Covid-19, mass media e quarantene: una possibile eterogenesi dei fini

Quali sono i possibili effetti psico-sociali di una quaranta forzata, e in che modo un’isolamento temporalmente “indefinito” può risolversi negativamente nella vita di un soggetto


Preoccupazione, incertezza, ansia. L’odierna situazione di emergenza derivante dalla pandemia Covid-19, ed il susseguirsi di aggiornamenti quotidiani di dati su contagio e mortalità del virus, non fanno altro che impattare negativamente sempre più su una salute, già di per sé molte volte precaria, degli attori sociali coinvolti. Soggetti sottoposti non solo ad uno stato di isolamento sociale forzato, ma succubi altresì di un devastante impatto mass mediale carente e inidoneo sia riguardo gli aspetti psicologici cui la società va incontro, sia sui numeri veri e propri dell’epidemia.

Un’emergenza collettiva senza precedenti nella storia sociale recente, capace di cambiare drasticamente le abitudini ormai ben radicate nella nostra cultura attraverso una serie di restrizioni talmente tanto severe, per molti solo apparentemente, da chiamare in causa una possibile violazione dei sacri articoli costituzionali.

Quarantena. Come agisce su un individuo?

La prima delle risposte collettivamente espressasi nelle prime fasi di questa iperbole pandemica, anche in virtù delle regolamentazioni governative, oltre che all’assalto ai supermercati, a causa dei messaggi veicolati riguardo la fantomatica scarsità di risorse, è stato l’allontanamento dalle prime “zone rosse” della penisola da parte di quei soggetti, soprattutto studenti universitari e lavoratori, trovatisi in suddette aree. Un comportamento da molti definito deprecabile ma dettato dalla necessità inconscia di reagire ad una situazione di crisi imprevista, attraverso una risposta altrettanto forte: la fuga. Del resto proprio il gesto di quei soggetti sanciti come “criminali”, scappati dal Nord Italia per ricongiungersi con i propri familiari, è stato in primis mal affrontato dagli stessi mass media, rei di aver prodotto fin da subito un’informazione irresponsabile aumentando l’incertezza di tutta la comunità e di lì a poco, di tutto quello che ne è seguito.

Per capire meglio questa situazione corre in nostro aiuto Jhon Drury, psicologo sociale ed esperto di comunicazione, il quale ha in passato trattato il concetto di “panico” e di “comunità”: la convinzione che ci sia una situazione di “panico” altro non produce che un agire, da parte del soggetto, in modo puramente individualistico, e solo quando le persone pensano a sè stesse come identità sociale diventano più collaborative e meno egoiste. Una situazione che ha una sua razionalità dunque, come dichiarato anche dallo psicologo Lorenzo Montali.  Il primo grave errore commesso sia da parte di chi aveva il compito di gestire questa situazione di emergenza sia dall’informazione mainstream è proprio questo: la non consapevolezza dei danni che si stavano producendo divulgando informazioni “apocalittiche”. Occorreva infatti essere consapevoli che un uso corretto della comunicazione oltre che aiutare la costruzione di un’identità condivisa, avrebbe esercitato anche una grande influenza sulla comunità aiutandola a collaborare senza cadere nel tranello del panico, in quanto più un individuo sarà in preda alla paura, più si restringerà il campo della razionalità e della auto-riflessività.

Anche la prima fase della quarantena ha verosimilmente risentito delle modalità con cui la stessa misura è stata comunicata, poiché bisogna infatti considerare che una “sospensione della normalità” derivante da un’epidemia attraversa diverse fasi, in cui si passa da un iniziale momento di rassegnazione, al tentativo di costruzione di una nuova identità sociale (come insegnano i flash mob sui balconi), in cui i soggetti devono essere accompagnati con una sana informazione.

Quali risvolti psicologici

Ma in che modo uno stato di asocialità forzata agisce sull’individuo? Ma soprattutto potranno bastare in questo periodo il lavoro svolto da associazioni e singoli cittadini che gratuitamente forniscono supporto telefonico, senza avere tuttavia nel nostro paese un vero e proprio gruppo specialistico di riferimento in grado di gestire anche la comunicazione istituzionale?

Perché in tal senso, oltre alle risposte da parte della collettività, occorre considerare più di ogni altra la risposta individuale da parte di ogni soggetto, in base non solo alle risorse possedute ma anche al contesto dell’ambiente in cui è immerso, ambiente che modula inevitabilmente i livelli di ansia e paura. Neppure la fragilità di talune condizioni aiutano gli attori sociali coinvolti, travolti da un’ambiente saturo di preoccupazione, incertezza, stravolgimenti e terrorismo mass mediatico.

Soprattuto negli anziani in isolamento le misure assistenziali dovrebbero avere un’assoluta certezza nell’applicazione, fornendo supporto emotivo, di aiuto pratico, condividendo altresì informazioni chiare e semplici su come proteggersi dal contagio e su quale siano le soluzioni idonee da applicare. Per queste categorie di soggetti lo “ state a casa”, brocardo categorico cui siamo sottoposti quotidianamente, significa deprivazione, solitudine, sofferenza.

Sofferenza per una vita momentaneamente svuotata di ogni contatto personale e di tutte le altre attività di svago normalmente svolte, che potrebbe anche favorire il processo di deterioramento cognitivo.

L’inidoneità del contesto familiare unitamente alla convivenza forzata, ad esempio nel caso di coppie conflittuali o di donne soggette a violenza, rischia inoltre di creare crepe, di far saltare gli equilibri, di esacerbare delle situazioni già complesse.

