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	<title>Senza categoria Archivi | PROFILI CRIMINALI</title>
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	<description>La vera faccia del crimine</description>
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	<title>Senza categoria Archivi | PROFILI CRIMINALI</title>
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		<title>Richard Ramirez, The Night Stalker</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Miolì Chiung]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Sep 2018 11:28:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi psicologici dei serial killer]]></category>
		<category><![CDATA[Profiling]]></category>
		<category><![CDATA[richard ramirez]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Indicato dai media con l’appellativo di “The Night Stalker”, ossia “Il cacciatore della notte”, Richard Ramirez è stato un serial</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Indicato dai media con l’appellativo di “<strong>The Night Stalker</strong>”, ossia “Il cacciatore della notte”, <strong>Richard Ramirez</strong> è stato un serial killer statunitense. Negli anni 1984 e 1985 <strong>ha ucciso almeno quattordici persone</strong>. Pochi anni dopo, nel 1989, è stato <strong>condannato alla camera a gas</strong> per oltre quaranta crimini. L’esecuzione con iniezione letale, fissata nel 2006 e poi rimandata, non è mai avvenuta per la prematura morte dell’assassino, giunta nel 2013.</p>
<h2><strong>Le origini di Richard Ramirez</strong></h2>
<p>Ramirez è nato a El Paso, nel 1960. <strong>Probabilmente picchiato da bambino dal padre</strong>, un uomo avvezzo alle punizioni corporali, è possibile che la sua famiglia ci abbia messo lo zampino nell’istigare il giovane Richard alla violenza. Il cugino, reduce della guerra in Vietnam, infatti, era solito vantarsi con lui dei barbari omicidi compiuti verso i nemici, addirittura mostrandogli foto delle vittime. Nelle immagini, presenti anche teste decapitate di donne, con cui il combattente era solito fare sesso orale.</p>
<h2><strong>Gli omicidi di Richard Ramirez e l’arresto</strong></h2>
<p>Gli infausti eventi iniziano nel marzo 1985. Ramirez <strong>sparò alla giovane Angela Barrios e un’altra ragazza Dayle Okazani</strong>. Quest’ultima morì sul colpo, mentre la Barrios riuscì a sopravvivere. Dopo poche ore da questo brutale assassinio, l’uomo <strong>assalì la trentenne Tsai-Lian Yu</strong>, colpendola con due colpi di pistola. La ragazza fu trovata ancora viva al momento dei soccorsi, ma non ce la fece a sopravvivere successivamente. Ancora, <strong>pochi giorni dopo fu il turno di Vincen Zazzara e della moglie Maxine</strong>. <strong>Il corpo della donna fu mutilato e le furono anche cavati gli occhi</strong>.</p>
<p>Ancora, due mesi dopo, Ramirez <strong>colpì una coppia di cinesi</strong>. <strong>La donna fu picchiata e violentata</strong>, anche se poi non venne uccisa dal serial killer. <strong>L’uomo, invece, venne ucciso da un colpo di pistola alla testa</strong>. Poco tempo dopo fu la volta delle <strong>due anziane Malvial Keller e della sorella disabile</strong>, di oltre 80 anni. Nel mese di giugno e luglio, altri tre omicidi: <strong>tagliò la gola a due donne, mentre una venne picchiata a morte</strong>.</p>
<p><strong>Richard Ramirez lasciava numerosi indizi sulle scene del crimine, per far capire che i suoi omicidi riguardavano davvero un serial killer.</strong></p>
<p>La lista degli omicidi non finisce qui: <strong>Chitat Assawahem fu ucciso da lui, mentre sua moglie fu picchiata e costretta ad un rapporto orale</strong>. Nello stesso giorno, <strong>un’altra coppia di 60enni perse la vita per mano sua</strong>. Nell’agosto 1985 <strong>aggredì Ahmed Zia e violentò la moglie dell’uomo</strong>. Stesso iter per un’altra coppia.</p>
<p>Una svolta definitiva nelle indagini si ebbe grazie all’<strong>aggressione di Inez Erickson</strong>. La donna, legata dal serial killer, riuscì ad arrivare alla finestra e a segnarsi la targa del veicolo su cui salì Ramirez successivamente alla sua aggressione. Furono ritrovate impronte digitali che non lasciavano spazio a dubbi.</p>
<h2><strong>Il processo</strong></h2>
