Apprendere l’aggressività: l’esperimento della bambola Bobo

Lo studio di Albert Bandura sui bambini e sulle tecniche di imitazione dei comportamenti aggressivi


Una delle domande cui gli psicologi e gli studiosi degli ambiti della devianza si sono più volte posti, riguarda la metodologia di apprendimento o di assimilazione dei comportamenti violenti.

La devianza si può apprendere o imitare? E se sì, in che modo un soggetto proieziona un comportamento deviante dentro di sé?

Dallo studio delle biografie dei più efferati serial killer ci si rende presto conto di come un’ambiente familiare non salubre sia, nella maggior parte dei casi, alla base dei futuri comportamenti violenti da parte dei bambini sottopostivi; le violenze perpetrate ad esempio da un genitore sull’altro, crea conseguentemente nel minore uno stato traumatico a cui ci si adatterà talvolta proprio riproponendo quegli stessi comportamenti violenti cui si è assistito.

Ma se è vero che alla nascita della violenza contribuiscono fortemente le condizioni sociali in cui un soggetto vive, gli studi condotti dallo psicologo canadese Albert Bandura e dalle colleghe Dorothea e Sheila Ross agli inizi degli anni ’60, dimostrano come un comportamento deviante si possa anche apprendere o imitare semplicemente guardando in azione un altro soggetto violento.

L’esperimento della bambola Bobo

L’esperimento della bambola Bobo è il nome attribuito agli studi condotti da Bandura tra il 1961 e il 1963 riguardanti l’analisi comportamentale dei bambini che assistevano ad un atteggiamento aggressivo di un adulto verso una bambola chiamata Bobo (un giocattolo gonfiabile che rimane sempre in posizione eretta una volta colpito).

All’esperimento parteciparono 72 bambini di una scuola materna della California, 36 maschi e 36 femmine di età compresa tra i 3 ed i 6 anni; ogni bambino era coinvolto nell’esperimento singolarmente e senza alcun tipo di condizionamento da parte di altri compagni della classe.

Nel primo gruppo ogni bambino veniva portato dallo sperimentatore all’interno di una stanza e fatto accomodare in un angolo in cui erano presenti diversi tipi di attività (adesivi, francobolli, colori, ecc…); nella stessa stanza era anche presente un soggetto adulto, posizionato in altro angolo e circondato da giocattoli (tra cui la bambola Bobo) a cui al bambino era inizialmente vietato avvicinarsi.

Durante l’esperimento l’adulto iniziava dunque a mettere in atto lo scenario aggressivo, giocando dapprima con i giocattoli e poi mostrando aggressività verso la bambola che veniva ripetutamente colpita con calci e pugni, lanciata per aria o a cui si rivolgeva gridando.

Il secondo gruppo di bambini era invece posto all’interno di un’altra stanza in cui il modello adulto giocava ignorando completamente la bambola.

Dopo circa 10 minuti lo sperimentatore rientrava nelle stanze, sia del primo che del secondo gruppo, faceva uscire il soggetto adulto e accompagnava il bambino in un’altra sala piena di giochi con cui gli era concesso interagire. Dopo circa 2 minuti lo sperimentatore avvisava però il bambino che non era più possibile giocare poiché i giocattoli erano riservati ad altri compagni, il tutto per aumentare il senso di frustrazione nel minore, ma che poteva però giocare con le attività della prima stanza (quelle a cui non era possibile avvicinarsi in precedenza), dove veniva riaccompagnato e lasciato libero per 20 minuti.

Risultati ed altri studi di Bandura

Tutti i bambini del primo gruppo reagirono aggredendo sia verbalmente che  fisicamente Bobo tramite calci, pugni oppure gettandolo per aria. Molti bambini inoltre utilizzavano il martello giocattolo presente nella stanza non solo per aggredire la bambola ma anche contro altri oggetti.

Molti, inoltre, avevano mostrato modalità di aggressione che non erano un’imitazione diretta del comportamento dell’adulto appena visto. Tali risultati mostravano dunque come i bambini esposti al modello aggressivo, avevano una maggiore probabilità di agire in modi fisicamente aggressivi rispetto a quelli del secondo gruppo.

Un’altra considerazione annotata dallo stesso Bandura fu che i comportamenti di imitazione aggressivi nei maschi (270) era maggiore che nelle femmine (128).

Bandura procedette anni dopo con un altro studio simile al precedente; il suo scopo era quello di analizzare il comportamento di un bambino posto di fronte ad un atteggiamento aggressivo che però questa volta veniva premiato o punito.

Le modalità di esecuzione dello studio furono simili a quelle del 1961: ai bambini di età tra i 2 ed i 6 anni veniva mostrato un film in cui vi era un adulto che aggrediva una bambola Bobo, ma a seconda del gruppo sperimentale, il film si concludeva con una scena dove il soggetto aggressore veniva premiato o a cui gli era intimato di non farlo più.

Successivamente i bambini venivano condotti e lasciati soli all’interno di una stanza con molti giocattoli tra cui una bambola Bobo; il risultato fu che i bambini che assistettero al film in cui l’adulto veniva alla fine punito, mostravano un comportamento meno aggressivo. Tuttavia quando lo sperimentatore chiedeva ai bambini di mostrare ciò che avevano visto nel film, tutti, indipendentemente dal finale visto, inscenavano le aggressioni viste poco prima.

Questo risultato dimostrava come i premi o le punizioni non influenzano l’apprendimento o il ricordo delle informazioni, ma solo se quel dato comportamento deve essere eseguito o meno.

Conclusioni

Gli studi di Bandura evidenziano come si debba prescindere dalla semplicistica concezione elaborata della teoria del comportamentismo, che vede l’apprendimento di un’azione basato esclusivamente sul meccanismo del premio o della punizione, ma che vi siano altri tipi di apprendimento come quello osservativo o vicario. I bambini dunque imitano spesso il comportamento degli altri attraverso il c.d. modello dell’apprendimento sociale.

Alla luce di ciò resta da chiedersi se la massiccia mole di violenza presente oggigiorno nel cinema, nella televisione o nei videogiochi possa influenzare in negativo il comportamento di un soggetto minore propagandando ancor di più la devianza, oppure se questo sia un modo per ridurla, sublimandola, poiché attuata da un aggressore vicario che agisce in un contesto di fantasia.

 

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Pasquale Castronuovo

Dottore in Scienze per l’investigazione e la Sicurezza, con una tesi sperimentale sulla chiusura degli OPG, e specializzando in Ricerca sociale, Politiche della Sicurezza e Criminalità. Tra i suoi studi vi sono, oltre alle dinamiche psicologiche di criminali particolarmente efferati, anche il sostenimento di corsi di alta formazione in psicodiagnostica infantile e criminologia clinica.

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