi e le aporie rimaste sulla “più atroce impresa criminale nella storia della Repubblica”</em></h2>
<hr />
<p>Nonostante un <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/12/11/strage-di-erba-parte-2-le-prove-che-inchiodarono-olindo-e-rosa/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">processo giudiziario chiuso definitivamente</a></span> dopo i tre gradi di giudizio, ancora oggi molti interrogativi permangono. Non si possono infatti considerare fortuite le incongruenze sulla dinamica raccontate dai media e mal volentieri accettate e trascritte dagli stessi magistrati giudicanti. E non è neppure un caso se i giudici di Cassazione, nonostante la conferma della logicità della condanna in secondo grado, parlassero di aporie, di domande senza risposta, a conferma di quella tesi tanto scomoda e definita impropriamente “complottista”, da chi non ha mai avuto dubbi né sul reale movente che abbia spinto i Romano a compiere un simile massacro, né tantomeno sulla loro colpevolezza.</p>
<p>A più di 13 anni di distanza, qualcosa ancora oggi stenta a tornare. Qualcosa di fronte alla quale anche i giudici che hanno statuito le tre sentenze di condanna, furono costretti a piegarsi. Perché nonostante la presenza della tre prove definite granitiche, da un approccio analitico ai dati dell’inchiesta e alle carte delle sentenze, ci si accorge di una realtà che ben si scolla dalla scienza oggettiva di ciò che successe nella sera di quell’11 dicembre. Perché il complottismo additato a coloro che non accettano la colpevolezza di Rosa e Olindo non è confermabile né dalla lettura degli atti delle indagini, ma soprattutto non lo è se si considerano le stesse sentenze di condanna statuite nel corso degli anni, ove viene trascritto nero su bianco la presenza di molteplici interrogativi.</p>
<p>Cercheremo quindi di analizzare in questa prima parte, i dubbi relativi a due dei pilastri dell’accusa.</p>
<h3><strong>Prova 1 – le confessioni</strong></h3>
<p>Come potevano gli imputati conoscere i particolari della mattanza, descrivendo un racconto così dettagliato del massacro?</p>
<p>La risposta in grado di delineare un perfetto quadro di ciò che accadde realmente è una sola: guardando le foto. Tale certezza la si evince non solo dalla lettura degli atti ufficiali (verbale del 6 giugno 2007) ma altresì dalla stessa requisitoria in aula del PM Astori durante il processo di primo grado ed infine da un audio scoperto nel 2010 nel quale un PM diceva ad Olindo durante le confessioni <em>«veniamo alle altre fot…eeeh questioni»</em>.</p>
<p>Riguardo la presa visione di eventuali foto c’è di più: analizzando la ricostruzione fornita dagli inquirenti, in quell’appartamento fu staccata la luce dalle ore 17.40 ed era impossibile anche per i killer riuscire nel buio pesto ad indovinare l’esatta posizione dei corpi, dei colori o degli abiti delle vittime, se non guardando appunto delle immagini. Inoltre, Raffaella, sua madre ed il piccoletto, furono uccisi molto a sinistra della porta d’ingresso, un posto in cui neanche la luce delle scale sarebbe filtrata per illuminare.</p>
<p>Ed infine, riguardo il fatto che colui che sgozzò il piccolo Youssef fosse mancino come Rosa Bazzi, che confessò di aver materialmente ucciso il bambino, occorre ricordare che nella relazione autoptica preliminare del dicembre 2006, l’assassino fosse in realtà destrimane e che solo successivamente diventò sinistrorso.</p>
<p>Un ulteriore “dettagliatissimo” elemento delle confessioni, riguardo il racconto di Olindo Romano sull’aggressione a Valeria Cherubini, avvenuta tramite un coltellino che teneva in tasca. Ci si chiede: come abbia fatto Olindo a sapere con certezza come fosse stata colpita la donna? Ebbene un tale dettaglio era già presente nell’istanza di fermo rilasciata ai due coniugi, dove c’era scritto che gli assassini avessero usato coltello e corpo contundente. Una tale versione appare inoltre improbabile se si tiene conto del fatto che Olindo confessò di aver colpito la Cherubini con cinque o sei colpi, mentre la donna ne fu attinta da 43, e ben 8 le fracassarono il cranio, impresa improbabile con un coltellino.</p>
<h3><strong>Prova 2 – la traccia di sangue</strong></h3>
<p>Tale traccia fu definita “pura” non solo nella perizia del professor Previderè, consulente dell’accusa, ma anche dall’ex generale dei RIS di Parma, Luciano Garofano, il quale precisò che non fosse diluita, dunque necessariamente portata dall’assassino.</p>
<p>Ma riguardo la purezza della traccia ematica, il brigadiere Fadda, già nel febbraio del 2008, affermò in aula di aver in un primo momento provato a rinvenire tracce ematiche attraverso l’utilizzo del Crimescope, ma che questo non fu sufficiente e di aver proceduto successivamente a rilievi tramite il ben più potente Luminol: <em>«Sulla Crimescope, se una macchia è visibile, se non è stata lavata si riesce a trovarla anche con la lampada, mentre se è stata lavata oppure se è stata pulita, non riesce a rilevare niente»</em>.</p>
<p>Riguardo la macchia di sangue, vi è ancora un’altra questione da affrontare: può essere frutto di una contaminazione innocente, perché trasportata dai carabinieri saliti sul luogo della strage, come peraltro affermato dallo stesso Fadda a Le Iene?</p>