<p>Il processo al serial killer iniziò nel luglio del 1988 e si concluse nel 1989. <strong>Ramirez fu ritenuto colpevole di ben quattordici omicidi, cinque tentate uccisioni, undici violenze sessuali e quattordici furti con scasso</strong>. Fu condannato a morte e non fu tranquillo nemmeno durante la detenzione, in quanto si dice volesse sparare al procuratore. Non tutti sanno che <strong>aveva numerose fan che gli scrivevano lettere d’amore appassionate</strong>. Con una di esse, addirittura si sposò. <strong>Nel giugno del 2013 muore nel Carcere di San Quintino, all’età di 53 anni, a causa di una grave insufficienza epatica</strong>.</p>
<h2><strong>Profilo psicologico del serial killer</strong></h2>
<p>Cerchiamo, adesso, di tracciare una sorta di <strong>profilo psicologico di Richard Ramirez</strong>. Abbiamo visto come abbia avuto un’<strong>infanzia particolarmente tormentata</strong>, con un <strong>padre violento</strong> e un <strong>cugino che si vantava delle uccisioni barbare in Vietnam</strong>. È senza dubbio possibile che la vena omicida sia scaturita da questi eventi. Si dice che, da adolescente, Richard <strong>fosse piuttosto iperattivo e che avesse sempre una frenesia difficile da placare</strong>. Assieme al fratello Roberto, <strong>spiava le donne mentre si spogliavano</strong>, appostandosi fuori dalle finestre. Era un <strong>grandissimo consumatore di marijuana</strong>, nonché di <strong>LSD</strong>. Era, inoltre, attratto dalle <strong>suggestioni sataniche</strong>.</p>
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		<title>Cesare Beccaria e l&#8217;abolizione della pena di morte</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2018/08/30/abolizione-della-pena-di-morte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Miolì Chiung]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Aug 2018 13:07:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[cesare beccaria]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[pena di morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Dr.ssa Ariangela Cucchiara Il diritto di punire applicato fino agli inizi del Settecento, era composto da una situazione di terrore,</p>
<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2018/08/30/abolizione-della-pena-di-morte/">Cesare Beccaria e l&#8217;abolizione della pena di morte</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Dr.ssa Ariangela Cucchiara</strong></p>
<hr />
<p>Il <strong>diritto di punire</strong> applicato fino agli inizi del Settecento, era composto da una situazione di terrore, di <strong>ingiustizia sociale</strong> e di <strong>caos legislativo</strong>.</p>
<h2>Il diritto di punire nel &#8216;700</h2>
<p>Il requisito del suddetto diritto era riferibile alla<strong> confusione ed alla crudeltà</strong>, su di un sistema penale impostato su di una <strong>procedura inquisitoria</strong> collegata all’Ancien Règime.</p>
<p>Fino alla fine del Settecento il sistema penale fu incentrato prevalentemente su di <strong>una serie di pratiche «eccessive, brutali, arbitrarie ed inique»</strong>.</p>
<p>Non essendoci leggi e regolamenti specifici, limpidi ed accurati, <strong>il decreto della pena era abuso della forza ed il diritto di punire era il potere dei sovrani di difendere i propri benefici</strong> o dei giudici nell’adoperare una quasi totale arbitrarietà per decidere sulla pena da applicare in base al reato.</p>
<p>In questo genere di anomia legislativa, vengono incluse azioni crudeli come la <strong>tortura</strong> che veniva giudicata la soluzione indispensabile, con cui secondo il diritto legittimo ed il tribunale inquisitorio, si poteva riconoscere e proteggere la verità.</p>
<p>Il diritto di punire, infatti, si basava sulla<strong> legge del taglione</strong> (= pena della stessa entità del torto subito, con cui la vittima si rivaleva sul carnefice), cioè occhio per occhio, dente per dente, invocato come extrema aratio per i casi più efferati.</p>
<p><strong>La tortura e la pena di morte sono state le punizioni più utilizzate a quei tempi, anche per i delitti meno gravi.</strong></p>
<h2>Cesare Beccaria contro la pena di morte</h2>
