Chico Forti (parte 3) – Colpevole o innocente?

Tutte le prove e le evidenze oggettive sul caso Forti, l’uomo condannato all’ergastolo in un carcere di massima sicurezza in Florida. 


Dopo aver analizzato nelle scorse parti del lavoro, la biografia di Chico ed i motivi che portarono alla sua condanna, cercheremo ora di valutare gli elementi presenti in nostro possesso riguardo la reale innocenza o colpevolezza dell’uomo, al di fuori di qualsiasi condizionamento mass mediale propinatoci recentemente in TV.

Un caso controverso

Nonostante la recente ribalta mediatica del caso, ancora oggi, riguardo il procedimento giudiziario del 2000, si hanno pochissimi elementi oggettivi e la campagna mediatica accesasi a supporto delle teorie innocentiste presuppone necessariamente l’accettazione delle stesse senza alcun contraddittorio.

Di quella sera sappiamo quello che ha raccontato più volte Chico, ovvero di aver prelevato Dale Pike in aeroporto e di averlo lasciato in compagnia di un uomo al Rusty Pelican, un ristorante di Miami, dopo una breve sosta ad una stazione di servizio lungo il tragitto.

Tuttavia di tutto il processo, e dei 12 anni di appelli, non si sa nulla né delle udienze preliminari, nè dei dibattimenti iniziali. Non si conoscono altresì le effettive istruzioni date alla giuria, né tantomeno si ha il verbale del processo. Non si può inoltre conoscere il punto di vista dell’accusa o della difesa o come mai siano falliti i sei appelli proposti negli anni successivi. Tutto quello che possediamo sono solo e soltanto le affermazioni e le poche carte rese disponibili dallo stesso Chico (delle 30.000 pagine del processo soltanto l’1% è rinvenibile in rete).

Per chi fa della criminologia la sua professione, questa può considerarsi come una prima evidenza: tale mancanza di informazioni, nonostante si tratti di un processo “vecchio” 20 anni, evidenzia infatti un primo punto “contro” il Forti. Qualora si voglia dibattere oggettivamente su di un processo, è importante infatti possedere un giusto contraddittorio, cosa non possibile in questo caso poiché non v’è traccia dei dati ufficiali.

Colpevole o innocente?

Ciononostante vi sono alcune considerazioni che si possono fare sui pochi elementi posseduti. Analizzando le testimonianze prodotte negli anni (alcune delle quali misteriosamente scomparse), taluni dei verbali del processo, i primi interrogatori e la scena del crimine, si può cercare di rispondere con obiettività alle questioni sollevate dalla TV e da chi crede nell’ innocenza dell’uomo.

Un processo troppo veloce

Una delle prime tesi sostenute da chi si dice convinto dell’innocenza di Chico, e della scorrettezza del procedimento ai suoi danni, riguarda la velocità con cui il processo si è svolto. Quasi un mese di udienze che appaiono tuttavia, agli occhi dei profani del sistema americano, come un qualcosa di eccessivamente sbrigativo se erroneamente paragonato ai nostri tempi “biblici”. In realtà i processi in America durano solo pochi giorni, poiché proceduti da moltissime udienze preliminari e se si considera che nel processo Forti furono svolte in 24 giorni 18 udienze, ci si rende conto di come il caso abbia avuto un importante ed ampia fase dibattimentale, senza alcuna violazione dello “speed trial”.

La condanna su di una sensazione

E’ stato più volte ribadito che la condanna statuita dal giudice Platzer, sia giunta sulla base di una sensazione di quest’ultima, ovvero senza avere alcuna prova di un’oggettiva colpevolezza. I sostenitori di Chico riportano infatti pedissequamente una frase pronunciata dal giudice durante la sentenza: “La Corte non ha le prove che lei sig. Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ho la sensazione, al di là di ogni dubbio, che lei sia stato istigatore del delitto”. Semmai tal affermazione fosse realmente stata pronunciata, nonostante non vi sia alcuna documentazione a riguardo, occorre ricordare che nei processi americani l’imputato è giudicato da 12 giurati che decidono segretamente il verdetto, senza fornire alcuna spiegazione né al pubblico, né al giudice che non motiva mai una sentenza, proprio come nel resto dei paesi del Common Law. Ciò detto, resta un interrogativo di difficile risposta: come mai nessuno dei presenti, a quelle parole proferite da chi stava condannando l’uomo, non ha avuto un sussulto alla lettura della sentenza nel 2000? Ma soprattutto come mai della questione non v’è traccia nelle interpellanze parlamentari, ma che si citi la questione, per la prima volta, soltanto nel 2009? Perché nonostante si sia più volte affermato della mancanza di clamore mediatico, del caso Forti se ne parlò abbondantemente già nel 2001, quando vi furono diverse interrogazioni parlamentari a riguardo (interpellanza di Pisapia e della giornalista di Rai 3 Lara Boccalon, la quale girò un documentario sul caso vincendo anche un premio) e si parlava già di innocenza (venne trasmesso sulla Rai il documentario Il Sorriso della Medusa). I governi italiani si sono occupati di Forti fin dall’inizio, senza che nessuno abbia mai menzionato le fantomatiche mere sensazioni. Non lo fece il console Centracchio, presente al processo, e non lo fece il Viceministro Innnocenzi, il quale ha compiuto diversi viaggi in Florida.