Per capire meglio le conseguenze di una quarantena su un gruppo di soggetti si possono prendere come riferimento i risultati derivanti dalla quarantena di 9 giorni imposta al personale ospedaliero venuto a contatto con SARS-CoV durante l’epidemia del 2003; in questi soggetti il disturbo più presente fu quello acuto da stress, caratterizzato da ricordi intrusivi manifestatisi entro le 4 settimane. I sintomi più ricorrenti: ansia invadente, ricordo angosciante dell’evento, sofferenza psicologica, iper vigilanza e persistente incapacità di provare emozioni positive.

Se da una parte è vero che il rischio presente di contagio nel nostro paese è un qualcosa da combattere ad ogni costo, d’altra parte non bisogna dimenticare i pericoli derivanti da una vita stravolta da un evento imprevisto, come una pandemia o una quarantena ad libitum che oltre alla mancanza di affettività, è ancor più esasperata dalle preoccupazioni legate alle finanze personali. E se per la maggior parte dei soggetti, questi possono verosimilmente essere stati transitori, sopportabili, per altri una tale perdita di “normalità” comporta una importante caduta depressiva, uno stato che difficilmente potrà risolversi con la tanto sperata fine dell’emergenza. Lo stress cronico influisce infatti oltre che sul benessere mentale, anche sul lavoro. Nei minori invece l’insorgenza di stati post-depressivi da stress è una delle conseguenza più facilmente insorgenti una volta tornati alla vita di tutti i giorni.

Cosa fare?

Per fortuna viviamo in un’epoca in cui è davvero impossibile non essere interconnessi. In un tale periodo occorrerebbe continuare a coltivare le relazioni personali in ogni modo possibile: videochiamate, uso dei social network, e per ciò che concerne il lavoro, l’utilizzo delle conference call, etc… Di estrema importanza inoltre controllare il proprio umore in questi giorni: tristezza, irascibilità, apatia, pensieri catastrofici, son tutti segnali che indicano un suo significativo abbassamento. Nel caso di un palese segnale di avvisaglia di un possibile stato depressivo o ansioso ricorrente è necessario intervenire, ricorrendo a figure professionali consultabili anche online come psicoterapeuti cognitivi comportamentali o il proprio medico di base. Perché proprio la trascuratezza dell’impatto psico-sociale di un isolamento forzato, e la debolezza di alcune tipologie di soggetti, come coloro possedenti disturbi ossessivo-compulsivi e stati d’ansia, possono a loro volta avere una prepotente ricaduta sull’esposizione ai rischi effettivi di contrarre il virus e sulle osservazioni delle limitazioni da osservare.

Obiettivo primario delle istituzioni è quello di adottare qualsiasi misura idonea ad una più tollerabile quarantena, per quanto questo possa essere possibile, e al fine di evitare delle ripercussioni negative sulla psiche dei soggetti, sarebbe necessario spiegare  con assoluta chiarezza quello che accade, la durata delle misure, le attività da svolgere e le misure economiche di aiuto post pandemia, poiché l’interruzione obbligata della propria attività lavorativa senza alcuna pianificazione futura aumentano di molto le probabilità di contrarre un disturbo mentale.

Conclusioni

Restare a casa non è, e non deve essere, soltanto una situazione di deprivazione affettiva e sociale. Soprattutto in questi casi di emergenza il mantenimento di uno stile di vita sano e attivo anche all’interno delle proprie abitazioni, deve essere raggiunto con ogni mezzo disponibile, imparando a convivere con questa situazione pianificando le proprie attività. La situazione attuale può sembrare estremamente preoccupante e il potere mass mediatico, reo molte volte di una informazione distorta, è il primo responsabile del senso di inquietudine e panico che oggi attanaglia la nostra società, bombardata da previsioni catastrofiche e scenari apocalittici. Tuttavia i soli numeri non bastano a rappresentare l’assoluta veridicità di quello che stiamo vivendo; ogni programma televisivo, ogni TG altro non fa che vendere i suoi “prodotti” esclusivamente sulla base della notiziabilità delle informazioni, seguendo la principale regola “only bad news are good news”. Dovere di ognuno è quello di informarsi quanto basta, filtrando le notizie, evitando facili isterismi, senza affidarsi a complottisti o a tecniche non riconosciute o ingannevoli.

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Pasquale Castronuovo

Dottore in Scienze per l’investigazione e la Sicurezza, con una tesi sperimentale sulla chiusura degli OPG, e specializzando in Ricerca sociale, Politiche della Sicurezza e Criminalità. Tra i suoi studi vi sono, oltre alle dinamiche psicologiche di criminali particolarmente efferati, anche il sostenimento di corsi di alta formazione in psicodiagnostica infantile e criminologia clinica.

Un pensiero riguardo “Covid-19, mass media e quarantene: una possibile eterogenesi dei fini

  • 26 Marzo 2020 in 19:18
    Permalink

    Sono pienamente d’accordo con la disamina del Dottor Castronuovo, sempre caratterizzata da minuziosa e inappuntabile esposizione. Il periodo storico che stiamo attraversando porta al vaglio diversi interrogativi sia antropologici che culturali su cui riflettere e su cui costretti ad imbatterci non appena sarà concluso lo stato di emergenza. La speranza è quella di ritrovare una coscienza collettiva più consapevole, lucida e finalmente capaci di fissare priorità e percorsi nuovi mai intrapresi dando così un senso nuovo ad esistenze probabilmente mai espresse o vissute al di sotto delle proprie capacità.

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