Il comportamento antisociale nell’età adolescenziale: la tragedia di Novi Ligure

Di Dr.ssa Maria Laura Giampaglia


Erika De Nardo la sera del 21 febbraio 2001 massacrò a coltellate, insieme con il fidanzato Omar Favaro, a Novi Ligure, la madre Susy Cassini e il fratellino undicenne Gianluca. Ella, lungi dal crollare sotto i colpi del rimorso raccontò, agli inquirenti, nel tentativo di sviare le indagini che ad uccidere la madre ed il fratellino sarebbero stati due albanesi, dimostrando così, oltre a ferocia fuori dal comune, un terrificante cinismo; nel corso delle successive indagini le confessioni non sono mai state rese in modo spontaneo, il che avrebbe potuto significare almeno un parziale tardivo coinvolgimento emotivo dei due giovani omicidi.

Il 14 dicembre 2001 presso il tribunale dei minori di Torino è stata emessa sentenza di condanna per Erika nella misura di 16 anni e per Omar di anni 14, sentenza confermata in appello il 30 maggio 2002 e in Cassazione il 9 aprile 2003.

Disturbo antisociale di personalità

La ragazza viene descritta da alcuni testimoni come una ragazza ribelle, aggressiva, trasgressiva mentre da altri come una ragazza altruista, ancora religiosa, addirittura buona. Alla luce dei dati analizzati questo caso può essere considerato come quello di un’adolescente vittima del disturbo antisociale di personalità. I dati che collegano a questo sono tre:

• l’efferatezza con cui ha agito nei confronti della madre e del fratello;

• l’assenza pressoché completa di una reazione emozionale adeguata all’accaduto, vale a dire un qualunque rimorso;

• la strategia di depistaggio adottata prima accusando alcuni albanesi e poi il fidanzato.

Novi Ligure: vendetta e paura

L’efferatezza del delitto è riconducibile a due diverse motivazioni: la vendetta e la paura. La vendetta promuove un comportamento orientato a ripagare l’altro del danno che ha fatto secondo la legge del taglione. La paura è un meccanismo ancestrale. Nella misura in cui si fa del male a qualcuno, si vive nell’angoscia che egli possa vendicarsi. Inferire sulla vittima, fino a dissanguarla o a smembrarla, è un modo inconsapevole per metterla in condizione di non nuocere.

L’assenza di rimorso a livello cosciente, frequentemente riscontrabile in ambito criminologico, non può trovare altra spiegazione che nella convinzione soggettiva di avere agito comportamenti giusti e necessari per affermare i propri diritti o ripagarsi di gravi e intollerabili torti subiti.

L’educazione di Erika

Analizzando il rapporto tra genitori e figli, come risulta dalle cronache, sembra sia stata la madre ad interessarsi prevalentemente del processo educativo di Erika. La madre veicolava, in assoluta buona fede, due sistemi di valori intrinsecamente coercitivi: un cattolicesimo integralista, vissuto con piena partecipazione, e un codice di rispettabilità borghese espresso da un’attenzione maniacale per l’ordine e la pulizia domestica.

L’atteggiamento educativo che muove da questi sistemi di valori può produrre un campo d’interazione all’interno del quale il riferimento al “male”, inteso come disordine morale e comportamentale, è pressoché continuo.

In assoluta buona fede, il genitore sente come suo dovere imprescindibile dirigere, correggere, sanzionare, punire il figlio per salvarlo dal male e dalla catastrofe della devianza. La rigidità del quadro dei valori di riferimento induce un atteggiamento ossessivamente partecipe e inconsapevolmente persecutorio e quindi il figlio o deve adattarsi a quei valori o deve ribellarsi con tutte le sue forze, come ha fatto Erika. Ella, infatti, ha manifestato precocemente una certa insofferenza nei confronti del modello di vita proposto dalla madre ed ha sviluppato comportamenti tendenzialmente antisociali e trasgressivi, poco compatibili sia con i valori religiosi che con i principi della rispettabilità borghese.

La tensione verso l’individuazione non ha peraltro, data la giovane età, dato luogo ad un’identità definita. Non si poteva certo prevedere la pericolosità del comportamento di Erika nel contesto familiare; qualche segnale ci sarà stato, ma nessuno se ne è reso conto vivendo a ritmo serrato la propria quotidianità.

Il 5 dicembre 2011 è stata disposta la scarcerazione di Erika che oggi è una donna libera e lavora come segretaria in un’industria edile quasi a cancellare il suo passato.

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Miolì Chiung

Mi chiamo Miolì Chiung e sono una psicoterapeuta esperta in psicologia giuridica e criminologia. Da sempre, per lavoro e per passione, sono affascinata dalla psicologia criminale e dall’analisi della mente umana. Mi occupo di minori e famiglia e,da questo particolare osservatorio, amo analizzare le sfumature familiari di alcuni crimini.

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