La Polizia gli ha mentito

Ci si lamenta del fatto che, durante il suo primo interrogatorio, i detective di Miami abbiano mentito al Forti dichiarando che, oltre al figlio Dale, anche suo padre Tony fosse stato trovato morto a New York nelle stesse condizioni del figlio. Bisogna a tal proposito osservare che, seppur possa essere considerata una questione poco “etica”, la polizia americana ha la piena facoltà di poter mentire ad un sospettato durante un interrogatorio (si veda la sentenza Frazier v. Cupp, 1969). Riguardo i Miranda Warning, che si presume non siano stati letti durante gli interrogatori e su cui si è aperta una forte polemica negli anni a seguire, bisogna ricordare che essi vengono letti al sospettato soltanto qualora lo stesso sia già ufficialmente in stato di arresto, mentre Forti venne interrogato la prima volta il 19 febbraio del 1998 (un giorno prima del suo effettivo arresto). Inoltre, nonostante il suo alibi di ferro sia riguardo l’omicidio di Dale a Miami che di Tony a New York (per tutto il tempo della sua permanenza a New York, Chico resterà in taxi), l’uomo dapprima mentì alla Polizia durante l’interrogatorio, alla moglie, al suocero, a Tony Pike e al suo amico Knott, e poi raccontò di aver prelevato Dale su indicazioni di Thomas Knott, ma di non sapere cosa il tedesco avrebbe voluto farne del ragazzo.

Chico non è stato mai ascoltato durante il processo

Una delle teorie portate avanti con più forza dai sostenitori di Chico riguarda il fatto che l’uomo, per tutta la durata del processo, non sia mai stato ascoltato o interrogato e questo abbia finito per convincere la giuria della sua colpevolezza. In realtà nei processi americani l’imputato può parlare solo qualora giuri come teste (cosa di norma sconsigliata), e comunque in tutti i casi a terminare il dibattimento è sempre l’Accusa, anche qualora l’imputato decida di parlare (Quinto Emendamento).

Tony Pike non era il proprietario dell’hotel

Sono in molti a credere che in realtà sia stato Tony ad aver tentato di truffare Chico in quanto Pike non possedeva più da tempo la proprietà dell’hotel. In realtà seppur la struttura finanziaria dell’albergo fosse suddivisa in quote in modo da evadere le tasse spagnole, con un 5% registrato come società spagnola ed il 95% intestato ad una società di Jersey, la proprietà dell’albergo era a tutti gli effetti di Pike (lo ammetterà lo stesso Forti in un’intervista su Jack TV il 27 giugno 2012), il quale lo gestirà anche nei dieci anni successivi alla morte del figlio.

Non gli è stato concesso alcun appello

Seppur si sia diverse volte evidenziato di come, in tanti anni, non sia mai stato concesso aprioristicamente alcun appello per evitare la caduta di un grande “castello di carte” artefatto dalla Polizia, Chico ne ha avuti almeno quattro: il primo davanti al giudice del processo, due Habeas Corpus ed un appello diretto statale. Al contrario del processo di merito, l’appello americano è tutto per iscritto e non prende in considerazione le tesi sostenute in fase dibattimentale, ma solo le nuove prove. Anche il governo italiano si è mosso anzitempo attraverso un Amicus Curiae, ma ciò non è bastato poiché negli Stati Uniti la sentenza statuita nel processo di merito chiude la vicenda, e per annullarla servono solidi elementi difensivi che nessuno ha mai prodotto.

