“Le carezze sui graffi non si sentono più”: il matricidio
Il matricidio è un delitto che un uomo compie direttamente alla sua natura, come un suicidio metaforico del suo Sé. Uccidere la propria madre, infatti, non è altro che un rifiuto alla propria esistenza, perché l’assassino pone fine alla vita di chi lo ha messo al mondo”. (Fonte)
Il matricidio è sempre stato considerato una dei crimini più riprovevoli: Freud lo ha definito il “primordiale” crimine della società e dell’individuo.
A tale proposito, rifacendoci alla mitologia, il mito di Oreste rappresenta uno dei primi casi di quello che viene definito matricidio. Il mito di Oreste ha come protagonista una delle figure più importanti della mitologia greca: Agamennone, Re degli Achei nella guerra di Troia, il quale sposò Clitennestra. Dall’unione dei due nacquero quattro figli tra cui anche Oreste. Per propiziare la partenza delle navi achee nella guerra di Troia, Agamennone dovette sacrificare alla Dea Artemide la prima figlia Ifigenia. Clitennestra non lo perdona e dopo il ritorno da Troia, infatti, uccide il marito. Oreste, in età adulta, vendicherà il padre, uccidendo la madre.
Nella revisione della letteratura psichiatrica sul matricidio, il libro “Dark Legend” di Frederic Wertham, pubblicato nel 1941, spicca come un “colosso in mezzo all’isolato”. Wertham ha messo in evidenza, che la maggior parte dei casi di matricidio era commesso da giovani uomini di età compresa tra 15 e 25, di solito intelligenti e apparentemente ben adattati, senza nessuna storia di delinquenza. Erano stati oltremisura attaccati alle loro madri con poco o nessun interesse in altre donne; le poche relazioni eterosessuali erano con donne molto più grandi di loro. Il motivo dell’omicidio sembrava sempre scaturirsi da una causa apparentemente banale e l’omicidio più spesso ha avuto luogo nella camera della madre e le armi usate erano le armi della violenza. Le reazioni dopo l’omicidio variavano da sollievo e assenza di colpa a pensieri e azioni suicidarie. Per quanto concerne l’occultamento l’atto era, molte delle volte assente o superficiale e l’assassino di solito confessava subito.
Una più recente revisione della letteratura ha messo in evidenza tre delle teorie più accreditate per spiegare questo fenomeno: la teoria psicoanalitica, la teoria dei sistemi familiari e la teoria cognitivo-comportamentale.
La teoria psicanalitica
Contributi importanti dalla psicoanalisi sul matricidio derivano dagli studi di S. Freud, F. Wertham, C.G. Jung e R. Geha. In chiave psicoanalitica il matricidio è visto come un conflitto sessuale edipico, l’impulso di possedere sessualmente la madre, la quale avrebbe un ruolo intrusivo soffocante nei confronti del figlio tanto da sentirsi dipendente da lei non riuscendo così a sviluppare la giusta autonomia. Jung nel 1915 concluse che i figli in età matura devono essere in grado di operare una separazione con la madre per raggiungere la virilità e andare avanti con successo nel matrimonio. Alcuni film moderni, descritti da psicoanalisti, hanno come protagonisti, figli incapaci di operare quella separazione con la madre. Ne è un esempio il film Psycho, dove Norman Bates uccide sua madre dopo la morte del suo patrigno. Tuttavia la madre, dominante e violenta, continua vivere nella fantasia di Bates anche dopo la sua morte. Quando arriva una bella donna, i sentimenti di desiderio e di terrore che Bates ha avuto verso sua madre si riaccendono, portando alla morte della vittima nella famoso scena della doccia. Altri film, come The Piano, Once Were Warriors, What’s Love Got to Do with It, e Delores Claiborne, ritraggono uomini che attaccano le donne in risposta ad un’umiliazione irrisolta, ad un desiderio frustrato, e ad un conflitto edipico irrisolto.
La teoria dei sistemi famigliari
Un altro approccio alla comprensione del matricidio è la teoria dei sistemi familiari, secondo la quale la causa primaria del matricidio è attribuita a una struttura familiare disfunzionale in cui la madre è emotivamente distante e prepotente, mentre il padre avrebbe un ruolo piuttosto marginale nella vita familiare, debole e passivo, non essendo in grado di ricoprire quella figura alla quale i figli possano identificarsi. È un tipo di famiglia che presenta, molte delle volte, abusi di carattere fisico e/o psicologico.
