Le relazioni patologiche: parafilia e dipendenza, il caso di Marco Mariolini, il “cacciatore di anoressiche”

Di Dr.ssa Valentina Zandonà


La cronaca nera degli ultimi anni spesso ci ha sottoposto storie di relazioni finite in tragedia, di rapporti nati inseguendo un preciso desiderio perverso che ad un certo punto, divenuto ingestibile, ha condotto a mettere in atto violenze estremamente efferate ai danni della persona “amata”.

Il caso di Marco Mariolini

Oggi vogliamo soffermarci sulla storia di Marco Mariolini, autodefinitosi, nel libro scritto di proprio pugno, il “cacciatore di anoressiche” e sul suo particolare caso di parafilia.

Marco sta attualmente scontando una pena di 30 anni presso il carcere di Bergamo, giudicato capace di intendere a seguito dell’omicidio dell’ex fidanzata Monica Calò.

Sono passati ormai vent’anni dal 14 luglio 1998, giorno in cui, a Verbania, sulle sponde del Lago Maggiore, Marco, 39enne e di professione antiquario, uccide Monica con 22 coltellate, cieco nella propria volontà di possesso di quella donna che aveva deciso di allontanarsi da lui, abbandono del quale non riusciva a farsi una ragione.

Inquadramento diagnostico: la Parafilia

Prima ancora di commettere l’omicidio per cui verrà condannato, Marco Mariolini è lucidamente cosciente della propria condizione patologica e scrive nel suo libro, tra le prime righe:

sono stato condannato fin dall’adolescenza a essere un diverso, a avere una terribile perversione sessuale.

Testo che invierà a Monica, accompagnato dalla singolare dedica “con odio e con amore”, prima di riuscire a riavvicinarla e ucciderla barbaramente.

Marco riferisce che non cercava nella donna nessuna caratteristica particolare, soltanto “dei bei lineamenti e poi che fosse il più ossuta possibile, più che sottile, scheletrica”. È così che egli definisce l’oggetto ideale dei propri desideri, perché di oggetto esattamente si tratta: una persona da dominare, plasmare a proprio gusto, sulla quale riversare le proprie spinte sadiche.

Ci stiamo riferendo a ciò che in passato veniva definito perversione, fenomeno inquadrato più recentemente nei manuali diagnostici come “parafilia”, termine che si riferisce generalmente ad un «disturbo psicosessuale caratterizzato dal fatto che chi ne è affetto deve, per ottenere eccitamento o soddisfazione sessuale, perseguire fantasie o compiere atti anomali o perversi» (Dizionario di Medicina, Treccani).

Nel Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM) gli stati affettivi associati alla parafilia sono definiti come una tendenza ad essere costantemente preoccupati dai propri desideri sessuali specifici, in associazione alla pianificazione di determinate azioni atte a ottenerne il soddisfacimento, in seguito al quale si manifesta una reazione depressiva scevra di sensi di colpa o ansia coscienti.

Il soggetto, ossessionato dal proprio desiderio, non manifesta una reale preoccupazione per l’altra persona e definisce la propria condotta un atto d’amore che non può in nessun modo comportare effetti negativi sull’oggetto del proprio desiderio. Gli stati somatici associati alla parafilia descritti dal PDM si polarizzano: alti livelli di arousal e vigilanza durante il godimento dell’oggetto sono contrapposti a sensazioni di torpore e vuoto in assenza di esso. Ovviamente tutto ciò si riflette sulla natura delle relazioni: l’oggetto sessuale desiderato viene sfruttato e diventa un’ossessione, a scapito di relazioni sociali che vengono vissute con superficialità o evitate, con ovvie problematiche anche a livello lavorativo.

Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mentale Disorders, fifth Edition) organizza le parafilie in due particolari categorie qualitative: la prima si riferisce ad un certo tipo di attività erotiche messe in atto dall’individuo (ad es. l’esibizionismo), l’altra tiene più in considerazione il target sessuale, ossia l’oggetto ricercato (nel caso di Mariolini proprio il corpo scheletrico). La parafilia è condizione necessaria ma non sufficiente di per sé per giustificare o richiedere un intervento clinico, mentre il disturbo parafilico sussiste quando a tali pratiche sessuali siano associate condizioni di stress o esse costituiscano un concreto rischio di danno alla salute propria e altrui.