<p><strong>Cesare Beccaria</strong> fu un giurista, filosofo, economista e letterato italiano ritenuto tra i massimi esponenti dell’Illuminismo italiano, che <strong>insistette sulla funzione sociale ed inibitoria della pena</strong>.</p>
<p>Le pene non dovevano limitarsi ad essere conformi tra loro e proporzionate al delitto, ma doveva essere adeguato anche il modo d’infliggerle.</p>
<p>In tal modo <strong>per Beccaria, la funzione della prigione come pena, valse maggiormente</strong>: procedimento processuale ed applicazione della pena personalizzata con l’incarcerazione.</p>
<p>Beccaria contribuì a rimpiazzare nei vari sistemi penali la tortura e la pena di morte con la <strong>detenzione carceraria ed i lavori forzati a vita</strong>.</p>
<p>Inoltre, diceva che ciò che è umano è utile, e ciò che è utile ed umano è giusto. <strong>La pena non deve realizzare una funzione opprimente sull’individuo criminale, ma una funzione precauzionale e sociale.</strong></p>
<p>A prescindere dalla riforma beccariana,<strong> la carcerazione divenne in seguito una pena uguale per tutti</strong>, piuttosto che essere pronosticata solo per alcuni reati o delitti. L’unica variazione che venne applicata al tipo di crimine fu solo nella validità della pena: <strong>uguale pena per tutti ma diversa nella durata</strong>.</p>
<p>Per tal motivo, <strong>la prigione si mutò nella condanna più diffusa</strong> con la quale l’autorità giudiziaria ininterrottamente continua a punire segretamente o senza manifestarsi.</p>
<p>Il metodo con cui fu compreso questo mutamento della riforma di Cesare Beccaria, chiarisce l’incoerenza di fondo, persistita fino ad oggi, riguardo l’inefficace funzione cautelare della prigione ai fini risocializzativi ed inibitori.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Ho centrato il mio studio sul <strong>mutamento della giustizia penale</strong> per chiarire come il <strong>diritto penale</strong> ha fatto grandi passi in avanti partendo dal ‘700 e giungendo ai giorni nostri.</p>
<p>Con <strong>Beccaria</strong> si è passati dalla tortura e pena di morte, alla detenzione carceraria ed ai lavori forzati che hanno permesso l’inizio dell’era della <strong>rieducazione del condannato</strong>.</p>
<pre>[In cover, Cesare Beccaria - rielaborazione da <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://biografieonline.it/img/bio/Cesare_Beccaria_1.jpg" target="_blank" rel="noopener">biografieonline.it</a></span>]</pre>
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		<title>Esiste un reale rapporto tra malattie mentali e criminalità?</title>
		<link>https://profilicriminali.it/2018/08/13/rapporto-tra-malattie-mentali-e-criminalita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Miolì Chiung]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Aug 2018 14:56:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi psicologici dei serial killer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rapporto tra le malattie mentali e criminalità ha tracciato le tappe fondamentali che hanno partecipato alla nascita della psichiatria</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>rapporto tra le malattie mentali e criminalità</strong> ha tracciato le tappe fondamentali che hanno partecipato alla <strong>nascita della psichiatria forense</strong>, la quale si occupa di questioni che sorgono nell’interfaccia tra psichiatria e legge e il quale obiettivo principale è quello di <strong>evidenziare lo stato di salute mentale del soggetto che commette il crimine</strong>, attraverso una perizia psichiatrica.</p>
<h2>Malattie mentali e criminalità</h2>
<p>Le <strong>malattie mentali</strong> e la <strong>criminalità</strong> sono dei fenomeni molto diffusi e ubiquitari, tanto da costituire gravi problemi sociali e di rilievo internazionale. A volte, malattia mentale e criminalità sono presenti contemporaneamente e può perfino capitare che l’una sia causa diretta dell’altra. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, si può sottolineare che <strong>sono fenomeni del tutto indipendenti l’uno dall’altro</strong> ed è bene dunque ricordare che <strong>la possibilità di esprimere violenza, commettendo reati e abusi di ogni genere, riguarda tanto le persone mentalmente sane, quanto quelle affette da disturbi di natura psichiatrica</strong> (Desjarlais, Eisenberg, Good, Kleinmann, 1995).</p>
