Il mostro di Rostov: il primo profilo psicologico in Russia

Di Dottoressa Alessia Gornati


Il solo nome di Andrej Chikatilo è sufficiente per scatenare in noi qualche ricordo che urta la sensibilità personale: è infatti passato alle cronache come il Mostro di Rostov, Lo squartatore rosso e anche il Cittadino X.

Appartiene a qualcosa di ormai lontano, il mondo dell’Unione Sovietica, il post stalinismo e le conseguenze della seconda guerra mondiale. Eppure è tutto lì, quello che c’è da comprendere su quest’uomo, le cui foto più tristemente note lo ritraggono con uno sguardo folle, gli occhi fissi e spiritati, come l’orco delle fiabe.

13  Settembre 1984

Erano stati i suoi movimenti ad attirare lo sguardo dell’ispettore Aleksandr Zanasovskij della polizia di Rostov. Aveva già notato quell’uomo alto, con degli occhiali spessi e una valigia in mano, due settimane prima, nella stazione ferroviaria.

Aveva avuto lo stesso comportamento: cercava di avvicinare una serie di donne, una dopo l’altra, scambiandoci due parole e passando alla successiva. Pareva proprio che stesse cercando di abbordarle. Aveva continuato a farlo anche alla fermata dell’autobus. Era stato in quel momento che lo aveva trattenuto e aveva eseguito un controllo di routine. Il nome gli era rimasto impresso: “Chickatilo Andrej Romanovich”, sposato con due figli, direttore del reparto rifornimenti di una delle fabbriche cittadine. Era laureato in lettere e faceva l’insegnante, prima. L’ispettore però non si fidava, il suo istinto non voleva lasciar perdere.

Così, eccolo lì di nuovo a seguire quell’uomo sfuggente.

Dopo nove ore di pedinamento, durante le quali Chikatilo sembrava un cacciatore all’inseguimento della preda perfetta, infine Zanasovskij lo arrestò alla fermata del Mercato Centrale. Aveva intrattenuto rapporti sconvenienti con una ragazza che poteva essere sua figlia, alla stazione dei treni.

L’ispettore gli mise una mano sulla spalla e quando Andreij si girò e lo guardò negli occhi, Zanasovskij fu certo di aver preso il Mostro di Rostov, l’assassino seriale che terrorizzava l’URSS in quegli anni. Colui che aveva ucciso almeno 14 bambini in maniera orribile e ne aveva mutilato i corpi. Portava con sè una  valigia contenente una corda, un vasetto di vaselina, un coltello e altri attrezzi. Però era un cittadino rispettabile, un comunista integerrimo, era davvero indignato da questo arresto senza senso e così, dopo diversi appelli al Partito Comunista, venne rilasciato. Zanasovskij però ne era certo: il mostro era lui.

Chi è il mostro di Rostov?

Andreij Romanovich Chikatilo nacque nel villaggio di Jablučne nel 1936. La sua famiglia soffriva di stenti, a causa del processo di collettivizzazione forzata voluto da Stalin durante gli anni 30.

La relazione con la madre, una donna religiosa, pare sia stata abbastanza normale, seppur la donna fosse solita raccontare episodi macabri ai propri figli. Il più importante per la storia personale di Chikatilo fu quello relativo alla sparizione, nel 1934, di uno dei suoi fratelli maggiori. Si pensò inizialmente che potesse essere stato rapito, ma poiché non vennero chiesti riscatti, iniziarono a circolare delle voci sull’ipotesi per cui il ragazzo fosse stato ucciso e mangiato a causa della carestia dilagante nella Russia dell’epoca.

Questo evento venne narrato senza particolari filtri al piccolo Andrej di 5 anni, che ne fu impressionato e terrorizzato, ma affascinato al tempo stesso. Iniziò perciò a coltivare una certa dualità nella sua personalità: il rifiuto e il fascino per gli aspetti oscuri dell’esistenza che vivevano in simbiosi nella stessa persona.

Del rapporto con il padre non vi è da sapere molto: l’uomo venne mandato al fronte durante la seconda guerra mondiale e poi rinchiuso nei lager nazisti, facendo ritorno a casa soltanto nel 1949.

Durante le scuole elementari, apparirono i primi segnali di squilibrio e di complessi psicologici: i compagni ricordano un bimbo introverso, timido e riservato. Chikatilo dal canto suo, pensava che tutti fossero odiosi e volesserlo picchiarlo. Il suo essere chiuso era un modo per proteggere i suoi segreti, infatti soffriva di enuresi notturna, che lo accompagnò fino all’età di 12 anni. Era inoltre miope, non riusciva a leggere nulla alla lavagna, ma questo lo imbarazzava a tal punto da ossessionarlo. Indossò i primi occhiali soltanto all’età di 30 anni.