Il giudice che lo ha condannato era corrotto

Si è più volte sostenuto che il giudice Victoria Platzer, colei che ha condannato all’ergastolo Enrico, fosse la stessa che partecipò alle indagini sul caso Versace. Ci sarebbe stato quindi da parte del giudice tutta la voglia di vendicarsi di un uomo che, attraverso il suo documentario, gettò discredito sulla polizia di Miami. In realtà il giudice Platzer, prima di assurgere alla funzione di magistrato a partire dal 1994, fu poliziotta dal 1976 al 1983, ovvero 15 anni prima dei fatti riguardanti Versace, ed oltretutto nel dipartimento di Miami Beach (l’assassinio di Dale avvenne nella giurisdizione di Miami). Bisogna considerare che nella sola Miami Dade County ci sono 37 diverse agenzie di polizia, tra cui la più importante è la Metro (5000 uomini ca.), mentre nella giurisdizione di Miami Beach vi sono altri 600 agenti. Numeri troppo grandi per pensare ad un complotto.

Non si è mai dichiarato colpevole

Sono in molti a sostenere che una eventuale dichiarazione di colpevolezza da parte del Forti nel corso di tutti questi anni, avrebbe consentito la sua estradizione in Italia. Questa è una condizione alquanto inverosimile poiché, attraverso una confessione, Forti avrebbe ottenuto soltanto una condanna leggermente più lieve attraverso l’istituto americano del Plea Bargain. Tale possibilità è comunque svanita dopo la sentenza di condanna, in quanto nessun condannato all’ergastolo LWOP ha mai avuto possibilità di scontare la sua pena in un altro paese.

E’ stato assolto dall’accusa di truffa

Nonostante si ripeta con insistenza del fatto che Forti sia stato assolto dall’accusa di truffa ai danni di Tony Pike, padre della vittima, per la compravendita dell’albergo, facendo venir meno il movente dell’omicidio del figlio Dale, Chico in realtà non è mai stato assolto, ma il capo di imputazione venne semplicemente sospeso dalla Procura non un Nolle Prosequi, poiché la truffa venne valutata come il movente dell’omicidio per evitare due processi paralleli (non avrebbe avuto senso processare il Forti prima per truffa e poi per omicidio). Il Nolle Prosequi non è affatto un’assoluzione, ma semplicemente l’Accusa ha preferito sospendere i capi di imputazione per la truffa usandole come movente nel processo per omicidio, che si sarebbe tenuto poco dopo. Si è condannato il soggetto sulla base del c.d. Felony Murder, ovvero un omicidio commesso durante l’esecuzione di un altro reato (la truffa). Inoltre fu la stessa Corte, utilizzando un caso analogo (caso Foraker, 1978), a spiegare il motivo della Motion in Limine per l’accusa di truffa (la Motion in Limine è un istituto presente nella giurisdizione americana in cui vengono iscritti gli elementi che la giuria deve o non deve sapere, in quanto quest’ultima non è in grado di decidere da sola se una prova è legale o meno).

Chico non è scappato

Alcuni innocentisti hanno sollevato più volte la questione di come Forti, dopo aver ottenuto la libertà provvisoria da febbraio 1998 a ottobre 1999, non sia mai fuggito a dimostrazione della sua innocenza. In questi venti mesi di libertà (ottenuta proprio grazie al tanto vituperato giudice Platzer), Forti e la sua famiglia misero nelle mani della Corte tutte le loro proprietà, accettando il sequestro delle stesse in caso di fuga (Arthur Hearing). Un solo tentativo di sottrarsi alla giurisdizione avrebbe costituito il reato federale del Bail Jumping e la sottrazione di ogni bene. Occorre altresì aggiungere che, al fine di crearsi un alibi valido, l’uomo durante il periodo di libertà in attesa di giudizio, produsse una serie di atti notarili falsi, come dichiarato dallo stesso prosecutor durante la fase dibattimentale.

La scheda telefonica di Dale Pike

Tra gli oggetti rinvenuti vicino al cadavere di Dale, quello che più ha destato sospetto è una scheda telefonica le cui chiamate a durata 0 risultavano indirizzate al numero di Forti. Un indizio lampante, per molti “forzato” poiché nessun killer lascerebbe mai vicino al cadavere della propria vittima un elemento così forte della sua colpevolezza. In realtà dai tabulati analizzati si evince di come su quella scheda furono rinvenute 3 chiamate, di cui 2 ad un numero simile a quello di Chico e solo la terza al suo effettivo numero. Quello che occorrerebbe chiedersi è: se davvero queste chiamate servivano per incastrare Chico, come mai chi le ha fatte non ha aspettato che l’uomo rispondesse per poterlo effettivamente incastrare? Come si sapeva che quello fosse il suo reale numero se quelle chiamate non hanno avuto risposta?

