La Strage di Erba (parte 1) – la dinamica del massacro

Storia della Strage di Erba e delle prime indagini che portarono al processo che incriminò i coniugi Romano.


Tra i tanti casi apparentemente risolti nel panorama nazionale italiano, la Strage di Erba è quella che più di tutti ancora oggi desta maggiormente scalpore nell’opinione pubblica, divisa in due, come sempre accade in questi casi, nell’eterna lotta tra “innocentisti” e “colpevolisti”. Non è un caso che proprio negli ultimi anni si sia verificata una rivolta mediatica capace di produrre un gran numero di prodotti televisivi schieratisi a sostegno di una delle due versioni, quella ufficiale raccontata dai media mainsteam e dagli inquirenti e quella sostenuta dalla difesa e, soprattutto negli ultimi anni, da alcuni giornalisti.

A distanza di quasi 13 anni restano numerose aporie non solo sulla reale dinamica dei fatti, ma anche sul reale movente che abbia spinto i coniugi Romano a compiere quella che fu definita dal PM Astori, durante il processo, “la più atroce impresa criminale nella storia della Repubblica”.

Ciò che rimane di fatti sono certamente le numerose domande che ancora ad oggi non trovano risposta, come sancito dagli stessi giudici al termine del primo grado.

Qual è il reale peso delle prove a carico dei coniugi Romano? Sono davvero loro i mostri di Erba?

In che modo un netturbino ed una donna delle pulizie hanno potuto compiere una tale mattanza in 20 minuti?

Cercando di rispondere in maniera il più oggettiva possibile a tali domande, inizia con questa prima parte del lavoro, un lungo e complesso “cammino” verso l’analisi di tutto ciò che successe da quella notte di dicembre del 2006; verranno prese in considerazione, analizzandole singolarmente, tutte le prove che convinsero gli inquirenti e la magistratura a condannare all’ergastolo i coniugi Romano e tutte le prove e le tesi sostenute in fase processuale dalla difesa, che ancora oggi si batte a spada tratta per dimostrare l’innocenza dei due.

Ciò che affronteremo ora è il racconto dei fatti di quella maledetta sera e di come si arrivò all’arresto di Olindo Romano e Rosa Bazzi.

La Strage – 11 dicembre 2006

Erba, provincia di Como, ore 20:20. In uno degli appartamenti della corte di Via Diaz, divampa un incendio, il cui fumo attira i soccorritori. Tra costoro vi è un pompiere volontario, il primo ad accorrere sul luogo del delitto, il quale salendo verso il primo piano della palazzina per recarsi verso l’appartamento in fiamme, trova sul pianerottolo un uomo ferito, con la gola squarciata, la testa dentro l’appartamento che brucia ed il corpo fuori; si tratta di Mario Frigerio, unico superstite della Strage, che verrà prontamente trasportato al sicuro dai soccorritori.

La porta dell’appartamento incendiato è socchiusa quindi i soccorsi riescono ad entrarvi e a rinvenire i primi due cadaveri tra le fiamme: si tratta di Raffaella Castagna e della madre Paola Galli.

Ma durante le operazioni di soccorso, si possono sentire le grida d’aiuto di Valeria Cherubini, moglie del Frigerio, intrappolata al piano superiore della palazzina; sarà proprio costui ad indicare con dei gesti ai soccorsi dove recarsi. Tuttavia il fumo, sempre più denso, li costringerà a desistere e ad abbandonare quell’inferno, pur sapendo che la Castagna ha un bambino di due anni nell’appartamento ed al piano di sopra c’è una signora ancora viva.