Parallelamente all’isolamento sociale, si costruì un mondo immaginario grazie agli innumerevoli libri di guerra e di battaglia, dove il padre diventava un eroe pluridecorato che aveva combattuto e vinto molteplici scontri.  Adorava soffermarsi sulle illustrazioni di cadaveri, disegnate in maniera dettagliata e violenta.  Durante la pubertà, Andreij iniziò a provare pulsioni sessuali molto forti, che tuttavia non riusciva a soddisfare perchè considerato dalle ragazze come effeminato e strano. Da adolescente divenne alto e robusto, mostrando violenza verso gli altri compagni per essere considerato il più forte.

Gli insegnanti lo ricordano invece come un tipo attento e diligente, appassionato lettore di Checov e Dostoevskij, oltre che fervente comunista.

Quando non venne ammesso all’università, per lui fu un duro colpo. Decise quindi di seguire un corso tecnico di specializzazione in ingegneria delle comunicazioni.

Le relazioni e la sessualità

Le relazioni di Chikatilo erano pressoché inesistenti. Ogni tentativo di avvicinare le ragazze veniva costantemente bocciato dal suo aspetto e dal modo di comportarsi, così insolito e bizzarro.  Emarginato e deriso, si rifugiò sempre di più nel mondo fantastico che aveva costruito nella testa.

A 19 anni provò ad avere il primo rapporto sessuale con un’amica della sorella, ma l’esperienza fu negativa, in quanto l’uomo soffriva anche di impotenza. Quando iniziò a lavorare come operaio sulle linee telefoniche, a 1200 km da Mosca, provò ad avere diversi rapporti con le ragazze del luogo ma non vi riuscì mai. Questo contribuì a sviluppare in lui un’ideazione suicidaria, con tendenze depressive. Aveva un atteggiamento paranoico e, durante il servizio militare, pensava che tutti ce l’avessero con lui.

Quando si trasferì a Rostov, nel 1963, la sorella gli presentò un’amica, pratica e sicura di sè, seppur non di bell’aspetto. I due si sposarono ed ebbero due figli. Tuttavia, i rapporti sessuali non furono mai appaganti, ma scarsi e di breve durata, finalizzati esclusivamente al concepimento. Presto il matrimonio divenne soltanto una facciata, Chikatilo si ritirava in modo progressivo nel suo mondo in cui le fantasie di onnipotenza lo eccitavano e si facevano sempre più oscure.

Nel 1971 si laureò in lingue e letterature russe, diventando insegnante.

Apparenza vs Realtà

Se osserviamo superficialmente la vita di Chikatilo, potremmo dire che essa scorreva nella normalità: compagno comunista, insegnante, sposato con due figli, laureato in lettere e di intelligenza superiore alla media.

In realtà, il matrimonio era una gabbia di bell’aspetto in cui si sentiva rinchiuso e le pulsioni stavano spingendo per venire a galla: infatti venne licenziato a causa di molestie nei confronti di alcuni allievi di sesso maschile e non poté più insegnare. Trovò un altro lavoro, che lo obbligava a viaggiare per tutta la regione in treno e in autobus.

Vi fu quindi un crescendo di circostanze che lo portarono a mostrare il suo vero sè, quello che per anni aveva coltivato in segreto, mantenendo una duplice identità. Un lavoro faticoso e impegnativo, che richiedeva una grande concentrazione mentale, supportata da una metodica ossessiva e sostenuta da un’ideazione paranoide, che lo conduceva ad avere un controllo eccessivo su ogni particolare, tranne durante gli omicidi, che seppur pianificati nei minimi dettagli, mostravano un discontrollo totale nelle modalità di esecuzione.

Il primo omicidio e la scia di sangue

Il 22 dicembre 1978 commise il primo omicidio, strangolando, stuprando e pugnalando una bimba di soli 9 anni. Venne interrogato insieme ad altri sospettati, ma fu rilasciato poichè “troppo rispettabile” e perchè un ex detenuto, già condannato per omicidio e stupro, confessò il crimine. L’uomo venne giustiziato.

La soluzione perfetta per l’URSS dell’epoca.

Nel settembre del 1981, Chikatilo ricominciò ad uccidere e non smetterà fino al 1990, anno in cui sarà definitivamente arrestato.

