Il matricidio di Castelfidardo
Di Dr.ssa Ariangela Cucchiara
Il 24 gennaio 2013 nel reparto psichiatrico dell’ospedale regionale di Torrette di Fano (Ancona), inizia il percorso riabilitativo di G.O. di anni 57, matricida.
L’individuo è stato trovato in stato confusionale all’interno del giardino della sua abitazione, incosciente e ricoperto di sangue in data 22 gennaio 2013.
Vita di G.O., matricida
È così che inizia la storia di questo soggetto che stanco della sua vita preclusa dalla madre, ha deciso di ucciderla per rendersi libero.
Un’adolescenza, una crescita difficile per G.O. che ha vissuto una vita piena di privazioni e di solitudine.
Cresciuto all’interno di un nucleo familiare chiuso ed isolato, dove è stato costretto sin da bambino ad occuparsi dei genitori.
Tra i 18 ed i 20 anni ci furono le prime avvisaglie di malattia mentale e fu preso in carico dal CSM (Centro Salute Mentale) territoriale dove fu sottoposto ai primi trattamenti con neurolettici.
Non è mai stato libero di poter fare ciò che voleva perché i suoi genitori non glielo permettevano e così non è stato in grado di possedere una cerchia di amicizie con cui passare il tempo libero, perché restava sempre isolato.
Negli anni ’90 dopo la morte del padre, la madre si rivelò ulteriormente protettiva ed esigente.
Il matricidio di Castelfidardo
D’un tratto dopo aver subìto per una vita intera, la sua mente lo fece convincere che la madre ultra protettiva e poco comprensiva, corrispondesse al diavolo, quindi questo doveva essere eliminato e così fece.
Colpì instancabilmente la madre con il gesso che portava al braccio in quel periodo, fracassandole il viso e terminando il lavoro strangolandola con un laccetto del reggiseno (nello strangolamento la compressione delle vie aeree si effettua attraverso un laccio od altro materiale equivalente dove viene applicata una forza diversa dal peso corporeo, cioè quella muscolare delle mani della vittima contro i terzi); infine, le scoprì il basso ventre per costatare il sesso della vittima dato che credeva che il diavolo fosse di sesso maschile.
Una storia raccapricciante ma vera che si è consumata nell’anno 2013, che ha cancellato una vita ma ne ha liberata ipoteticamente un’altra.
Uccidere per liberarsi: è stata questa la scelta del Sig. G.O. che ha preferito scontare una pena che restare rinchiuso dentro la sua abitazione per sempre.
Quadro clinico di G.O.
La REMS “Casa Gemelle” di Montegrimano Terme (PU), probabilmente ad oggi, ospita l’internato dal giugno 2015 dopo il trasferimento dall’OPG di Reggio Emilia, conseguente la chiusura degli OPG nello Stato italiano, in cui era stato collocato in seguito all’applicazione della misura di sicurezza detentiva per la durata minima di anni 2 come risulta dalla sentenze della Corte D’Assise di Ancona in data 12/09/2014.
La Legge n°81 del 2014 prescrive la chiusura degli OPG, cioè gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dove si configurava principalmente il fenomeno degli ergastoli bianchi, cioè la possibilità di restare rinchiusi per un tempo indeterminato.
Con tale legge, cambia il luogo di esecuzione della misura di sicurezza prevista per l’individuo infermo di mente, autore di reato. Fino al 31 marzo 2015 il luogo per l’esecuzione giudiziaria è stato l’OPG, oggi sostituito con la REMS (=Residenza per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza), dove la durata di una misura di sicurezza non può essere superiore al massimo della pena prevista per il reato.
Tale struttura continua a mantenere il duplice scopo di curare e di custodire, per salvaguardarne l’infermità mentale e la pericolosità sociale.
Inoltre, con l’introduzione delle REMS si sono notati dei cambiamenti importanti come il cambiamento del personale che nell’OPG era prettamente giudiziario, mentre oggi è totalmente sanitario (psicologi, infermieri, medici, psichiatri, oss, educatori, etc.).
Nel giugno del 2014 l’imputato è stato assolto dal delitto di omicidio commesso nel gennaio 2013 ai danni dell’anziana madre convivente, in quanto giudicato persona non imputabile al momento del fatto per vizio totale di mente, con applicazione della misura di sicurezza del ricovero in OPG, poi trasferito in REMS.
Dal primo colloquio svolto appena dopo l’ingresso in REMS, emerse appiattimento affettivo con povertà dell’eloquio e rallentamento psicomotorio, riferito anche all’isolamento sociale di cui soffriva già prima del reato e che si sarebbe mantenuto all’interno della precedente struttura contenitiva.
L’individuo patologico soffre di schizofrenia con elementi di tipo paranoide e disorganizzato, una sostanziale assenza di critica rispetto alla condotta ed un’evidente disabilità sociale.
Non parla spontaneamente dell’accaduto, e se gli viene chiesto di parlarne, dichiara che la madre non gli permetteva di far nulla, che risultava troppo esigente e che non voleva che lui assumesse una badante per aiutarla e gestirla.
Percorso di recupero
Dopo l’incontro avvenuto con i servizi psichiatrici di competenza territoriale, nel mese di marzo 2017, ai quali si rimanda al progetto terapeutico-riabilitativo a lungo termine, si era ipotizzato dati i risultati raggiunti, l’inserimento in diversa misura di sicurezza (non detentiva) presso la comunità terapeutica “Serenity House” di Montegrimano.
Nello scorso novembre 2017 il paziente, ha usufruito di licenze trattamentali per svolgere l’attività esterna prevista nel progetto “Uscite protette in compagnia di un animale”.
La possibilità di uscire dalla REMS, di entrare in contatto con animali, provvedere alla loro cura (alimentazione e pulizia) e la vista del paesaggio “agricolo” ha fatto emergere ad G.O. ricordi ed aneddoti legati alla propria infanzia e gioventù quando viveva in campagna con i genitori: se questo da un lato ha fatto emergere alcuni aspetti melanconici del suo carattere, dall’altro ha permesso la condivisione di episodi della propria storia con gli altri pazienti inseriti nel progetto. Riguardo l’esperienza vissuta riferisce positivamente, con il linguaggio povero e concreto che lo contraddistingue, le proprie sensazioni.
Adesso il soggetto sembra essere migliorato grazie alle terapie prescrittesi ed alla sua disponibilità nel partecipare alle attività riabilitative del centro in cui risulta internato.
Conclusioni
Con tale argomentazione ho voluto documentare come il percorso di recupero dei criminali psichiatrici sia problematico, difficile da affrontare per qualsiasi individuo ma più tormentato per gli infermi di mente.
Mi ritengo consapevole che prestare l’aiuto necessario a questi pazienti attraverso le terapie, le attività riabilitative ed il sostegno degli operatori, sia indispensabile per permettergli la possibilità di essere reinseriti nella società esterna.
Fonti: • Cartella Clinica e Cartella Giudiziaria presenti nella REMS “Casa Gemelle” di Montegrimano Terme (PU).
