L’aggressività e i suoi fattori scatenanti
di Dr.ssa Valentina Accomando
Aggressività e assertività
L’assertività è la capacità del soggetto di esprimere le proprie opinioni in modo chiaro ed efficace, attraverso un atteggiamento mentale positivo nei confronti di sé stessi e della vita. Spesso, chi non ha questa capacità, è classificato o come passivo o come aggressivo. Il comportamento passivo è tipico di chi subisce la situazione senza opporre alcuna forma di resistenza, mentre il comportamento aggressivo appartiene a chi impone le proprie idee agli altri come fossero le uniche validi e accettabili. L’aggressività è qualcosa di innato nell’essere umano, la quale può tramutarsi in condotte socialmente accettabili o generare comportamenti violenti finalizzati al produrre sofferenza negli altri. I meccanismi che scatenano questa tipologia di fenomeno, sono tutt’ora oggetto di analisi nell’ambito della psicologia. Il costrutto dell’aggressività può essere quindi definito come un comportamento intenzionale che ha l’obiettivo di procurare sofferenza agli altri, attraverso lesioni psicologiche o materiali. Due sono gli elementi fondamentali nell’insorgenza di un atto aggressivo: la patogenesi e i meccanismi di implentazione.Il modello bio-psico-sociale
Secondo la teoria dell’apprendimento sociale, il comportamento aggressivo viene prima di tutto appreso attraverso l’osservazione, l’imitazione, le ricompense e le punizioni che riceviamo. Alla luce di ciò è evidente come tutte le continue esposizioni a comportamenti aggressivi, attraverso telegiornali, programmi televisivi, video game, social media possano portare sempre di più all’insorgenza di atti violenti nella società. È molto influente quindi anche il contesto sociale in cui un soggetto vive: la famiglia di origine e lo stile educazionale impartito al soggetto, gestito attraverso ricompense e punizioni, è determinante. Anche l’eredità genetica influenza la sensibilità del sistema neurale alle sollecitazioni aggressive. Il nostro temperamento, ossia il nostro livello di intensità e di reattività emotiva, è continuamento influenzato dalla reattività del nostro sistema nervoso. Reattività stimolata continuamente dall’ambiente, influenzata da fattori quali per esempio il caldo, il rumore, il sovraffollamento e l’inquinamento. Anche alcuni composti chimici nel sangue, quali alcool e sostanza stupefacenti, possono interferire con il normale funzionamento neurale e scatenare atti aggressivi nel soggetto. Infine, un elemento da non sottovalutare è lo stato psicologico della frustrazione, cioè qualsiasi cosa che impedisca al soggetto di raggiungere uno scopo, può provocare uno stato di istigazione ad agire in maniera aggressiva. Il fenomeno dell’aggressività è quindi un fenomeno complesso, riconducibile al modello biopsicosociale, che attribuisce il risultato di un fenomeno all’interazione di fattori psicologici, sociali e biologici.Teorie psicologiche
Psicologia sociale sperimentale
La tradizione sperimentalista sull’aggressività, negli anni trenta, può essere fatta risalire a Skinner, nei suoi studi sull’apprendimento operante, nel quale il soggetto ha un ruolo attivo-operativo nel creare comportamenti nuovi non ancorati a istinti biologici. In queste ricerche l’aggressività è un comportamento modulabile con programmi di rinforzi positivi o negativi, strettamente legato alla reciprocità relazionale. Skinner vede due tipi di aggressività a partire dagli effetti che essa crea sull’altro: una filogenetica ed una ontogenetica. L’aggressività filogenetica è istintuale e funzionale alla specie dal momento che essa rappresenterebbe, l’archeitipo della selezione naturale. Diversamente, l’aggressività ontogenetica rappresenta l’agito orientato a “fare del male”, che si genera in quanto previsto dalla società, spesso rinforzato dalla stessa ed efficace al punto da strutturarlo nel carattere collettivo e soggettivo. L’autore sostiene che qualsiasi agito aggressivo si voglia considerare, anche il suicidio, ha sempre uno scopo positivo e rinforzante che giustifica l’aggressività. Sottolinea poi come l’aggressività sia l’esito della reciprocità intrinseca alla relazione, dal momento che relazionare in modo aggressivo comporta nell’altro altrettanta aggressività, Skinner mette in guardia dal rispondere con affetto e amore all’aggressività, in quanto l’affetto e l’amore vengono vissuti dal soggetto aggressivo come una “vincita” sull’atro e quindi come un rinforzo positivo che sostiene l’aggressività stessa. Pertanto Skinner, che si pone il problema sociale di come abbassare il livello di aggressività ontogenetica, sostiene che la stessa non può essere trattata unicamente con un sistema sociale punitivo, visto che egli ha ben dimostrato come rinforzi negativi, e una risposta aggressiva aumentino il livello complessivo