La strage di Erba (parte 2) – Le prove che inchiodarono Olindo e Rosa

I tre capi d’accusa che portarono alla condanna definitiva dei coniugi Romano.


L’11 dicembre 2006, non solo Erba, ma tutta Italia venne sconvolta dal massacro.

Le motivazioni che portarono alla condanna nei confronti di Rosa Bazzi e Olindo Romano, e che fondarono lo “zoccolo” duro della sentenza, furono giudicate praticamente inattaccabile dai giudici.

Quali furono le prove che riuscirono ad inchiodare i Romano?

Le indagini riguardanti la pista che portò a Rosa e Olindo partirono già dalla sera dell’11 dicembre 2006, quando l’anomalo comportamento dei due attirò l’attenzione degli inquirenti. La coppia infatti non si vide, nonostante il clamore che la scoperta dei cadaveri aveva destato, e la porta della loro abitazione fu aperta alle forze dell’ordine solo alle 2.30, dopo diverse ore di insistenza da parte degli Ufficiali. I carabinieri furono inoltre insospettiti dal fatto che la lavatrice fosse in funzione e che i due presentassero delle ecchimosi lungo le braccia. I sospetti aumentarono però quando la Bazzi esibì uno scontrino fiscale del McDonald’s che attestava l’orario di cena di quella sera, ma che a differenza delle usanze tipiche brianzole, e di una piccola realtà come Erba, riportava un orario insolitamente tardo, quello delle 21.37. Questo risultò alquanto strano poiché si evinse un tentativo immediato di apparire a tutti i costi estranei alla vicenda.

Nonostante la condanna all’ergastolo si basò su quella che i PM di Como, Astori e Fadda, definirono una «sovrabbonda di prove», il punto forte dell’accusa è sicuramente nei “tre pilastri”: la testimonianza di Mario Frigerio, le confessioni dei due coniugi, il 10 gennaio del 2007, ed infine la traccia di sangue appartenente a Valeria Cherubini, rivenuta sul battitacco dell’auto di Olindo. Saranno proprio questi tre elementi a convincere della loro colpevolezza tutta Italia.

Con un’opinione pubblica spaventata, desiderosa di risposte e sempre più pressante, gli investigatori iniziarono ad ascoltare e ad interrogare tutti i testimoni, o chiunque altro avesse potuto dare indicazioni utili, ma ciononostante gli sforzi maggiori dei carabinieri, ed in particolar modo del Luogotenente Luciano Gallorini, si concentrarono proprio sui due vicini di Raffaella, interrogati più volte per diverse ore in caserma.

La testimonianza del superteste Mario Frigerio

Nell’ospedale di Como, Mario Frigerio inizierà a riprendere conoscenza dopo il trauma subito. Nonostante lo scetticismo dei medici che si trovarono dinanzi ad un uomo in shock emorragico, con diverse ferite e con un’ustione di secondo grado su gran parte del viso, Frigerio ce la farà, risvegliandosi dopo il coma farmacologico.

Il primo interrogatorio avvenne il 15 dicembre 2006, in presenza del dottor Simone Pizzotti, Sostituto procuratore, ed altri tre colleghi che coordinavano le indagini. L’uomo raccontò di un soggetto che non conosceva, probabilmente straniero, con capelli neri e carnagione olivastra. Ma il 20 dicembre, interrogato dal Luogotenente Gallorini, Frigerio, farà per la prima volta il nome di Olindo Romano, versione confermata anche nella deposizione successiva davanti ai PM, il 26 dicembre. Sia davanti ai giudici per la testimonianza, che per tutta la vita, l’uomo non cambierà mai più la sua versione, giurando che la persona ad averlo aggredito fosse proprio Olindo Romano e che non avrebbe mai più dimenticato quegli occhi da assassino.

La traccia di sangue sul battitacco dell’auto

Dopo le dichiarazioni rese da un ancora convalescente Frigerio, l’auto di Olindo sarà sottoposta a perquisizione, ed esaminata in maniera più approfondita. I rilievi sulla Seat Arosa del sospettato vengono effettuati alle ore 23 da Carlo Fadda, Brigadiere del Nucleo Operativo dei carabinieri di Como, il quale procede con esami di tipo indicativo-presuntivi utilizzando dapprima il Crimescope e successivamente il Luminol, strumenti adoperati al fine di evidenziare tracce di sangue invisibili all’occhio umano. Proprio il Luminol, nebulizzato in grandissime quantità sull’auto, evidenzierà qualcosa: tra tutti i prelievi effettuati ed analizzati dal dottor Carlo Previderè, consulente tecnico dell’accusa, si evidenzia la traccia numero 3, che dopo le dovute analisi, si stabilirà essere sangue umano il cui profilo genetico è per larga parte compatibile con quello di Valeria Cherubini. La dichiarata purezza della macchia, inoltre, risultò tale da non lasciare dubbi a riguardo: la veicolazione avvenne con un unico passaggio, ovvero solo l’assassino poteva averla portata lì. Questa sarà la “pistola fumante” che incastrerà definitivamente Olindo.

Le confessioni di Olindo e Rosa

A soli due giorni dall’arresto avvenuto l’8 gennaio 2007, i due coniugi iniziarono una serie di deposizioni davanti ai PM, ove confessarono di aver commesso l’orrendo massacro. Tali confessioni, come sancito dalla sentenza di primo grado, risultarono «ricchissime di particolari», «dettagliatissime» e «con particolari che soltanto gli assassini potevano conoscere», perfettamente sovrapponibili. A convincere ancor di più della loro colpevolezza, vi saranno anche i video fatti dal consulente di parte della difesa, il criminologo Picozzi, ove i due descriveranno quanto detto precedentemente ai PM sulla dinamica della strage. Con questa terza granitica prova, non vi fu più alcun dubbio sulla loro colpevolezza.

Dubbi o certezze?

Dopo molti anni di distanza dall’orrenda mattanza che costò la vita a tre donne e ad un bambino di appena due anni, la maggior parte dell’opinione pubblica, ed i parenti delle vittime, si dicono fermamente convinti della colpevolezza di Olindo e Rosa. Ma le prove poc’anzi descritte, sono davvero così inconfutabili come 26 giudici, in tre sentenze, hanno statuito? Quali sono i dubbi sulla dinamica della strage e sulla fondatezza delle prove, che ancora oggi permangono? Tutto ciò verrà affrontato nella terza e ultima parte di questo lungo e complesso viaggio iniziato una sera di 13 anni fa.

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Pasquale Castronuovo

Dottore in Scienze per l’investigazione e la Sicurezza, con una tesi sperimentale sulla chiusura degli OPG, e specializzando in Ricerca sociale, Politiche della Sicurezza e Criminalità. Tra i suoi studi vi sono, oltre alle dinamiche psicologiche di criminali particolarmente efferati, anche il sostenimento di corsi di alta formazione in psicodiagnostica infantile e criminologia clinica.

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