<p>Come evidenzia una recente rivista sugli aspetti nosologici della psicopatologia (Widiger, Sankis, 2000), i comportamenti aggressivi e gli atti violenti sono di importanza sostanziale sia in ambito sociale che clinico. È inoltre noto ai professionisti che operano nel campo della salute mentale che <strong>la malattia mentale grave è associata a caratteristiche psicopatologiche, quali disregolazione, rabbia, aggressività, disordini comportamentali che possono assumere connotati di comportamenti violenti più o meno gravi</strong>. Molto spesso accade che un soggetto, il quale sta avendo un episodio psicotico acuto, o un episodio di eccitamento maniacale, diventi violento per paura di essere minacciato o danneggiato da qualcuno o perché incapace di frenare e controllare un impulso irresistibile o un aumento di aggressività ed ira (Widiger, Sankis, 2000).</p>
<p>Più di tutte le forme di psicopatologia, l’abuso di sostanze (in particolare cocaina, crack, allucinogeni) e soprattutto l’alcol, in comorbilità con malattie mentali, sono direttamente responsabili di comportamenti violenti e criminosi. Lo stereotipo di pericolosità associata con la malattia mentale sembra essere fortemente aumentato negli ultimi 50 anni. (Nunnally, 1961; Phelan, Link, Pescosolido, 1997)</p>
<h2>Il prodotto di conflitti irrisolti</h2>
<p>Tutti gli esseri umani iniziano una vita come creature caratterizzate da istinti, che sono poi destinati a modificare per un eventuale conformazione con un gruppo ed una sicurezza reciproca. L’educazione, dunque, è essenzialmente un condizionamento imposto grazie al quale il bambino, si presuppone, acquisisca e si costruisca un automatico modello di controllo degli istinti primari.</p>
<p>I fenomeni di criminalità e malattia mentale, si pensa derivino da un’<strong>incapacità di mantenere un rapporto stabile con l’ambiente sociale</strong> e possono entrambi essere considerati come il prodotto di conflitti irrisolti: <strong>la criminalità rappresenta una ribellione con azione distruttiva diretta all’esterno; la malattia mentale, al contrario, è una ribellione con azione distruttiva assorbita all’interno</strong>.</p>
<p>Sembrerebbe che molti criminali siano costretti a ripetere atti illeciti, al fine di preservare la propria sanità mentale e molte persone rispettose della legge, diventano “pazze” per evitare un reato. Sebbene si possa intendere che da un punto di vista sociale, la malattia mentale risparmi il gruppo a discapito dell’individuo stesso, <strong>una persona affetta da un disturbo mentale che commette un crimine è sottoposta ad un doppio errore di adattamento</strong> (Philip Q. Roche, 1955).</p>
<p>La sconfitta nel controllo delle interazioni sociali è caratterizzata da sintomi che indicano sforzi per ristabilire un contatto con la realtà, i quali possono essere espressi in simboli verbali, schemi motori e linguaggio del corpo. Già intorno alla metà del Novecento dunque, era giudizio comune che malattia mentale e criminalità mantenessero una certa parentela in termini di regressione e ritiro dalla realtà, sostituendo essa con la fantasia. In entrambi i casi, la rottura con la realtà trascende le norme del gruppo, è resistente a correzioni e tende a diventare un “modus vivendi” (Philip, Q. Roche, 1955).</p>
<h2>Studi sulla correlazione tra malattia mentale e criminalità</h2>
<p>Nei successivi anni, Sessanta-Settanta, sono stati compiuti numerosi studi per giungere a conferme circa la <strong>forte correlazione esistente tra malattia mentale e criminalità</strong>.</p>
<p>Nel <strong>1965, Rappeport e Lassen</strong> hanno condotto uno studio annotando gli arresti, avvenuti nel periodo dal 1947 al 1957, per tutti i soggetti maschi con più di 16 anni, ospedalizzati e che poi erano stati congedati dagli ospedali psichiatrici di Maryland, negli Stati Uniti. Lo studio ha rivelato che gli arresti per rapine avevano la stessa frequenza negli ex pazienti e nella popolazione generale, mentre gli arresti per reati gravi, quali omicidio, omicidio colposo, stupro ecc., erano di più elevata frequenza negli ex pazienti rispetto alla popolazione generale.</p>