<p>Si tratta di un’ipotesi affrontata dettagliatamente da Montolli, che nel suo libro “Il grande abbaglio – controinchiesta sulla strage di Erba”, fa notare come, dal verbale di perquisizione sull’auto di Olindo, i nomi dei carabinieri presenti, siano gli stessi di coloro che prima erano saliti nel palazzo della strage. Tuttavia la cosa sorprendente sarà la deposizione nel tribunale di Como del Luogotenente Gallorini, che affermò che nessuno dei quattro carabinieri che avevano firmato il verbale di perquisizione, aveva materialmente perquisito la vettura, operazione svolta invece da un quinto Ufficiale non risultante nel verbale, tale Rochira, l’unico a non essere entrato sulla scena del crimine. Ma alla pagina 2 del rapporto del 16 dicembre 2006 del Gallorini si può leggere il nome di chi lo accompagnò fino in cima al palazzo della mattanza: proprio Vito Rochira.</p>
<p>Inoltre la totale assenza di una fotografia morfologica della macchia, in grado di dimostrare “come” possa essere arrivata in un determinato posto, rende una tale prova quantomeno ambigua. Anche il consulente della difesa che analizzò il reperto inviatogli dai carabinieri, sostenne che, considerati luogo e tempo di rinvenimento della macchia (sul battitacco 15 giorni dopo la strage), di certo poteva trattarsi di una traccia degradata o impura. Questa gran confusione restò anche in sentenza quando i giudici della Corte di Assise di Como, a seconda delle loro tesi, assunsero questa microtraccia, di volta in volta, come «contaminata», «pura», «diluita» o «dispersa».</p>
<h3>La situazione</h3>
<p>In Italia solo nel 58% dei crimini viene arrestato il presunto colpevole (dati Eures/Ansa 2007), ed il dato diventa ancor di più sconcertante se di mezzo c’è la criminalità organizzata, quando addirittura il 91,8% dei delitti resta avvolto nel mistero. Un assassino su due resta libero e solo il 39% dei 39.000 carcerati italiani, ha una condanna definitiva.</p>
<p>Decisamente questo non può considerarsi il mondo infallibile di CSI, ma un Paese perfettamente fotografato nel rapporto “Italia 2001” dell’Eurispes: dal 1989 al 1999 novanta miliardi di risarcimenti per ingiusta detenzione divisi in 4712 casi, a cui occorre aggiungerne altri dieci di risarcimento per errori giudiziari.</p>
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		<title>La strage di Erba (parte 2) &#8211; Le prove che inchiodarono Olindo e Rosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2019 11:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[olindo romano]]></category>
		<category><![CDATA[rosa bazzi]]></category>
		<category><![CDATA[strage di erba]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I tre capi d’accusa che portarono alla condanna definitiva dei coniugi Romano. L’11 dicembre 2006, non solo Erba, ma tutta</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/12/11/strage-di-erba-parte-2-le-prove-che-inchiodarono-olindo-e-rosa/">La strage di Erba (parte 2) &#8211; Le prove che inchiodarono Olindo e Rosa</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>I tre capi d’accusa che portarono alla condanna definitiva dei coniugi Romano.</em></h2>
<hr />
<p>L’11 dicembre 2006, non solo Erba, ma tutta Italia venne <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/11/13/strage-di-erba-parte-1/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sconvolta dal massacro</a></span>.</p>
<p>Le motivazioni che portarono alla condanna nei confronti di <strong>Rosa Bazzi</strong> e <strong>Olindo Romano</strong>, e che fondarono lo “zoccolo” duro della sentenza, furono giudicate praticamente inattaccabile dai giudici.</p>
<h2>Quali furono le prove che riuscirono ad inchiodare i Romano?</h2>
<p>Le indagini riguardanti la pista che portò a Rosa e Olindo partirono già dalla sera dell’11 dicembre 2006, quando l’anomalo comportamento dei due attirò l’attenzione degli inquirenti. La coppia infatti non si vide, nonostante il clamore che la scoperta dei cadaveri aveva destato, e la porta della loro abitazione fu aperta alle forze dell’ordine solo alle 2.30, dopo diverse ore di insistenza da parte degli Ufficiali. I carabinieri furono inoltre insospettiti dal fatto che la lavatrice fosse in funzione e che i due presentassero delle ecchimosi lungo le braccia. I sospetti aumentarono però quando la Bazzi esibì uno scontrino fiscale del McDonald’s che attestava l’orario di cena di quella sera, ma che a differenza delle usanze tipiche brianzole, e di una piccola realtà come Erba, riportava un orario insolitamente tardo, quello delle 21.37. Questo risultò alquanto strano poiché si evinse un tentativo immediato di apparire a tutti i costi estranei alla vicenda.</p>
<p>Nonostante la condanna all’ergastolo si basò su quella che i PM di Como, Astori e Fadda, definirono una «sovrabbonda di prove», il punto forte dell’accusa è sicuramente nei “tre pilastri”: <strong>la testimonianza di Mario Frigerio</strong>, <strong>le confessioni dei due coniugi</strong>, il 10 gennaio del 2007, ed infine <strong>la traccia di sangue appartenente a Valeria Cherubini</strong>, rivenuta sul battitacco dell’auto di Olindo. Saranno proprio questi tre elementi a convincere della loro colpevolezza tutta Italia.</p>
<p>Con un’opinione pubblica spaventata, desiderosa di risposte e sempre più pressante, gli investigatori iniziarono ad ascoltare e ad interrogare tutti i testimoni, o chiunque altro avesse potuto dare indicazioni utili, ma ciononostante gli sforzi maggiori dei carabinieri, ed in particolar modo del Luogotenente Luciano Gallorini, si concentrarono proprio sui due vicini di Raffaella, interrogati più volte per diverse ore in caserma.</p>
