La sindrome di Stoccolma: un paradosso psicologico in cui la vittima difende il carnefice.

La sindrome di Stoccolma è quell’atteggiamento emotivo per cui chi è vittima, in una qualsiasi situazione, prova dei sentimenti positivi nei confronti del proprio aguzzino.

La vera storia

Il 23 agosto del 1973 Jan-Erik Olsson rapinò la filiale della Kreditbanken, nel centro di Stoccolma, in Svezia. Qualcosa andò storto e Olsson rimase bloccato nella banca per più di cinque giorni, con un complice e quattro ostaggi. Subito dopo Olsson chiese anche che gli portassero il suo amico Clark Oluffsson, che all’epoca si trovava in prigione. La polizia sul momento accettò. I due rapinatori rimasero nel caveau per cinque giorni prima che la polizia liberasse gli ostaggi che da subito mostrarono affetto nei confronti di Oluffsson.  Questi  dopo la rapina, divenne amico di una degli ostaggi. Dopo la rapina i racconti degli ostaggi, colpirono molto l’opinione pubblica al punto che un famoso criminolgo svedese Nils Bejerot coniò l’espressione “sindrome di Stoccolma”

I casi italiani più famosi

Daniel Nieto nel 1974 rapì Giuliana Amati, figlia di una ricca famiglia romana, durante il rapimento i due si innamorarono.

Dopo il pagamento del riscatto, quando lei fu rilasciata i due cercarono di mantenersi un contatto clandestinamente. Entrambi manifestavano  la voglia di incontrarsi  e quando finalmente decisero di farlo ci fu l’arresto dell’uomo tra le urla disperate della ragazza.
In questo caso la sindrome di Stoccolma provata dalla ragazza nei confronti  di Nieto  fu in grado di sensibilizzare il suo rapitore fino a farlo innamorare.

Un altro caso fu quello di Gianni Ferrara, un  bambino di 8 anni rapito mentre si trovava ai Caraibi in vacanza con la famiglia. Cinque agenti di polizia dello Stato di Zulia, lo rapirono e chiesero un riscatto di 650 milioni di lire. Il bambino, negli oltre 2 mesi di sequestro,  si affezionò ai suoi rapitori e  durante le comunicazioni con la famiglia appariva freddo e distaccato e quando fu liberato, inveì contro la polizia.

Quando la sindrome di Stoccolma diventa orrore.

Nel Giugno 1991, Jaycee, 11 anni, viene rapita due uomini. Uno di loro Phill Garrido la porterà nel suo rifugio e la terrà segregata per 18 lunghissimi anni. Phill abusa di lei tutti i giorni tanto che dall’orribile relazione nascono due bambini. Passano gli anni e Jaycee diventa una donna che lavora nella stamperia dei Garrido nella loro abitazione. Pur avendo libero accesso ad un telefono e un computer, non chiese mai aiuto. Probabilmente  l’amore per quella strana famiglia partorita dell’orrore di una mente criminale le ha impedito di denunciare il suo aguzzino.  Garrido, che è sempre stato un fanatico religioso, viene fermato durante un suo delirio davanti all’Università di Berkeley . I vigilantes del campus lo fermano per un controllo. La polizia lo convoca a Concord,  Garrido si presenta con la moglie Nancy, due ragazzine e una donna bionda che chiamano Alissa. L’agente che aveva controllato più volte la casa di Walnut Avenue senza notare la presenza di altri all’infuori dei tre abitanti, chiede ad Alissa chi sia. La giovane spiega di essere fuggita dalla casa del marito e di aver chiesto ospitalità ai Garrido insieme alle figlie. Poi confessa una cosa che spiazza tutti: “Sono Jaycee Dugart”.

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Miolì Chiung

Mi chiamo Miolì Chiung e sono una psicoterapeuta esperta in psicologia giuridica e criminologia. Da sempre, per lavoro e per passione, sono affascinata dalla psicologia criminale e dall’analisi della mente umana. Mi occupo di minori e famiglia e,da questo particolare osservatorio, amo analizzare le sfumature familiari di alcuni crimini.

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