La scena del crimine

Riguardo la scena del crimine, e degli oggetti ritrovati accanto al corpo, ci sono diverse considerazioni da fare in tema di “staging” della scena. Se davvero si dovesse pensare ad una scena “apparecchiata” con gli effetti personali di Dale disposti in modo tale da incastrare Chico, nessuno avrebbe avuto motivo di spogliare la vittima ed inscenare un omicidio a sfondo omosessuale, dato che Forti è dichiaratamente eterosessuale. Verosimilmente solo Chico avrebbe avuto motivo di spogliare la vittima ed inscenare un tal tipo di omicidio per allontanare i sospetti da sé. Anche la spiaggia dove venne ritrovato il cadavere non fu una scelta casuale: Sewer Beach in quei giorni non solo era infatti poco fruibile ai windsurfer a causa di un precedente uragano, ma soprattutto le condizioni metereologiche di quel giorno rendevano impossibile qualunque tipo di attività nautica. Chi ha posizionato il cadavere in quel luogo sapeva bene dunque che, dopo le ore 18.30, nessuno vi sarebbe stato.

Sugli oggetti ritrovati bisogna invece considerare che l’azione di depistaggio venne compiuta nel buio più totale (il 15 febbraio 1998 il sole in Florida tramontò alle 18.14) e che gli oggetti possano verosimilmente esser stati persi durante il denudamento del cadavere.

Le due prove: la sabbia e la pistola

Gli indizi che hanno certamente condannato Enrico Forti sono la pistola cal. 22 con cui è stato ucciso Dale Pike, arma acquistata qualche tempo prima dal Forti, ma che i sostenitori dell’uomo ritengono appartenesse al tedesco Knott, che quel giorno non avrebbe avuto i soldi necessari per comprarla. Teste chiave sarebbe stato il commesso del negozio Ken Duval che in realtà ha però sempre sostenuto che i due siano arrivati insieme ma che l’arma sia stata consegnata soltanto il giorno dopo da altri, in quanto nessuno possedeva la documentazione idonea per il background check (deposizione Ken Duval).

Riguardo la sabbia ritrovata nel gancio traino dell’auto del Forti sarebbe stato interessante conoscere i dettagli dibattimentali del processo. Ma ancora oggi nessuna informazione dettagliata inerente la questione è stata divulgata.

Il Sorriso della Medusa

Anche in questo caso bisogna riflettere su tempistiche e fattibilità delle azioni. Se la Polizia avesse voluto incastrare Chico lo avrebbe ragionevolmente fatto subito, mettendo un po’ di marijuana nell’auto ad esempio, e non dopo 6 mesi coinvolgendo tutti i dipartimenti di Polizia della Florida. Forti ha inoltre più volte chiarito che, dopo l’appello, avrebbe fatto i nomi delle persone per cui lui sarebbe un “personaggio scomodo”, ma ancora oggi, a 20 anni di distanza, nessun nome è stato fatto.

Ci sono stati dei principi violati

I sostenitori del Forti hanno più volte elencato una serie di principi che sarebbero stati violati o negati durante il procedimento. Tra queste vi è la trasgressione della Convenzione di Vienna (il consolato italiano non è stato avvisato) o la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. In realtà non vi è stata violazione di alcun principio: l’Articolo 36.1.b della Convenzione prevede che il Consolato sia avvisato solo su richiesta dell’arrestato (Forti non avvertì neppure la famiglia), mentre riguardo la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, gli USA non ne fanno parte.