La patologia in Mariolini

Marco colloca l’esordio della propria patologia già nell’adolescenza, durante la quale non è attratto da ragazze avvenenti o da “facili occasioni”, ma da quelle più esili e magre, che puntualmente lo respingono, motivo per cui fino ai 19 anni non ha rapporti sessuali.

Conosce quindi Lucia, che sposa un anno dopo. I rapporti sessuali con la donna però lo deludono, non essendo magra come l’aveva immaginata; decide quindi, durante il servizio di leva trascorso lontano da casa, di cercare altre anoressiche per soddisfare i propri impulsi sessuali, ma riemergono i problemi dell’adolescenza. Si convince quindi a recuperare il rapporto con la moglie, ma tale relazione si mostra ambivalente e, tra momenti di dolcezza alternati ad altri di violenza anche fisica, in questo tira e molla patologico, la donna perde peso e Mario per la prima volta le chiede/impone esplicitamente di dimagrire.

La sua patologia si inquadra perfettamente nelle sue dichiarazioni:

quando mia moglie raggiunse i 33 kg, quando poi ritornava anche solo a 35-36 non mi piaceva più perché ormai mi ero abituato al suo aspetto a 33 e non riuscivo più ad accettarlo a 36.

Da Lucia Marco avrà due figli e, rispetto alla gravidanza della moglie e alla trasformazione del suo corpo, riferisce di «mesi tragici, non riuscivo neanche a toccarla, a sfiorarla, provavo un senso di repulsione proprio, mi sono visto costretto a guardarmi intorno e andare a cercare altre donne».

La coppia si separa e Marco pubblica annunci sul giornale per incontrare ragazze magre ma non anoressiche, in quanto, a suo dire, per la loro patologia è difficile instaurare una relazione, rifiutano il sesso, sono ingovernabili e «non si manterrebbero mai magre per amore».

Conosce una dozzina di ragazze, fino all’incontro con Monica, 25enne, mentre lui di anni ora ne ha 35. La costringe ad andare a vivere con lui, dapprima con minacce, poi con la violenza. La sfrutta anche economicamente: si fa “prestare” 76 milioni delle vecchie lire e si fa consegnare i proventi della vendita di due appartamenti di proprietà della ragazza per sanare dei debiti.

La follia di Marco sembra inarrestabile: le dà pugni sullo stomaco per farle rimettere gli alimenti ingeriti, la costringe a digiunare quasi completamente, sebbene abbia poi dichiarato che il suo intento era di «mantenerla in buona salute» e di non accorgersi della sua sofferenza. Angosciato dal pensiero che lei possa ingrassare, la costringe a pesarsi anche quattro volte al giorno, la conduce al ristorante e la obbliga ad osservarlo mentre ordina per sé gustosi manicaretti.

Monica perde il ciclo mensile, si riduce ad uno scheletro, nessuno dei parenti si accorge delle torture fisiche e psicologiche che è costretta a subire perché lui, dall’inizio, le ha imposto di tagliare i ponti coi familiari per evitare che interferiscano nella loro relazione. La isola, la minaccia, le dice che l’unico modo per lasciarlo è ucciderlo, fino al giorno in cui Monica, al ristorante, ha un moto di ribellione: ordina un piatto di gnocchi mentre Marco è alla toilette e ha inizio un furioso litigio: lei scappa per il ristorante col piatto in mano, ingoiandone il contenuto, rincorsa dall’uomo che la riporta al tavolo, la insulta e la schiaffeggia: nessuno dei presenti interviene. Per punirla, al rientro a casa, la fa spogliare completamente e la costringe a dormire al freddo; Monica, allo stremo delle forze, aspetta che lui si addormenti per colpirlo disperatamente alla testa con diverse martellate: verrà accusata di tentato omicidio e dovrà scontare un anno agli arresti domiciliari a casa della nonna, a Domodossola.