La teoria cognitivo-comportamentale
Una delle teorie cognitivo-comportamentale più accreditare, concernente il matricidio, è stato presentato da Ellis e Gullo (1971), i quali sostengono che i figli uccidono le loro madri perché si sforzano di superare sentimenti di inadeguatezza e inutilità. Hanno basato la loro prospettiva su una revisione della letteratura secondo la quale la maggior parte degli assassini trascorrono gran parte del loro tempo in pensieri irrazionali (distorsioni cognitive) circa le proprie inadeguatezze e i propri fallimenti, le carenze degli altri, e le ingiustizie del mondo. Secondo Ellis e Gullo la maggior parte di loro viene diagnosticato come psicotico o vicino allo psicotico.
Ognuna di queste teorie ha apportato importanti contributi per comprendere il fenomeno in esame, tuttavia non forniscono un quadro esaustivo. Un modello più completo che integra in qualche modo le teorie precedenti è la teoria dell’autoaffermazione, vale a dire il bisogno da parte dell’individuo di mantenere un’immagine di sé coerente, che sia in qualche modo corretta e buona. Tale bisogno emerge nel momento in cui viene messo in discussione un aspetto della propria personalità. L’affermazione di sé può essere ristabilita con la spiegazione, la razionalizzazione e tramite un’azione. Tuttavia molto spesso, per proteggere la immagine personale, questo tipo di azione, può sfociare in comportamenti aggressivi.
Molti sono i casi di matricidio accaduti nel nostro Paese. L’episodio meno recente, ma ancora nei ricordi è quello di Doretta Graneris, una diciottenne che, nel 1975, uccise tutti i componenti della sua famiglia, con la complicità del suo fidanzato. Famoso è anche il caso di Pietro Maso che nel 1991, per ottenerne l’eredità, uccise i suoi genitori, con la complicità di un amico. La mattanza di Novi Ligure ad opera dei fidanzatini Erika e Omar, che nel 2001 uccisero il fratellino e la mamma, delusa dal rendimento scolastico della figlia. Altri matricidi noti sono quelli di Ferdinando Caretta che uccise madre, padre e fratellino. Uno dei casi più recenti è quello di un ragazzo di 22 anni (Federico Bigorri) che nel 2015 ha ucciso sua madre e subito dopo ha postato una sua foto aggiungendo un commento: “Le carezze sui graffi non si sentono più”. Fino ad arrivare al più recente duplice omicidio di Ferrara nel 2017, dove un giovane ragazzo di 16 anni, per futili motivi, ha ucciso i propri genitori a colpi d’ascia, con la complicità di un amico. I due baby killer, così definiti dai giornali, sono stati in grado di intendere e di volere e condannati a 18 anni di carcere.
Che cosa non funziona negli affetti familiari? Ovviamente ogni percorso familiare è una storia a sé, tuttavia questi episodi sembrano essere accomunati da: un analfabetismo dei sentimenti ovvero l’incapacità di riconoscere e gestire i sentimenti, soprattutto quelli negativi, come la rabbia, il rancore, l’insofferenza, sentimenti che i ragazzi devono fare esperienza per essere in grado di gestirli.
Altro fattore fondamentale è lo sviluppo di un “senso morale” adeguato, promuovendo la crescita del bambino verso l’indipendenza e l’autodeterminazione. Ed è in questa fase che la figura paterna deve avere un ruolo di primo piano, dato che la sua figura contribuisce allo sviluppo di un’immagine positiva del bambino.
I segnali da mette in risalto e che non dovrebbero essere sottovalutati sono:
- presenza di problematiche psicopatologiche gravi, come quelle psichiatriche che molto spesso si manifestano con l’aggressività.
- Presenza di abuso di sostanze stupefacenti;
- Tutte quelle problematiche che concernono la relazione affettiva all’interno della famiglia.
Inoltre è importante aggiungere che dietro questo tipo di omicidi vi è una premeditazione e un vissuto molto conflittuale all’interno di un ragazzo, non è quindi causato da un impeto di rabbia. Allora bisogna far molta attenzione a determinati segnali come cambiamenti d’umore, atteggiamenti di distacco (es: trascorrendo molto tempo lontano da casa) e isolamento.
Il matricidio è una tipologia di delitto che mette in discussione ogni singolo individuo, dal semplice cittadino che fa parte dell’opinione pubblica all’assassino stesso. Come nel mito di Oreste il quale dopo il gesto compiuto è talmente disperato da perdere la ragione, nonostante Atena intervenga per assolverlo.
Bibliografia • Mcknight Ck Et Al. Matricide And Mental Illness. 1966 Canadian Psychiatric Association Journal Vol. 11,No.2 • Holcomb WR. Matricide: primal aggression in search of self-affirmation. 2000. Psychiatry. ;63(3):264-87. • Jacobs A. Towards a structural theory of matricide: psychoanalysis, the Oresteia and the maternal prohibition. 2004. Journal Women: A Cultural Review; 15 (1):19-34. In cover, Norman Bates in un frame di Psycho

L’argomento m’interessa, poiché lavoro in una “residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza”.