Solo dopo l’arrivo dei Vigili del Fuoco, che riusciranno a domare l’incendio, verranno scoperti tutti e quattro i corpi delle vittime:

  • Raffaella Castagna, giovane donna di 30 anni, colpita ripetutamente con una spranga e deceduta a causa delle lesioni alla testa; venne accoltellata 12 volte e poi sgozzata e rinvenuta nel corridoio principale della sua abitazione;
  • Paola Galli, 60 anni, madre della Castagna, colpita a coltellate è morta anche lei in seguito alla contusioni riportate alla testa.
  • Youssef Marzouk, figlio di Raffaella, di due anni, la cui morte è da imputarsi ad un’unica coltellata ricevuta alla gola che recise l’arteria carotide.
  • Valeria Cherubini, 55 anni, aggredita insieme al marito dopo essere accorsa al piano inferiore della palazzina, attirata dal fumo che ne usciva e dalle grida delle vittime; ricevette 34 coltellate e 8 sprangate. All’arrivo dei soccorritori la donna era ancora viva e morì solo in seguito a causa del monossido di carbonio.

Le indagini degli inquirenti

Chi fu a compiere una simile mattanza?

Le prime indagini condotte dai carabinieri di Erba, guidate dal comandante Gallorini, si concentrarono sulla figura di Azouz Marzouk, un tunisino che all’epoca dei fatti aveva 26 anni e marito di Raffaella Castagna nonché padre del piccolo Youssef. Il Marzouk era famoso alle forze dell’ordine per via del suo passato legato allo spaccio e alla detenzione di sostanze stupefacenti, ed era uscito dal carcere grazie all’indulto del 2006.

Ma Azouz non può essere: la sera della strage si trova in Tunisia dai suoi genitori, come dimostreranno i tabulati telefonici. Saranno proprio gli inquirenti, una volta interrogato, a confermarlo: l’indiziato numero uno, colui che già nelle prime ore dal fatto fu additato dai principali TG come esecutore della mattanza, aveva un alibi di ferro.

La seconda pista battuta dalle forze dell’ordine, portò direttamente a due vicini segnalati per il loro comportamento anomalo: Olindo Romano e Rosa Bazzi, noti al vicinato soprattutto per le loro numerose liti avute in passato proprio con Raffaella Castagna, a causa dell’eccessivo rumore durante le feste serali che la donna organizzava con gli amici del marito Azouz nel proprio appartamento. In un momento immediatamente successivo alla strage, i due coniugi di Erba si erano fin da subito mostrati disinteressati da quanto accaduto, a differenza degli altri condomini evidentemente preoccupati. Tali sospetti portarono gli inquirenti a mostrare sempre maggiore attenzione verso i due, tanto da sequestrare alcuni indumenti da sottoporre ad analisi e perfino l’automobile dell’Olindo. Le intercettazioni ambientali aumentarono ancor di più i sospetti poiché fu subito chiaro a tutti che i due coniugi Romano non affrontavano mai l’argomento nei loro colloqui, mentre tutta la nazione era interessata a quanto accaduto; ciò bastò per convincere gli inquirenti ad approfondire ulteriormente la situazione dei due vicini. Aumentarono le audizioni in caserma e le costanti verifiche sul loro alibi si tradussero nell’arresto, il 9 gennaio del 2007. Ciò che convinse la magistratura a procedere con il mandato di cattura furono le numerose prove trovate a carico dei due e la testimonianza del supertestimone, l’unico superstite della Strage, Mario Frigerio, che dopo essersi lentamente ripreso dallo shock dell’aggressione e, superato il trauma, iniziò a fornire indizi importanti circa l’aggressore.

Inizia il processo

Prima di addentrarci in tutto ciò che fu il procedimento giudiziario a carico di Olindo e Rosa, è utile procedere con una sintetica panoramica sul profiler di quelli che ancora ad oggi, sono considerati gli esecutori della Strage.

I due coniugi verranno a più riprese descritti come persone molto chiuse ed isolate, attaccate in maniera morbosa l’una all’altra; Rosa Bazzi subì delle violenze sessuali all’età di dieci anni, senza mai ricevere alcun tipo di assistenza, mentre riguardo Olindo Romano verrà fuori una denuncia sporta contro di lui dal padre e dal fratello agli inizi degli anni Ottanta. I due avevano interrotto qualsiasi tipo di rapporto con i loro familiari e la psichiatra, consulente della difesa, sostenne altresì l’opportunità di valutare effettivamente il quoziente intellettivo della donna per stabilirne la reale capacità di intendere e di volere.