Nel periodo di tempo in cui i due sono forzatamente separati, Marco chiede un ricovero a causa della forte depressione data dalla perdita dell’oggetto d’amore. È in questo periodo che scrive Il cacciatore di anoressiche, in cui afferma che «avrei ucciso anche lei se non avesse accettato di tornare con me», dichiarazione che individua l’omicidio commesso in seguito come tristemente preannunciato. Monica è per l’uomo un’ossessione viva: Marco la tempesta di lettere e di telefonate, che vengono registrate dalla donna, le rinnova minacce molto gravi e lei, disperata, tenta ripetutamente il suicidio. A questo punto i familiari e Monica sporgono querela nei confronti di Mariolini e chiedono provvedimenti restrittivi per tutelare l’incolumità della donna, ma lui riesce ad avvicinarla facendo leva sulla sua compassione, dicendole che desidera suicidarsi. Si incontrano e, vicino al porto di Verbania, all’ennesimo rifiuto della donna di tornare insieme a lui, inizia tra loro una colluttazione, durante la quale lui estrae un coltello e la uccide.

In carcere Mariolini dichiarerà: «Se avessi avuto un senso di colpa mi sarei sicuramente suicidato» e «io da un punto di vista morale e spirituale mi sentirei in diritto di avere la piena assoluzione, sono in pace con me stesso». In poche parole, in lui non alberga alcun senso di colpa, alcun pentimento, si pone come vittima al pari della vittima. Afferma anche che, se dovesse riacquistare la libertà, continuerebbe a rincorrere l’ideale estetico della magrezza.

È evidente come, nell’assoluta mancanza di senso di colpa, nel soggetto in questione sia del tutto assente la dimensione dell’empatia: Mariolini si riferisce alle donne, al corpo delle donne, come a qualcosa che si possiede e si governa a proprio piacimento. Del tutto incapace di instaurare una sana relazione con l’altro sesso, è solo nell’agire la propria patologia e nel soddisfare la propria dipendenza dall’oggetto che riesce a trovare sollievo.

Quando quel castello di carte crolla, anche l’uomo precipita in una depressione devastante che lo costringe a chiedere aiuto, che spesso lo porta a toccare pensieri suicidari.

Il quadro clinico dell’uomo, patologico anche dal punto di vista della personalità, ha incontrato quello della vittima che, seppur in grado di condurre una vita normale prima di conoscere il proprio assassino, ha mostrato certamente delle debolezze e delle difficoltà nel sottrarsi a tale influenza rivelatasi fatale, permettendogli di isolarla dagli affetti più cari, di sradicarla dal proprio territorio, di fare del suo corpo ciò che l’uomo desiderava, di eliminare in lei qualsiasi moto reattivo e, spogliata di tutto ciò, di toglierle la vita.


Fonti:

• Diagnostic and Statistical Manual of Mentale Disorders, fifth Edition (DSM-V)
• Dizionario di Medicina, Treccani (www.treccani.it)
• Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM), Raffaello Cortina Editore.
• Franca Leosini in Storie Maledette, “Marco Mariolini, il collezionista di anoressiche”

In copertina, Marco Mariolini durante una puntata di Storie Maledette via fanpage.it

 

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Miolì Chiung

Mi chiamo Miolì Chiung e sono una psicoterapeuta esperta in psicologia giuridica e criminologia. Da sempre, per lavoro e per passione, sono affascinata dalla psicologia criminale e dall’analisi della mente umana. Mi occupo di minori e famiglia e,da questo particolare osservatorio, amo analizzare le sfumature familiari di alcuni crimini.

Un pensiero riguardo “Le relazioni patologiche: parafilia e dipendenza, il caso di Marco Mariolini, il “cacciatore di anoressiche”

  • 27 Novembre 2019 in 1:39
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    Mah che razza di persona era marco Mariolini. E malato psicologicamente. Ci vuole una cura alle persone del genere. Nonostante tutto quello che la fatto subire a povera ragazza è le violenze che subiva gli la uccisa anche puoi nemmeno si pente e non se ne rende conto che ha sbagliato di grosso. E lui continua a dire se sarebbe libero continuerebbe a cercare ragazze a fargli dimagrire e forse ucciderebbe un altra vittima se non lo farebbe come vuole lui. E malato mentalmente. Ci vuole il ergastolo a questi persone sono molto pericolosi.

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