La strage di Erba (parte 3) – Dubbi o certezze?

I dubbi e le aporie rimaste sulla “più atroce impresa criminale nella storia della Repubblica”


Nonostante un processo giudiziario chiuso definitivamente dopo i tre gradi di giudizio, ancora oggi molti interrogativi permangono. Non si possono infatti considerare fortuite le incongruenze sulla dinamica raccontate dai media e mal volentieri accettate e trascritte dagli stessi magistrati giudicanti. E non è neppure un caso se i giudici di Cassazione, nonostante la conferma della logicità della condanna in secondo grado, parlassero di aporie, di domande senza risposta, a conferma di quella tesi tanto scomoda e definita impropriamente “complottista”, da chi non ha mai avuto dubbi né sul reale movente che abbia spinto i Romano a compiere un simile massacro, né tantomeno sulla loro colpevolezza.

A più di 13 anni di distanza, qualcosa ancora oggi stenta a tornare. Qualcosa di fronte alla quale anche i giudici che hanno statuito le tre sentenze di condanna, furono costretti a piegarsi. Perché nonostante la presenza della tre prove definite granitiche, da un approccio analitico ai dati dell’inchiesta e alle carte delle sentenze, ci si accorge di una realtà che ben si scolla dalla scienza oggettiva di ciò che successe nella sera di quell’11 dicembre. Perché il complottismo additato a coloro che non accettano la colpevolezza di Rosa e Olindo non è confermabile né dalla lettura degli atti delle indagini, ma soprattutto non lo è se si considerano le stesse sentenze di condanna statuite nel corso degli anni, ove viene trascritto nero su bianco la presenza di molteplici interrogativi.

Cercheremo quindi di analizzare in questa prima parte, i dubbi relativi a due dei pilastri dell’accusa.

Prova 1 – le confessioni

Come potevano gli imputati conoscere i particolari della mattanza, descrivendo un racconto così dettagliato del massacro?

La risposta in grado di delineare un perfetto quadro di ciò che accadde realmente è una sola: guardando le foto. Tale certezza la si evince non solo dalla lettura degli atti ufficiali (verbale del 6 giugno 2007) ma altresì dalla stessa requisitoria in aula del PM Astori durante il processo di primo grado ed infine da un audio scoperto nel 2010 nel quale un PM diceva ad Olindo durante le confessioni «veniamo alle altre fot…eeeh questioni».

Riguardo la presa visione di eventuali foto c’è di più: analizzando la ricostruzione fornita dagli inquirenti, in quell’appartamento fu staccata la luce dalle ore 17.40 ed era impossibile anche per i killer riuscire nel buio pesto ad indovinare l’esatta posizione dei corpi, dei colori o degli abiti delle vittime, se non guardando appunto delle immagini. Inoltre, Raffaella, sua madre ed il piccoletto, furono uccisi molto a sinistra della porta d’ingresso, un posto in cui neanche la luce delle scale sarebbe filtrata per illuminare.

Ed infine, riguardo il fatto che colui che sgozzò il piccolo Youssef fosse mancino come Rosa Bazzi, che confessò di aver materialmente ucciso il bambino, occorre ricordare che nella relazione autoptica preliminare del dicembre 2006, l’assassino fosse in realtà destrimane e che solo successivamente diventò sinistrorso.

Un ulteriore “dettagliatissimo” elemento delle confessioni, riguardo il racconto di Olindo Romano sull’aggressione a Valeria Cherubini, avvenuta tramite un coltellino che teneva in tasca. Ci si chiede: come abbia fatto Olindo a sapere con certezza come fosse stata colpita la donna? Ebbene un tale dettaglio era già presente nell’istanza di fermo rilasciata ai due coniugi, dove c’era scritto che gli assassini avessero usato coltello e corpo contundente. Una tale versione appare inoltre improbabile se si tiene conto del fatto che Olindo confessò di aver colpito la Cherubini con cinque o sei colpi, mentre la donna ne fu attinta da 43, e ben 8 le fracassarono il cranio, impresa improbabile con un coltellino.