<h3>La testimonianza del superteste Mario Frigerio</h3>
<p>Nell’ospedale di Como, Mario Frigerio inizierà a riprendere conoscenza dopo il trauma subito. Nonostante lo scetticismo dei medici che si trovarono dinanzi ad un uomo in shock emorragico, con diverse ferite e con un’ustione di secondo grado su gran parte del viso, Frigerio ce la farà, risvegliandosi dopo il coma farmacologico.</p>
<p>Il primo interrogatorio avvenne il 15 dicembre 2006, in presenza del dottor Simone Pizzotti, Sostituto procuratore, ed altri tre colleghi che coordinavano le indagini. L’uomo raccontò di un soggetto che non conosceva, probabilmente straniero, con capelli neri e carnagione olivastra. Ma il 20 dicembre, interrogato dal Luogotenente Gallorini, Frigerio, farà per la prima volta il nome di Olindo Romano, versione confermata anche nella deposizione successiva davanti ai PM, il 26 dicembre. Sia davanti ai giudici per la testimonianza, che per tutta la vita, l’uomo non cambierà mai più la sua versione, giurando che la persona ad averlo aggredito fosse proprio Olindo Romano e che non avrebbe mai più dimenticato quegli occhi da assassino.</p>
<h3>La traccia di sangue sul battitacco dell’auto</h3>
<p>Dopo le dichiarazioni rese da un ancora convalescente Frigerio, l’auto di Olindo sarà sottoposta a perquisizione, ed esaminata in maniera più approfondita. I rilievi sulla Seat Arosa del sospettato vengono effettuati alle ore 23 da Carlo Fadda, Brigadiere del Nucleo Operativo dei carabinieri di Como, il quale procede con esami di tipo indicativo-presuntivi utilizzando dapprima il Crimescope e successivamente il Luminol, strumenti adoperati al fine di evidenziare tracce di sangue invisibili all’occhio umano. Proprio il Luminol, nebulizzato in grandissime quantità sull’auto, evidenzierà qualcosa: tra tutti i prelievi effettuati ed analizzati dal dottor Carlo Previderè, consulente tecnico dell’accusa, si evidenzia la traccia numero 3, che dopo le dovute analisi, si stabilirà essere sangue umano il cui profilo genetico è per larga parte compatibile con quello di Valeria Cherubini. La dichiarata purezza della macchia, inoltre, risultò tale da non lasciare dubbi a riguardo: la veicolazione avvenne con un unico passaggio, ovvero solo l’assassino poteva averla portata lì. Questa sarà la “pistola fumante” che incastrerà definitivamente Olindo.</p>
<h3>Le confessioni di Olindo e Rosa</h3>
<p>A soli due giorni dall’arresto avvenuto l’8 gennaio 2007, i due coniugi iniziarono una serie di deposizioni davanti ai PM, ove confessarono di aver commesso l’orrendo massacro. Tali confessioni, come sancito dalla sentenza di primo grado, risultarono «ricchissime di particolari», «dettagliatissime» e «con particolari che soltanto gli assassini potevano conoscere», perfettamente sovrapponibili. A convincere ancor di più della loro colpevolezza, vi saranno anche i video fatti dal consulente di parte della difesa, il criminologo Picozzi, ove i due descriveranno quanto detto precedentemente ai PM sulla dinamica della strage. Con questa terza granitica prova, non vi fu più alcun dubbio sulla loro colpevolezza.</p>
<h3><strong>Dubbi o certezze? </strong></h3>
<p>Dopo molti anni di distanza dall’orrenda mattanza che costò la vita a tre donne e ad un bambino di appena due anni, la maggior parte dell’opinione pubblica, ed i parenti delle vittime, si dicono fermamente convinti della colpevolezza di Olindo e Rosa. Ma le prove poc’anzi descritte, sono davvero così inconfutabili come 26 giudici, in tre sentenze, hanno statuito? Quali sono i dubbi sulla dinamica della strage e sulla fondatezza delle prove, che ancora oggi permangono? Tutto ciò verrà affrontato nella terza e ultima parte di questo lungo e complesso viaggio iniziato una sera di 13 anni fa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/12/11/strage-di-erba-parte-2-le-prove-che-inchiodarono-olindo-e-rosa/">La strage di Erba (parte 2) &#8211; Le prove che inchiodarono Olindo e Rosa</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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		<title>La Strage di Erba (parte 1) – la dinamica del massacro</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/11/13/strage-di-erba-parte-1/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 09:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storia della Strage di Erba e delle prime indagini che portarono al processo che incriminò i coniugi Romano. Tra i</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/11/13/strage-di-erba-parte-1/">La Strage di Erba (parte 1) – la dinamica del massacro</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Storia della Strage di Erba e delle prime indagini che portarono al processo che incriminò i coniugi Romano.</em></h2>
<hr />
<p>Tra i tanti casi apparentemente risolti nel panorama nazionale italiano, <strong>la Strage di Erba</strong> è quella che più di tutti ancora oggi desta maggiormente scalpore nell’opinione pubblica, divisa in due, come sempre accade in questi casi, nell’eterna lotta tra “innocentisti” e “colpevolisti”. Non è un caso che proprio negli ultimi anni si sia verificata una rivolta mediatica capace di produrre un gran numero di prodotti televisivi schieratisi a sostegno di una delle due versioni, quella ufficiale raccontata dai media mainsteam e dagli inquirenti e quella sostenuta dalla difesa e, soprattutto negli ultimi anni, da alcuni giornalisti.</p>
