Vincenzo Verzeni, classe 1849: il primo serial killer italiano

Vincenzo Verzeni è stato un noto serial killer, vissuto a cavallo tra il 1800 e il 1900. Il suo caso è stato approfondito da Cesare Lombroso. È stato condannato per l’omicidio di due donne e per averne aggredite altre sei, tra il 1867 e il 1872.

Conosciamo la sua storia, vediamone i delitti e cerchiamo di creare un profilo psicologico del personaggio in questione, per saperne di più.

Vincenzo Verzeni, la sua storia

Nato a Bottanuco, nel bergamasco, nel 1849, ha vissuto un’infanzia molto disagiata, a causa delle modestissime condizioni economiche della famiglia. La madre soffriva di forti attacchi di epilessia, mentre il padre era un alcolizzato e un violento. I primi segni di aggressività, il giovane Vincenzo li mostra intorno ai diciotto anni.

In seguito alle prime aggressioni, però, non appaiono provvedimenti penali a suo carico. Soltanto nel 1873 viene arrestato. La perizia psichiatrica sarà a opera di Lombroso.

Colpevole di duplice omicidio, Verzeni ha scampato una condanna a morte grazie al voto di un giurato. Al posto della pena di morte, fu condannato all’ergastolo, nel manicomio criminale della Pia Casa della Senavra di Milano e ai lavori forzati a vita.

Non conosciamo bene i dettagli della sua morte. Gli infermieri del manicomio criminale di Milano hanno affermato di averlo trovato morto impiccato nella sua cella, nell’aprile del 1874. Secondo alcuni, invece, Verzeni sarebbe sopravvissuto al tentativo di suicidio e sarebbe poi stato trasferito nel carcere di Civitavecchia. L’atto di morte certifica infatti che Verzeni è morto nel dicembre del 1918 nel suo paese natale, in circostanze naturali.

I delitti di Verzeni, primo serial killer italiano

Passiamo, adesso, in rassegna i delitti commessi dal Verzeni. Prima di arrivare agli omicidi, soffermiamoci sulle prime aggressioni.

A farne le spese è stata la cugina Marianna, che nel 1867 è stata aggredita nel sonno. Marianna decise di non denunciare il cugino. Nel 1869, invece, è stato il turno di una contadina, Barbara Bravi, aggredita da uno sconosciuto. Nello stesso anno, aggredita anche Margherita Esposito. Sempre nel 1869, una donna, tale Angela Previtali, ha denunciato di essere stata rapita dal Verzeni e poi rilasciata dopo alcune ore, perché l’uomo avrebbe avuto compassione di lei.

È datato 1870 il primo omicidio. A farne le spese la quattordicenne Giovanna Motta. Il suo cadavere fu ritrovato mutilato, quattro giorni dopo, con tanto di interiora e organi genitali completamente asportati.

La sua attività criminale continua nel 1871, quando aggredisce le contadine Maria Galli e Maria Previtali.

Infine, il secondo ed ultimo omicidio è datato 1872. La vittima era Elisabetta Pagnoncelli, il cui cadavere fu ritrovato in modo molto simile rispetto a quello della Motta.

Profilo psicologico

Tracciare il profilo psicologico del serial killer è possibile anche grazie alla perizia psichiatrica effettuata da Lombroso. Lo studioso ha analizzato il caso ed è giunto alla conclusione che si trattava di una persona sana di mente, ma sadico sessuale, divoratore addirittura di carne umana. Un vampiro dei tempi moderni, potremmo dire. Lombroso, noto per i suoi studi del cranio, aveva diagnosticato necrofilia e forme di cretinismo grazie alle mandibole e zigomi pronunciati, nonché agli occhi piccoli e infossati. Successivamente, abbiamo comunque saputo che le teorie di Lombroso basate sulla conformazione del cranio erano prive di ogni fondamento.

Verzeni nella cronaca e nell’immaginario comune

I media del tempo lo hanno spesso definito come “il vampiro della Bergamasca”, oppure “lo strangolatore di donne”. Ciò che salta agli occhi è il presumibile odio che il serial killer aveva nei confronti delle donne in generale, anche sconosciute.

Il piccolo paese di Bottanuco ricorda ancora le gesta sanguinose di Vincenzo Verzeni e, all’epoca, la popolazione è stata per anni terrorizzata al pensiero che il killer potesse terminare l’espiazione della pena e tornare di nuovo a piede libero.

[In copertina, un ritratto di Vincenzo Verzeni via bergamo.corriere.it]

 

 

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Miolì Chiung

Mi chiamo Miolì Chiung e sono una psicoterapeuta esperta in psicologia giuridica e criminologia. Da sempre, per lavoro e per passione, sono affascinata dalla psicologia criminale e dall’analisi della mente umana. Mi occupo di minori e famiglia e,da questo particolare osservatorio, amo analizzare le sfumature familiari di alcuni crimini.

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