Il conflitto di interessi dell’avvocato difensore Ira Lowey

Uno dei punti forti delle teorie innocentiste, riguarda il presunto conflitto di interessi di uno dei suoi avvocati Ira Lowey, la quale avrebbe ricoperto il ruolo di prosecutor (accusa) in un altro caso, mentre svolgeva le sue funzioni di avvocato difensore nel processo Forti. Per affrontare in maniera adeguata la questione occorre innanzitutto premettere che Chico era seguito da ben due avvocati, il leggendario Donald Bierman e Ira Lowey, pagati circa 1 miliardo di lire, una cifra che creò imbarazzo all’epoca dei fatti, il che rende quantomeno inverosimile il fatto che si fossero venduti alla procura ed avessero tradito il loro assistito. Riguardo Ira Lowey, egli svolgeva la funzione di special prosecutor (lavorava cioè al posto della procura) nel processo contro Diane Lynn Vardalis, un caso di poco conto che si concluse con un patteggiamento. Essendo la Vardalis una dipendente del procuratore dello stato, e onde evitare un conflitto di interessi ai suoi danni, si scelse di chiamare come accusa un noto avvocato come Lowey, normale procedura in questi casi. La questione è stata più volte discussa in aula, senza che sia mai stata sollevata effettivamente alcuna irregolarità, ragion per cui non c’è alcun motivo di credere che il processo sia stato manipolato o nullo, poiché seppur si fosse dimostrato l’inesistente conflitto di interessi di Ira Lowey nel caso Forti, sarebbe stato sicuramente ininfluente ai fini della condanna, come dichiarato dal giudice Murphy nel corso dell’appello Habeas Corpus.

E’ davvero possibile un nuovo processo?

L’idea di un nuovo processo non è neanche mai stata presa in considerazione dai legali di Chico Forti e l’uomo non si è mai rivolto a nessuna delle moltissime associazioni che in USA da anni si battono per i diritti degli innocenti. Neppure l’arrivo dell’avvocato Joe Tacopina ha cambiato la situazione, in quanto l’unico consiglio è stato quello di pagare altri investigatori in grado di trovare delle nuove prove. Resta inoltre da chiedersi come mai uno come Tacopina, famosissimo avvocato da più di 1000 dollari l’ora, abbia preferito non rilasciare mai interviste ai media della Florida sulla innocenza del Forti, impedendo alla vicenda di assumere proporzioni mediatiche importanti anche oltre oceano

Nel corso di tutti questi anni, sono stati diversi gli ambiti che i sostenitori di Chico hanno cercato di citare: dall’eccessiva velocità del processo, al guanto di paraffina (pratica non più in uso da trent’anni), alla macchina della verità (che non può essere portata in aula). Di nessuna importanza sono altresì i fantomatici diritti difensivi che sarebbero stati lesi nel corso del procedimento, in quanto non vi è alcuna dimostrazione che l’uomo non sia stato adeguatamente difeso dai suoi legali o che sia stato vittima di un complotto. Al contrario furono gli avvocati difensori ad aver proposto alla giuria una versione che voleva il tedesco Knott (più volte accusato dallo stesso Chico) come l’assassino.

Da un punto di vista giudiziario la vicenda è ormai chiusa dal 2009, dopo il fallimento degli ultimi appelli proposti. Il processo potrebbe riaprirsi solo nel caso di una nuova prova non conosciuta all’epoca dei fatti, in quanto qualsiasi elemento discusso in TV è stato già ampiamente affrontato nelle aule dei tribunali. Anche lo stesso Tacopina ha chiaramente affermato che la questione è chiusa.

Fattore “oggettività”

Per lo studio e l’approccio di questo caso ci si poteva basare su quanto raccontato in TV, sui pochi elementi rinvenibili in rete o attraverso le testimonianze dei sostenitori delle tesi innocentisti. Ma trattandosi di una vicenda giudiziaria complessa e giudicata sulla base di una giurisdizione differente dalla nostra, la facilità di errore o di paragoni con i sistemi nostrani, avrebbe reso vano qualsiasi tentativo oggettivo di analisi. Come sempre dovrebbe essere in questi casi, si è scelta invece la via della professionalità; perché al di là dei documenti processuali e della scena del crimine analizzati, il presente lavoro è stato reso possibile grazie al sempre puntuale e disponibile aiuto di uno dei massimi esperti di sistema penale americano, che ha minuziosamente trattato la vicenda fin dall’inizio, il dottor Claudio Giusti, fondatore della World Coalition Against The Death Penalty e membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti.

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Pasquale Castronuovo

Criminologo e sociologo forense esperto in criminogenesi e criminal profiling. La sua preparazione, oltre che dalla passione nel lavoro svolto, è attestata dal sostenimento dei diversi corsi di alta formazione inerenti la psicodiagnostica infantile e la prevenzione del crimine. Tra i casi giunti all’attenzione della cronaca giudiziaria, trattati direttamente tramite visione degli atti originali, vi sono la strage di Erba ed il caso di Chico Forti.

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