<p><strong>A distanza di quasi 13 anni restano numerose aporie non solo sulla reale dinamica dei fatti, ma anche sul reale movente</strong> che abbia spinto i coniugi Romano a compiere quella che fu definita dal PM Astori, durante il processo, “la più atroce impresa criminale nella storia della Repubblica”.</p>
<p>Ciò che rimane di fatti sono certamente le <strong>numerose domande che ancora ad oggi non trovano risposta</strong>, come sancito dagli stessi giudici al termine del primo grado.</p>
<p>Qual è il reale peso delle prove a carico dei coniugi Romano? Sono davvero loro i mostri di Erba?</p>
<p>In che modo un netturbino ed una donna delle pulizie hanno potuto compiere una tale mattanza in 20 minuti?</p>
<p>Cercando di rispondere in maniera il più oggettiva possibile a tali domande,<strong> inizia con questa prima parte del lavoro, un lungo e complesso “cammino” verso l’analisi di tutto ciò che successe da quella notte di dicembre del 2006</strong>; verranno prese in considerazione, analizzandole singolarmente, tutte le prove che convinsero gli inquirenti e la magistratura a condannare all’ergastolo i coniugi Romano e tutte le prove e le tesi sostenute in fase processuale dalla difesa, che ancora oggi si batte a spada tratta per dimostrare l’innocenza dei due.</p>
<p>Ciò che affronteremo ora è il racconto dei fatti di quella maledetta sera e di <strong>come si arrivò all’arresto di Olindo Romano e Rosa Bazzi</strong>.</p>
<h3><strong>La Strage – 11 dicembre 2006</strong></h3>
<p><strong>Erba, provincia di Como, ore 20:20</strong>. In uno degli appartamenti della corte di Via Diaz, divampa un incendio, il cui fumo attira i soccorritori. Tra costoro vi è un pompiere volontario, il primo ad accorrere sul luogo del delitto, il quale salendo verso il primo piano della palazzina per recarsi verso l’appartamento in fiamme, trova sul pianerottolo un uomo ferito, con la gola squarciata, la testa dentro l’appartamento che brucia ed il corpo fuori; si tratta di <strong>Mario Frigerio, unico superstite della Strage</strong>, che verrà prontamente trasportato al sicuro dai soccorritori.</p>
<p>La porta dell’appartamento incendiato è socchiusa quindi i soccorsi riescono ad entrarvi e a <strong>rinvenire i primi due cadaveri tra le fiamme: si tratta di Raffaella Castagna e della madre Paola Galli</strong>.</p>
<p>Ma <strong>durante le operazioni di soccorso, si possono sentire le grida d’aiuto di Valeria Cherubini, moglie del Frigerio, intrappolata al piano superiore della palazzina</strong>; sarà proprio costui ad indicare con dei gesti ai soccorsi dove recarsi. Tuttavia il fumo, sempre più denso, li costringerà a desistere e ad abbandonare quell’inferno, pur sapendo che la Castagna ha un bambino di due anni nell’appartamento ed al piano di sopra c’è una signora ancora viva.</p>
<p>Solo dopo l’arrivo dei Vigili del Fuoco, che riusciranno a domare l’incendio, verranno <strong>scoperti tutti e quattro i corpi delle vittime</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>Raffaella Castagna</strong>, <strong>giovane donna di 30 anni</strong>, colpita ripetutamente con una spranga e deceduta a causa delle lesioni alla testa; venne accoltellata 12 volte e poi sgozzata e rinvenuta nel corridoio principale della sua abitazione;</li>
<li><strong>Paola Galli, 60 anni, madre della Castagna</strong>, colpita a coltellate è morta anche lei in seguito alla contusioni riportate alla testa.</li>
<li><strong>Youssef Marzouk, figlio di Raffaella</strong>, di due anni, la cui morte è da imputarsi ad un&#8217;unica coltellata ricevuta alla gola che recise l’arteria carotide.</li>
<li><strong>Valeria Cherubini, 55 anni</strong>, aggredita insieme al marito dopo essere accorsa al piano inferiore della palazzina, attirata dal fumo che ne usciva e dalle grida delle vittime; ricevette 34 coltellate e 8 sprangate. All’arrivo dei soccorritori la donna era ancora viva e morì solo in seguito a causa del monossido di carbonio.</li>
</ul>
<h3><strong>Le indagini degli inquirenti</strong></h3>
<p>Chi fu a compiere una simile mattanza?</p>
<p><strong>Le prime indagini condotte dai carabinieri di Erba, guidate dal comandante Gallorini, si concentrarono sulla figura di Azouz Marzouk,</strong> un tunisino che all’epoca dei fatti aveva 26 anni e <strong>marito di Raffaella Castagna nonché padre del piccolo Youssef</strong>. Il Marzouk era famoso alle forze dell’ordine per via del suo passato legato allo spaccio e alla detenzione di sostanze stupefacenti, ed era uscito dal carcere grazie all’indulto del 2006.</p>
<p><strong>Ma Azouz non può essere: la sera della strage si trova in Tunisia dai suoi genitori, come dimostreranno i tabulati telefonici</strong>. Saranno proprio gli inquirenti, una volta interrogato, a confermarlo: l’indiziato numero uno, colui che già nelle prime ore dal fatto fu additato dai principali TG come esecutore della mattanza, aveva un alibi di ferro.</p>