Le vittime includono bambini di entrambi i sessi e giovani ragazze, stuprate e pugnalate in modo ripetuto, con un’evidente overkilling. Alcune vittime presentano mutilazioni, ad altre mancano organi interni. Vengono rilevate tracce di cannibalismo: l’uomo infatti probabilmente masticava per poi deglutire o sputare alcune parti del corpo. Le mutilazioni non hanno un’organizzazione stabilita, ma la concentrazione maggiore è sul viso.

Dopo l’arresto del 1984, venne rilasciato perchè un compagno russo, di tutta rispettabilità, non poteva essere il mostro di cui si parlava sussurrando, visto che nell’Unione Sovietica gli omicidi seriali “americani” non potevano esistere. Verrà fermato definitivamente solo nel 1990, mentre si trovava alla stazione ferroviaria di Rostov, sporco di sangue sulle mani e sul volto. Dopo otto giorni di interrogatorio, l’uomo confesserà di aver ucciso 55 vittime, dando dettagli sui luoghi di sepoltura.

Verrà condannato a morte e giustiziato con un colpo di pistola alla nuca nel 1994.

Il profilo psicologico

Era la prima volta che nell’Unione Sovietica la polizia doveva fronteggiare una serie di omicidi di simile portata. Le indagini erano già difficili di per sè, ostacolate maggiormente dal fatto che il Partito Comunista e i piani alti non potevano accettare in primo luogo che gli omicidi rimanessero irrisolti, in secondo luogo che fossero seriali.  Nel novembre del 1985, un procuratore speciale fu incaricato di gestire una task force per mettere la parola fine alla vicenda con una serrata caccia all’uomo. Fu la prima volta nella storia sovietica che uno psichiatra, il Dr. Alexandr Bukhanovsky, venne consultato per comprendere la psicologia del predatore. Tutti i documenti prodotti fino a quel momento furono a disposizione del dottore, che produsse un profilo psicologico del soggetto ignoto.

In quelle 65 pagine, Bukhanovsky descrisse il Killer come un uomo solitario, tra i 45 e i 50 anni, con un’infanzia dolorosa e isolata, probabilmente incapace di flirtare o avere relazioni con le donne. Si trattava di un individuo di intelligenza media, forse sposato e con figli, ma impotente e con un sadismo tale da potersi eccitare soltanto vedendo la sofferenza delle vittime. Gli omicidi erano una sostituzione del rapporto sessuale. Poiché i delitti venivano commessi durante giornate feriali, intorno a punti focali per i mezzi di  trasporto, lo psichiatra suggerì che l’uomo fosse un pendolare.

Il profilo di Bukhanovsky fu piuttosto preciso: identificava bene i tratti principali di Chikatilo.

Conclusione

Le radici della sua parafilia risalgono alla sua infanzia: nacque e formò la sua personalità in un’epoca devastata dalla guerra e dalla violenza, venne bullizzato e isolato a scuola, accompagnato dai racconti macabri della madre. A questa base si aggiunsero i problemi con la sua sessualità, che gli causarono frustrazione e ancora maggior introversione.

Il grosso punto di domanda che rimane è però quello relativo alla sua sanità. Durante il processo ci furono momenti per cui venne considerato mentalmente instabile, calandosi i pantaloni di fronte ai giudici e mettendosi a urlare, anche se alla fine venne condannato con piena capacità di intendere e volere. Alcuni studi ipotizzarono un disturbo di personalità Borderline con tratti prominenti di psicopatia.

Effettivamente, nonostante Chikatilo fosse sposato, le relazioni nell’arco della sua vita non furono mai solidi e in realtà, il rapporto con la moglie era praticamente inesistente, sia da un punto di vista emotivo che fisico. Altri fatti a favore della teoria, sono le sue emozioni instabili, rivelate diverse volte durante il corso degli interrogatori e la rabbia immotivata ed estrema che mostrava nei confronti delle vittime, che non seguono una vittimologia precisa ma sembrono essere scelte sulla scia di un bisogno momentaneo.

Nonostante sia un killer organizzato e metodico, mostra dei tratti borderline nell’impulsività e nel modo imprevedibile con cui decide di colpire, considerandone anche le tempistiche.

La combinazione di fattori ambientali e genetici è in questo caso sinonimo di una tempesta perfetta: le condizioni in cui si è sviluppata la sua personalità hanno favorito l’emergere di alcuni tratti insiti in Chikatilo, da cui è impossibile prescindere.


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