Prova 2 – la traccia di sangue

Tale traccia fu definita “pura” non solo nella perizia del professor Previderè, consulente dell’accusa, ma anche dall’ex generale dei RIS di Parma, Luciano Garofano, il quale precisò che non fosse diluita, dunque necessariamente portata dall’assassino.

Ma riguardo la purezza della traccia ematica, il brigadiere Fadda, già nel febbraio del 2008, affermò in aula di aver in un primo momento provato a rinvenire tracce ematiche attraverso l’utilizzo del Crimescope, ma che questo non fu sufficiente e di aver proceduto successivamente a rilievi tramite il ben più potente Luminol: «Sulla Crimescope, se una macchia è visibile, se non è stata lavata si riesce a trovarla anche con la lampada, mentre se è stata lavata oppure se è stata pulita, non riesce a rilevare niente».

Riguardo la macchia di sangue, vi è ancora un’altra questione da affrontare: può essere frutto di una contaminazione innocente, perché trasportata dai carabinieri saliti sul luogo della strage, come peraltro affermato dallo stesso Fadda a Le Iene?

Si tratta di un’ipotesi affrontata dettagliatamente da Montolli, che nel suo libro “Il grande abbaglio – controinchiesta sulla strage di Erba”, fa notare come, dal verbale di perquisizione sull’auto di Olindo, i nomi dei carabinieri presenti, siano gli stessi di coloro che prima erano saliti nel palazzo della strage. Tuttavia la cosa sorprendente sarà la deposizione nel tribunale di Como del Luogotenente Gallorini, che affermò che nessuno dei quattro carabinieri che avevano firmato il verbale di perquisizione, aveva materialmente perquisito la vettura, operazione svolta invece da un quinto Ufficiale non risultante nel verbale, tale Rochira, l’unico a non essere entrato sulla scena del crimine. Ma alla pagina 2 del rapporto del 16 dicembre 2006 del Gallorini si può leggere il nome di chi lo accompagnò fino in cima al palazzo della mattanza: proprio Vito Rochira.

Inoltre la totale assenza di una fotografia morfologica della macchia, in grado di dimostrare “come” possa essere arrivata in un determinato posto, rende una tale prova quantomeno ambigua. Anche il consulente della difesa che analizzò il reperto inviatogli dai carabinieri, sostenne che, considerati luogo e tempo di rinvenimento della macchia (sul battitacco 15 giorni dopo la strage), di certo poteva trattarsi di una traccia degradata o impura. Questa gran confusione restò anche in sentenza quando i giudici della Corte di Assise di Como, a seconda delle loro tesi, assunsero questa microtraccia, di volta in volta, come «contaminata», «pura», «diluita» o «dispersa».

La situazione

In Italia solo nel 58% dei crimini viene arrestato il presunto colpevole (dati Eures/Ansa 2007), ed il dato diventa ancor di più sconcertante se di mezzo c’è la criminalità organizzata, quando addirittura il 91,8% dei delitti resta avvolto nel mistero. Un assassino su due resta libero e solo il 39% dei 39.000 carcerati italiani, ha una condanna definitiva.

Decisamente questo non può considerarsi il mondo infallibile di CSI, ma un Paese perfettamente fotografato nel rapporto “Italia 2001” dell’Eurispes: dal 1989 al 1999 novanta miliardi di risarcimenti per ingiusta detenzione divisi in 4712 casi, a cui occorre aggiungerne altri dieci di risarcimento per errori giudiziari.

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Pasquale Castronuovo

Dottore in Scienze per l’investigazione e la Sicurezza, con una tesi sperimentale sulla chiusura degli OPG, e specializzando in Ricerca sociale, Politiche della Sicurezza e Criminalità. Tra i suoi studi vi sono, oltre alle dinamiche psicologiche di criminali particolarmente efferati, anche il sostenimento di corsi di alta formazione in psicodiagnostica infantile e criminologia clinica.

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