<p><strong>La seconda pista battuta dalle forze dell’ordine, portò direttamente a due vicini segnalati per il loro comportamento anomalo: Olindo Romano e Rosa Bazzi</strong>, noti al vicinato soprattutto per le loro numerose liti avute in passato proprio con Raffaella Castagna, a causa dell’eccessivo rumore durante le feste serali che la donna organizzava con gli amici del marito Azouz nel proprio appartamento. In un momento immediatamente successivo alla strage, i due coniugi di Erba si erano fin da subito mostrati disinteressati da quanto accaduto, a differenza degli altri condomini evidentemente preoccupati. Tali sospetti portarono gli inquirenti a mostrare sempre maggiore attenzione verso i due, tanto da sequestrare alcuni indumenti da sottoporre ad analisi e perfino l’automobile dell’Olindo. Le intercettazioni ambientali aumentarono ancor di più i sospetti poiché fu subito chiaro a tutti che i due coniugi Romano non affrontavano mai l’argomento nei loro colloqui, mentre tutta la nazione era interessata a quanto accaduto; ciò bastò per convincere gli inquirenti ad approfondire ulteriormente la situazione dei due vicini. Aumentarono le audizioni in caserma e <strong>le costanti verifiche sul loro alibi si tradussero nell’arresto, il 9 gennaio del 2007</strong>. Ciò che convinse la magistratura a procedere con il mandato di cattura furono le numerose prove trovate a carico dei due e la <strong>testimonianza del supertestimone, l’unico superstite della Strage, Mario Frigerio</strong>, che dopo essersi lentamente ripreso dallo shock dell’aggressione e, superato il trauma, iniziò a fornire indizi importanti circa l’aggressore.</p>
<h3><strong>Inizia il processo</strong></h3>
<p>Prima di addentrarci in tutto ciò che fu il procedimento giudiziario a carico di Olindo e Rosa, è utile procedere con una sintetica panoramica sul <strong>profiler di quelli che ancora ad oggi, sono considerati gli esecutori della Strage</strong>.</p>
<p>I due coniugi verranno a più riprese descritti come <strong>persone molto chiuse ed isolate, attaccate in maniera morbosa l’una all’altra</strong>; Rosa Bazzi subì delle violenze sessuali all’età di dieci anni, senza mai ricevere alcun tipo di assistenza, mentre riguardo Olindo Romano verrà fuori una denuncia sporta contro di lui dal padre e dal fratello agli inizi degli anni Ottanta. <strong>I due avevano interrotto qualsiasi tipo di rapporto con i loro familiari e la psichiatra, consulente della difesa, sostenne altresì l’opportunità di valutare effettivamente il quoziente intellettivo della donna per stabilirne la reale capacità di intendere e di volere</strong>.</p>
<p>Il 10 ottobre del 2007 iniziarono le indagini preliminari; le iniziali confessioni di Olindo Romano verranno ritratte e l’uomo professerà la sua innocenza, considerata dal PM Astori come una semplice variazione della strategia difensiva: i due coniugi sono rinviati a giudizio.</p>
<p><strong>La prima udienza si tiene il 29 gennaio 2008</strong> in un aula completamente assalita da una folla che vorrebbe assistere alla condanna dei due mostri di Erba. Per i giornalisti viene disposta una sala collegata via video con l’aula, mentre ad essere ammesse sono solo le telecamere della trasmissione di Rai 3 <em>Un giorno in pretura. </em><strong>Olindo accuserà a più riprese i carabinieri rei di avergli fatto il lavaggio del cervello, convincendolo a confessare una strage in realtà mai commessa, in cambio di pochi anni di carcere e della immediata liberazione della moglie Rosa</strong>. Durante gli stessi giorni, i vicini di casa dei due coniugi, testimonieranno davanti alla corte descrivendo il clima di terrore che i Romano avevano creato in via Diaz: litigate furiosi, lettere di avvocati e lanci di vasi nei terrazzi costrinsero di fatti più volte le forze dell’ordine ad intervenire.</p>
<p><strong>Il 26 febbraio 2008 anche Mario Frigerio testimonierà contro Olindo Romano, sostenendo che durante l’aggressione subita poté scorgere una seconda persona di sesso femminile che lui stesso identificherà in Rosa Bazzi</strong>. In aula la tensione aumenterà ancor di più al procedere del controinterrogatorio da parte della difesa che tenterà di mettere in dubbio la credibilità del Frigerio. <strong>Il 31 marzo la difesa, invocando il legittimo sospetto, e a causa del continuo comportamento ostile dei media nei confronti degli imputati, chiede di spostare il processo lontano da Com</strong>o; l’istanza verrà respinta ed il procedimento riprenderà normalmente.</p>
<p>Nonostante le diverse dichiarazioni spontanee tenute da Olindo Romano e dopo diverse sospensioni del processo, <strong>la prima condanna arriva il 26 novembre del 2008: i coniugi sono condannati all’ergastolo</strong> con l’isolamento diurno per tre anni. <strong>Tale sentenza verrà riconfermata anche il 20 aprile del 2010 dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano, ed il 3 maggio del 2011 dalla sentenza della Corte di Cassazione</strong>. Tutti gli argomenti difensivi verranno respinti dalla Corte di legittimità, poiché ritenute non abbastanza forti da mettere in dubbio la solidità della tesi accusatoria.</p>
<h3><strong>Fine prima parte</strong></h3>
<p>Lo “zoccolo” su cui venne ricostruita la dolorosissima vicenda, venne giudicato praticamente intoccabile dai giudici della Corte. <strong>Olindo Romano e Rosa Bazzi vennero condannati all’ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio da 26 giudici</strong>, ed ancora oggi stanno scontando la loro pena, nonostante la difesa abbia proposto a proprie spese, nel corso di tutti questi anni, l’analisi dei reperti mai analizzati.</p>