Il 10 ottobre del 2007 iniziarono le indagini preliminari; le iniziali confessioni di Olindo Romano verranno ritratte e l’uomo professerà la sua innocenza, considerata dal PM Astori come una semplice variazione della strategia difensiva: i due coniugi sono rinviati a giudizio.

La prima udienza si tiene il 29 gennaio 2008 in un aula completamente assalita da una folla che vorrebbe assistere alla condanna dei due mostri di Erba. Per i giornalisti viene disposta una sala collegata via video con l’aula, mentre ad essere ammesse sono solo le telecamere della trasmissione di Rai 3 Un giorno in pretura. Olindo accuserà a più riprese i carabinieri rei di avergli fatto il lavaggio del cervello, convincendolo a confessare una strage in realtà mai commessa, in cambio di pochi anni di carcere e della immediata liberazione della moglie Rosa. Durante gli stessi giorni, i vicini di casa dei due coniugi, testimonieranno davanti alla corte descrivendo il clima di terrore che i Romano avevano creato in via Diaz: litigate furiosi, lettere di avvocati e lanci di vasi nei terrazzi costrinsero di fatti più volte le forze dell’ordine ad intervenire.

Il 26 febbraio 2008 anche Mario Frigerio testimonierà contro Olindo Romano, sostenendo che durante l’aggressione subita poté scorgere una seconda persona di sesso femminile che lui stesso identificherà in Rosa Bazzi. In aula la tensione aumenterà ancor di più al procedere del controinterrogatorio da parte della difesa che tenterà di mettere in dubbio la credibilità del Frigerio. Il 31 marzo la difesa, invocando il legittimo sospetto, e a causa del continuo comportamento ostile dei media nei confronti degli imputati, chiede di spostare il processo lontano da Como; l’istanza verrà respinta ed il procedimento riprenderà normalmente.

Nonostante le diverse dichiarazioni spontanee tenute da Olindo Romano e dopo diverse sospensioni del processo, la prima condanna arriva il 26 novembre del 2008: i coniugi sono condannati all’ergastolo con l’isolamento diurno per tre anni. Tale sentenza verrà riconfermata anche il 20 aprile del 2010 dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano, ed il 3 maggio del 2011 dalla sentenza della Corte di Cassazione. Tutti gli argomenti difensivi verranno respinti dalla Corte di legittimità, poiché ritenute non abbastanza forti da mettere in dubbio la solidità della tesi accusatoria.

Fine prima parte

Lo “zoccolo” su cui venne ricostruita la dolorosissima vicenda, venne giudicato praticamente intoccabile dai giudici della Corte. Olindo Romano e Rosa Bazzi vennero condannati all’ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio da 26 giudici, ed ancora oggi stanno scontando la loro pena, nonostante la difesa abbia proposto a proprie spese, nel corso di tutti questi anni, l’analisi dei reperti mai analizzati.

Ma quali furono effettivamente le prove che condannarono i due coniugi a scontare la massima pena del nostro ordinamento? Cosa convinse i giudizi a condannarli come esecutori di una delle più gravi e controverse stragi italiane?

La versione ufficiale della Strage, così come raccontata dai media e dagli inquirenti, e tutte le prove a sostegno della tesi accusatoria verranno analizzate nella seconda parte del lavoro.

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Pasquale Castronuovo

Criminologo e sociologo forense esperto in criminogenesi e criminal profiling. La sua preparazione, oltre che dalla passione nel lavoro svolto, è attestata dal sostenimento dei diversi corsi di alta formazione inerenti la psicodiagnostica infantile e la prevenzione del crimine. Tra i casi giunti all’attenzione della cronaca giudiziaria, trattati direttamente tramite visione degli atti originali, vi sono la strage di Erba ed il caso di Chico Forti.

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