di aggressività. In questo senso, l’autore propone una sua soluzione sociale al problema dell’aggressività ontogenetica, che passa dalla moralizzazione della società, che non deve più comunicare l’efficacia della violenza e che deve controllare i comportamenti aggressivi per mezzo dell’impegno delle persone su attività che permettano di occupare il tempo e scaricare l’aggressività. Kurt Lewin, che invece considera la questione da una prospettiva più gruppale, legge l’aggressività all’interno di un modello che considera il comportamento come l’esito dell’incontro tra persona ed ambiente psicologico, dove la struttura collettiva e il clima gruppale possono incidere sul comportamento del soggetto più di quanto possano fare le sue istanze mentali interne. Un ulteriore autore che si è occupato di aggressività sul versante sperimentalista è Albert Bandura. Canadese, statunitense di formazione, si occupa di aggressività dal punto di vista dell’apprendimento, all’interno della sua più ampia teoria dell’apprendimento sociale. Egli sostiene che l’aggressività sia un fatto sociale e non biologico, dato dai modelli aggressivi rappresentati dalla società e dalla capacità latente della persona di apprendere dagli stessi modelli (modeling). In questo senso Bandura ritiene che il comportamento aggressivo non sia l’effetto di una frustrazione, né di una pulsione, ma l’effetto della possibilità di imparare da modelli aggressivi (modeling), specie se questi sono percepiti come socialmente accettati, efficaci e premiati.Psicologia clinica-dinamica
Gli studi psicologici clinico-dinamici sono più portati ad indagare le cause interne-psicologiche che spingono all’azione aggressiva e che prescindono dal contesto. Sono due gli aspetti della tradizione psicologica di ricerca clinico-dinamica sull’aggressività: il primo aspetto è filosofico, dal momento in cui si ritiene l’aggressività innata e naturale (innatismo-naturalismo) e poi perché si ritiene che l’aggressività denoti al male (morale); Il secondo, che giustifica tanto interesse, è interno alla psicologia dinamica. Sigmund Freud fu tra i primi ad occuparsi in modo articolato di aggressività e da subito la postula come dimensione pulsionale-motivazionale inconscia, orientata alla distruzione e contrapposta alla spinta generativo-conservatrice della libido. Freud, in modo confuso ed incompleto, ipotizza che l’aggressività-distruttività sia istintuale-originaria, che sia un comportamento reattivo, ovvero una risposta alla frustrazione. Contemporaneamente a Freud, sul tema si espresse Alfred Adler, attraverso i suoi studi sull’inferiorità d’organo, egli sostiene che l’aggressività viene agita per compensare un sentimento di inferiorità sentito dalla persona. Questo presuppone che l’aggressività sia l’effetto di un brutto rapporto con l’ambiente e che l’aggressività sia una strategia estrema dell’individuo, finalizzata alla realizzazione di se stesso. Un altro importante contributo arriva da Anna Freud che individua un meccanismo di difesa dalle esperienze aggressive subite, che prende il nome di identificazione con l’aggressore, attraverso questo meccanismo il soggetto si difende da un atto aggressivo riproducendolo in forma simbolica o attraverso l’agito, permettendo così una reiterazione del trauma subito, capace nel tempo di renderlo accettabile alla coscienza. Per quanto riguarda gli studi più recenti sull’aggressività da parte della Psicoanalisi ortodossa, troviamo il lavoro di Heinz Hartmann, che parla di pulsione aggressiva alla pari di una libidica, che partecipano allo sviluppo della personalità. Per l’autore la possibilità di agire o meno in modo aggressivo dipende dalle capacità dell’Io di neutralizzare le spinte aggressive attraverso l’altra forza pulsionale della libido, inquadrando così l’aggressività all’interno di una teoria bipulsionale, come da ultima teorizzazione freudiana.Aspetti neurofisiologici
Nell’espressione delle condotte aggressive, in ambito neurofisiologico, l’amigdala riveste un ruolo determinante. Essa è una struttura anatomica del sistema nervoso centrale, nello specifico del sistema limbico, che presiede alla regolazione delle condotte di rabbia, paura e ansia. La serotonina, inoltre, sembra esercitare un ruolo di contenimento dell’aggressività. Infatti, persone che presentano delle quantità esigue di serotonina manifestano un incremento delle condotte aggressive e antisociali.Conclusioni
La visione complessiva dell’aggressività rimane comunque di tipo darwiniano: da un lato un’aggressività naturale pre-programmata negli istinti ed attivata ai soli fini della sopravvivenza; dall’altro un’aggressività sociale pre-programmata dall’esperienza ed attivata ai soli fini economici – nel senso di facilitare il raggiungimento degli scopi basata sull’opportunismo e sulla gratificazione.Fonti