<p>Ma quali furono effettivamente le prove che condannarono i due coniugi a scontare la massima pena del nostro ordinamento? Cosa convinse i giudizi a condannarli come esecutori di una delle più gravi e controverse stragi italiane?</p>
<p>La versione ufficiale della Strage, così come raccontata dai media e dagli inquirenti, e tutte le prove a sostegno della tesi accusatoria verranno analizzate nella seconda parte del lavoro.</p>
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		<title>Effetto Mandela: falsi ricordi o realtà parallele?</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2019/10/18/effetto-mandela/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 12:24:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analisi del famoso fenomeno, noto come &#8220;effetto Mandela&#8221;, che ci porta a ricordare qualcosa che in realtà non è mai</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Analisi del famoso fenomeno, noto come &#8220;effetto Mandela&#8221;, che ci porta a ricordare qualcosa che in realtà non è mai accaduto.</em></h2>
<hr />
<p>È possibile per una persona ricordare avvenimenti passati in maniera limpida, senza che essi siano in realtà mai accaduti? In che modo la nostra percezione cognitiva può essere distorta? Queste domande sembrano trovare risposta nel sempre più famoso <strong>Mandela Effect</strong>, un fenomeno controverso, che lascia spazio a parecchi quesiti, ma che sta riscuotendo sempre più successo anche tra gli esperti.</p>
<h3><strong>Origini del Fenomeno</strong></h3>
<p><strong>La nascita del fenomeno lo si deve all’investigatrice dell’occulto Fiona Bromme</strong>, la prima ad usare ufficialmente il termine nel 2005 quando, in occasione del DragonCon (una convention di videogiochi), durante una conversione con alcune persone, venne portato alla luce il tema di Nelson Mandela; l’investigatrice si sorprese nel sentir parlare di lui come se fosse ancora vivo, dato che nei suoi ricordi Fiona ricordava vividamente la sua morte avvenuta molti anni prima durante la prigionia. Solo durante la conversazione con i suoi interlocutori, la Bromme venne a conoscenza del fatto che Mandela era invece ancora vivo e che dopo la sua detenzione divenne presidente del Sud Africa fino al 1999.</p>
<p>La vera stranezza della vicenda è tuttavia da ricercarsi nella convinzione della scomparsa dell’ex presidente sudafricano di molte altre persone, le quali sostenevano altresì di aver assistito alle immagini in TV del funerale e di ricordare addirittura le conseguenze che la morte di Mandela portò nel suo paese.</p>
<p>Colpita dalla singolarità dell’evento la Bromme aprì un forum online dal nome <strong>Mandela Effect</strong>, che in poco tempo ricevette un numero di visite cosi alto da mandare in tilt il server che lo ospitava.</p>
<h3><strong>Effetto Mandela: alcuni esempi</strong></h3>
<p>Ma il caso di Nelson Mandela non è il solo. Con il passare del tempo sul forum vennero proposti numerosi altri esempi del fenomeno in cui è possibile rispecchiarsi, a dimostrazione del fatto che <strong>esistono taluni casi in cui la memoria collettiva può essere distorta o non combaciante con la realtà dei fatti</strong>.</p>
<p>Ad esempio, cosa rispondereste se dovessero chiedervi quante persone sedevano nella macchina con J.F. Kennedy il giorno della sua morte? La risposta più ovvia indicherebbe ‘quattro persone’, ma in realtà in totale l’auto ne trasportava sei.</p>
<p>O ancora, riguardo la celebre canzone dei Queen <em>We are The Champions</em>, molti di voi ricorderanno le famose parole finali del testo <em>we are the champions of the world; </em>in realtà &#8216;<em>of the world&#8217;</em> non viene mai detta alla fine del brano.</p>
<p>Questi sono solo alcuni dei più famosi esempi dell&#8217;Effetto Mandela, ma ne esistono molti altri che potrete trovare sul sito <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="http://www.mandelaeffect.com"><u>mandelaeffect.com</u></a></span>.</p>
<h3><strong>Possibili spiegazioni del fenomeno </strong></h3>
<p>Come mai ricordiamo un fatto storico in modo diverso da come si è realmente svolto? Perché nella memoria collettiva è presente il ricordo di una cosa che non è mai successa?</p>
<p>A riguardo vi sono diverse teorie più o meno condivisibili, ma tralasciando l’approccio più paranormale o cospirativo, che vede la ragione d’esistere del fenomeno nelle reminiscenze di fatti accaduti in universi alternativi o altre teorie che parlano di controllo mentale, ciò che si vuole qui analizzare è il fenomeno con un approccio totalmente scettico. <strong>La ragione più probabile potrebbe ricercarsi dunque nel livello di imperfezione della nostra memoria</strong>.</p>
<p>Quante volte siamo stati davvero certi riguardo un fatto tanto da scommetterci sopra, per poi accorgerci solo successivamente del nostro errore?!</p>
<p>Non bisogna neppure sottovalutare <strong>la capacità della nostra mente di mettere in relazione automaticamente determinati dati, inquinando i nostri ricordi</strong> (riguardo l’esempio della macchina del Presidente Kennedy, la maggior parte di noi ricorda ‘quattro persone’ semplicemente perché sappiamo che normalmente una macchina possiede cinque posti e la nostra attenzione, riguardando i vecchi filmati, è orientata maggiormente al momento dell’incidente piuttosto che ad altri elementi meno importanti come il numero di persone che accompagnavano il Presidente in quel momento).</p>