<p>Nel <strong>1967 Giovannoni e Gurel</strong> hanno condotto uno studio su 1142 pazienti psicotici seguiti per quattro anni e poi anch’essi dimessi dall’ospedale e hanno rivelato che gli ex pazienti hanno significativamente più alti tassi di arresti per crimini gravi rispetto alla popolazione generale. Il 95% di questi pazienti erano affetti da Schizofrenia e la maggior parte di loro aveva abusato di alcol.</p>
<p>Proponendosi un maggiore rigore metodologico, <strong>Hafner e Boker (1973)</strong> condussero uno studio nella Repubblica Federale Tedesca su tutti i 533 individui affetti da malattia mentale e autori di crimini violenti tra il primo gennaio 1955 e il trentuno dicembre 1964, includendo però solamente i casi di malattia mentale grave (psicosi organiche e funzionali, tutte le forme di demenza, ritardo mentale ecc.) e presero in esame solo i comportamenti violenti che avevano avuto come esito la morte o grave ingiuria della vittima. I due autori constatarono che i soggetti del loro campione rappresentavano circa il 3% del numero totale dei criminali violenti di quel periodo.</p>
<p>Gli <strong>studi a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80</strong> sono stati interpretati come indicativi, sostanzialmente, di una assenza di una forte correlazione tra malattia mentale e violenza. (Bandini, 1981; Canepa, Traverso, 1979; Gatti, Traverso, 1979; Gibbens, 1979; Monahan, Steadman, 1984; Rollins, 1972; Rubin, 1972)</p>
<p>Tuttavia, si può ben sottolineare quanto gli studi prima degli anni Ottanta siano di difficile comparazione perché estremamente eterogenei sia per le diagnosi, spesso nemmeno specificate nel dettaglio, che per la scarsa accuratezza metodologica riguardo la scelta dei campioni, delle misure e dell’analisi e interpretazione dei risultati.</p>
<p>Gli studi pubblicati in seguito, negli anni Ottanta, divennero un po&#8217; più accurati nella metodologia e produssero risultati più omogenei. La maggior parte di essi evidenziava un <strong>rischio maggiore di commettere reati e crimini violenti da parte delle persone con disturbo mentale grave, rispetto alla popolazione generale </strong>(Daniel, Robins, Reid, Wilfley, 1988; Gottlieb, Gabrielsen, Kramp, 1987; Lindqvist, 1986; Petursson, Gudjonsson, 1981; Sosowky, 1980; Taylor, Gunn, 1984). In particolare, <strong>sono i disturbi psicotici ad essere maggiormente correlati con gravi atti violenti come l’omicidio</strong>, e ciò è emerso in due studi condotti in Inghilterra da Taylor e Gunn (1984) e in Danimarca da Gottlieb, Gabrielsen e Kramp (1987) su un consistente numero di autori d’omicidio. Il campione era composto da maschi detenuti nel carcere di Brixton, l’11% di questi erano autori di omicidio e risultarono essere affetti di Schizofrenia e, la maggior parte di coloro, sperimentarono sintomi psicotici al momento del reato (Taylor, Gunn, 1984). Lo studio condotto a Copenhagen, invece, fu eseguito su un campione di maschi e femmine, autori di omicidio per un periodo di 25 anni. I risultati dimostrarono la presenza di un disturbo psicotico nel 25% degli uomini e nel 44% delle donne, ciò equivale a dire che in presenza di un disturbo psicotico il rischio di commettere omicidi è circa sei volte maggiore tra gli uomini e sedici volte maggiore tra le donne (Gottlieb, Gabrielsen, Kramp, 1987). Gli studi condotti negli anni Ottanta mostrano in maniere chiara e univoca che alcune forme di psicopatologia, soprattutto i disturbi psicotici, e non la malattia mentale in generale, costituiscano un fattore di rischio per comportamenti violenti gravi.</p>
<p>Negli anni Novanta prosegue lo studio sul <strong>rapporto tra malattia mentale e criminalità</strong> e si evidenzia in maniera definitiva come <strong>fattore di rischio per la violenza non sia la malattia mentale in generale, bensì solo alcuni particolari tipi di disturbi, in particolare psicotici</strong>. Fu fatto uno studio di comunità a Baltimore, Los Angeles, che indicò una forte associazione statistica tra malattia mentale e violenza. I soggetti, affetti da <strong>schizofrenia</strong>, presentavano una probabilità 4.1 volte maggiore di commettere crimini rispetto alla popolazione generale, mentre i soggetti che abusavano di sostanze fino a 10 volte di più (Swanson, Holzer, Ganju, Jono, 1990). Altri studi di Cotè e Hodgins nel 1990, 1992, 1993, hanno confrontato la popolazione carceraria con quella generale e i detenuti presentavano una percentuale più alta di sette volte di disturbi dello spettro schizofrenico, due volte di depressione maggiore e il 63% dei pazienti affetti da schizofrenia presentava una comorbidità con il <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/02/20/disturbo-antisociale/" target="_blank" rel="noopener"><strong>disturbo antisociale di personalità</strong> </a></span>o con l’abuso di alcool o sostanze, o una diagnosi di disturbo mentale maggiore e un disturbo antisociale di personalità in comorbidità, con significative più condanne per crimini violenti. In uno studio condotto a Istanbul, in cui sono stati esaminati 85 casi di figlicidio, commessi tra il 1995 e il 2000, il 61% degli autori del crimine aveva un disturbo mentale, specialmente con diagnosi di schizofrenia, in alcuni casi sotto il comando di una voce che indicava al genitore di uccidere il figlio (Karakus e coll., 2003).</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p><strong>Alla luce dei recenti dati è emerso chiaramente che l’incidenza di comportamenti violenti è più alta, sebbene di poco, tra i soggetti affetti da un disturbo mentale grave rispetto alla popolazione generale</strong>; è stato appurato, inoltre, che la combinazione di una grave malattia mentale e un disturbo da abuso di sostanze aumenta significativamente il rischio di un coinvolgimento, solitamente diretto, in un atto violento o crimine; i risultati delle indagini sociologiche sull’effetto del consumo di alcol sulla violenza, indicano, ulteriormente, che abitudini di consumo a lungo termine sono predittive di maggiore violenza (J. Arboleda, Florez, 1998); <strong>la schizofrenia è l’unica forma di psicopatologia per cui è legittimo sostenere una evidente maggior incidenza di comportamenti violenti</strong> (Swanson, 1980, 1990; O. Greco, R. Maniglio, 2007).</p>
<p>Da quanto emerso nei numerosi studi condotti dai ricercatori, si può ben ipotizzare, in un quadro di sanità pubblica, i fattori di rischio per la violenza che possono essere classificati in quattro categorie:</p>
<p style="padding-left: 30px;">1) <strong>Fattori disposizionali/ personali</strong>, ad esempio, l’età, il sesso, l’etnia, il controllo della rabbia, l’impulsività;</p>
<p style="padding-left: 30px;">2) <strong>Sviluppo/ fatti storici</strong>, ad esempio, la storia di abusi di un bambino, storia di violenza, ricovero in ospedale per disturbi mentali;</p>
<p style="padding-left: 30px;">3) <strong>Fattori di contesto</strong>, ad esempio, stress ambientali, supporto sociale, accessibilità alle armi;</p>
<p style="padding-left: 30px;">4) <strong>Fattori clinici</strong>, ad esempio, deliri, allucinazioni, abuso di sostanze.</p>
<p>Questa trattazione si è posta l’obiettivo di <strong>ricercare e ripercorrere gli studi inerenti l’associazione posta in essere tra malattia mentale e criminalità</strong>, rivelando la tesi che esista una correlazione positiva tra la criminalità e disturbi mentali gravi di natura psicotica e non tra criminalità e disturbi mentali in generale.</p>
<p>Tuttavia, <strong>si è raggiunta una correlazione certa ed evidente, esclusivamente tra criminalità e pazienti con diagnosi di schizofrenia</strong>. È emersa, ulteriormente, l’importanza di fattori disposizionali, fattori ambientali, esperienze di vita vissute quali traumi ed abusi infantili ed altri fattori come l’abuso di sostanze, nella specifica predizione di violenza, atti illegali e criminalità; tutti fattori che si è osservato appartenere ai <span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://profilicriminali.it/2018/07/30/personalita-multiple-billy-milligan/" target="_blank" rel="noopener">pazienti con disturbo dissociativo dell’identità</a></span>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>L'articolo <a href="https://profilicriminali.it/2018/08/13/rapporto-tra-malattie-mentali-e-criminalita/">Esiste un reale rapporto tra malattie mentali e criminalità?</a> proviene da <a href="https://profilicriminali.it">PROFILI CRIMINALI</a>.</p>
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