<p>Ma come spiegare il falso ricordo di Mandela deceduto durante gli anni in prigione sostenuto dalla Bromme e da molte altre persone? La spiegazione è da ricercarsi proprio nel periodo in cui Mandela era imprigionato; in quel tempo non venivano infatti comunicate notizie su di lui e le uniche informazioni derivanti dalla stampa erano che il governo sudafricano non era intenzionato a farlo morire in prigione, anche perché in quel caso egli sarebbe divenuto un martire e le rivolte Anti-Apartheid sarebbero divenute incontenibili. Il <strong>“bug” della memoria</strong> sta proprio in questo: non si è mai annunciata la morte di Mandela, ma bensì spiegato che il governo non era intenzionato a lasciarlo morire in carcere.</p>
<h3><strong>Il “potere” della mente</strong></h3>
<p>Come abbiamo visto, una spiegazione riguardante l’Effetto Mandela non è di facile riscontro empirico, ma non è comunque raro trovare qualcuno che almeno una volta sia stato fermamente convinto riguardo un avvenimento passato, salvo poi essere smentito dalla realtà dei fatti. Certo è che <strong>tentare di spiegare tale fenomeno con approcci pseudo scientifici non porta alcun risultato</strong>, al contrario occorrerebbe sempre considerare le numerose sfumature della nostra psiche, del suo potenziale e di ciò che ancora non sappiamo con certezza riguardo a essa.</p>
<p>Dunque non esiste alcun complotto: è soltanto la nostra mente che può giocarci brutti scherzi, modificando del tutto la percezione dei nostri ricordi.</p>
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		<title>Assassini si nasce? La Triade di Macdonald</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Castronuovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2019 09:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Studio e analisi della Triade di Macdonald, quella serie di comportamenti messi in atto dai bambini considerati potenzialmente assassini Una</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/10/04/triade-di-macdonald/">Assassini si nasce? La Triade di Macdonald</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2><em>Studio e analisi della Triade di Macdonald, quella serie di comportamenti messi in atto dai bambini considerati potenzialmente assassini</em></h2>
<p>Una delle domande maggiormente affrontate nel panorama criminologico è quella riguardante la possibilità di <strong>nascere o meno serial killer</strong>. I celeberrimi ma ormai troppo datati <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/05/28/cesare-lombroso/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">studi di Lombroso</a></span> dimostravano infatti come partendo dalla presenza di talune caratteristiche craniche e fisiche, il soggetto potesse nascere deviante, prescindendo dunque sia dal contesto in cui lo stesso viveva e senza tener conto della corresponsabilità della società nella criminogenesi.</p>
<p>In questa ottica possiamo collocare il lavoro svolto dallo <strong>psichiatra forense John Marshall Macdonald</strong>, la cui novità sta nel sostenere che, <strong>la messa in atto di alcuni specifici comportamenti nei fanciulli o negli adolescenti, aumenti la loro probabilità di essere da grandi futuri assassini seriali</strong>.</p>
<h3><strong>La Triade di Macdonald</strong></h3>
<p>Ma <strong>quali sono questi comportamenti</strong>, e in che modo essi si manifestano?</p>
<p>Lo studioso pubblicò per la prima volta il suo interessante studio in un articolo del 1963 sull’«American Journal of Psychiatry», dal titolo <em>La Triade dell’assassino</em>. Secondo Macdonald alcuni comportamenti messi in atto dai bambini fin dall’infanzia, possono essere <strong>chiari segni predittivi di un futuro stampo criminale</strong>: tale teoria sostiene che con l’avanzare dell’età, gli atteggiamenti tenuti dal bambino e combacianti con la Triade, possano tramutarsi in comportamenti sempre più violenti sino a diventare omicidi efferati.</p>
<p>La presenza o meno di tali segnali, per lo psichiatra, devono in ogni modo essere tenuti sotto controllo, poiché quasi sempre ricorrenti nelle anamnesi dei serial killer da piccoli e dunque non potrebbero essere considerate semplici coincidenze.</p>
<p>I tre comportamenti della <strong>Triade</strong> sono:</p>
<ul>
<li><strong><u>Piromania</u></strong>, cioè la mania di accendere fuochi solo per il gusto di distruggere cose. Essa è qui da intendersi nella sua forma patologica, traducibile nel bisogno compulsivo di appiccare incendi. Solo la soddisfazione ripetuta del bisogno porta ad uno stato di appagamento nel soggetto.</li>
<li><u><strong>Crudeltà verso gli animali</strong>, </u>un comportamento la cui importanza deriva soprattutto dall’entità delle manifestazioni. Non son rari i casi di bambini che possono assumere atteggiamenti violenti nei confronti degli animali solo per impressionare i propri coetanei (strappare le zampe a ragni, grilli e cavallette), ma in tal caso il futuro serial killer ama uccidere animali di taglia molto più grande come cani e gatti, prescindendo dall’impressionare gli amici. La gravità degli atti commessi aumenta esponenzialmente nel caso in cui si parli di tortura, uccisione o smembramento.</li>
<li><strong><u>Enuresi notturna</u></strong>, cioè fare pipì a letto, che seppur possa essere considerato un comportamento abituale nei bambini, in tal caso è una forma patologica e <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.studiosalem.it/enuresi-notturna-negli-adulti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">duratura nel tempo</a></span> (15/16 anni). Questo incide negativamente sul bambino sia dal punto di vista della maturità, sia dalla vergogna derivante talvolta dalle reazioni poco consone di genitori e parenti, i quali creano nel soggetto un progressivo trauma che può dare vita a forme di violenza e rabbia.</li>
</ul>
<p>Oltre ai tre più importanti comportamenti, <strong>nella Triade son compresi anche altri fattori ugualmente influenzanti il bambino</strong>; l’<strong>esser cresciuto in una famiglia inidonea, violenta, con numerose privazioni materiali o affettive</strong> sono considerate secondo lo studio tutte variabili agenti negativamente sullo stato mentale del soggetto.</p>
<p>Vi sono poi da considerare tutta una serie di comportamenti susseguenti, i quali tendono a logorare sempre più la personalità del bambino e dunque a <strong>creare gradualmente il futuro criminale</strong>. La maggior parte dei serial killer infatti <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/01/31/disordine-da-personalita-antisociale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">tende a distaccarsi dal mondo esterno</a></span> per evitare o dimenticare i rifiuti, le umiliazioni e le frustrazioni subite nel mondo reale; le <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.studiosalem.it/problemi-psicologici-patologie-servizi-e-terapie-psicoterapia-milano/difficolta-di-studio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">difficoltà di apprendimento scolastico</a></span>, l’ossessione per fuoco, sangue o morte, l’incapacità di seguire le regole socialmente imposte e le precoci e deviate fantasie sessuali, sono solo alcuni atteggiamenti che possono manifestarsi durante la sua crescita adolescenziale. Tuttavia <strong>molti criminali efferati hanno superato queste difficoltà riuscendo perfettamente ad integrarsi nella società o nel lavoro</strong>: ne sono un esempio <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/11/05/jhon-gaicy-killer-clown/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">John Wayne Gacy</a></span>, il killer clown che aveva un’impresa tutta sua ed era uno stacanovista famoso per lavorare più di dieci ore al giorno, o <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/07/18/il-caso-di-ted-bundy/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ted Bundy</a></span>, il quale portò a compimento brillantemente i suoi studi di legge prima di dar inizio alla sua furia omicida.</p>
<h3><strong>Esempi di serial killer possedenti la Triade</strong></h3>
<p>Tra i casi più eclatanti di criminali seriali che da bambini misero in pratica uno o più comportamenti descritti dal Macdonald, ricordiamo <strong>Edmund Kemper</strong>, la cui passione per tutto ciò che riguardava la morte lo portò a catturare e a torturare i gatti dei suoi vicini, <strong>Jeffrey Dahmer</strong> il quale passava intere giornate alla ricerca di animali morti da fotografare e da portare a casa per dissezionarli (pratiche riscontrate anche da adulto e che resero famoso il modus operandi del <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/10/15/cannibalismo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">cannibale</a></span>) e il killer newyorkese <strong>David Berkowitz</strong> reo di aver appiccato più di duemila fuochi nell’area metropolitana della città.</p>
<h3><strong>Quanto è attendibile la teoria di Macdonald?</strong></h3>
<p>Dall’analisi delle anamnesi dei serial killer presenti nelle carceri e attraverso l’analisi della loro infanzia, si può evincere come nella maggior parte dei casi si tratti di adolescenze normali, in cui la devianza è presente poco o niente.</p>
<p><strong>La Triade di Macdonald è stata criticata più volte dagli esperti</strong>, poiché si sostiene che alcuni comportamenti come l’appiccare fuochi o il torturare animali, siano presenti in molti bambini e derivino da diverse variabili (noia, egocentrismo, imitazione degli adulti) la cui rilevanza o meno nella nascita del futuro criminale, è da analizzare caso per caso; si dovrebbero dunque porre delle distinzioni sotto questa punto di vista tra zoosadismo (gli atti sadici sugli animali) e la semplice curiosità, seppur talvolta crudele, che i bambini espletano nei confronti dei piccoli animali.</p>
<p>In definitiva possiamo sostenere che <strong>non si può avere la certezza empirica che i comportamenti elencati dal Macdonald siano effettivamente quelli che fanno di un uomo un serial killer</strong>, ma ciò che occorre considerare in quest’ottica sono le variabili come i fattori ambientali, familiari e tutto ciò che possa portare una persona ad isolarsi o meno dal resto dell’ambiente o dal gruppo dei pari, primo grande fattore della nascita di una <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2019/01/31/disordine-da-personalita-antisociale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">tende a distaccarsi dal mondo esterno</a></span>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2019/10/04/triade-di-macdonald/">Assassini si nasce? La Triade di Macdonald</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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