L’omicidio di Luca Varani

Roma, 3 marzo del 2016, il giovane Luca Varani, varcava ignaro la porta di casa di un amico nel quartiere Collatino. Non sapeva che sarebbero state le ultime sue ore di vita e che sarebbe stato torturato e straziato a morte, senza alcun motivo.

Manuel Foffo, racconta che quel mercoledì, nella sua casa, doveva avvenire un festino a base di sesso e cocaina. Quest’ultimo racconta a Marco Prato, dell’odio profondo che nutriva per il padre per via di varie difficoltà e discussioni familiari. Il giovane Prato, lo rassicurò dicendo che lo avrebbe ucciso per lui, per potersi liberare di questo problema. Il Foffo così decise di ampliare la loro confidenza sessuale, mostrando a Marco dei video di alcuni stupri che si trovavano nel suo cellulare.

Dopo questa breve conversazione, i due iniziarono a girare per Roma, in cerca di una vittima da poter stuprare. Inoltre, risulta i due abbiano acquistato circa 1500 euro di droga, cocaina.

Per loro, era semplicemente una fantasia erotica, trasformata certamente in una macabra vicenda senza senso.

Dall’idea all’attacco efferato

Non avendo trovato alcuna vittima strada facendo, Prato decise di contattare Luca Varani, vecchia conoscenza, a cui avrebbe proposto un festino ed una retribuzione di 120 euro.

Al suo arrivo, il Varani, viene stordito da Marco e Manuel con la droga dello stupro, che inizia a far affetto qualche ora dopo. Il principio della coppia era quello di ucciderlo ma siccome non moriva, nonostante le grosse dosi di droga, decisero di provare a strozzarlo e portarlo alla morte con altri mezzi.

Foffo dichiara di aver assecondato la follia omicida perché ostaggio di Marco Prato, e vedeva quest’ultimo colpire con grande rabbia e foga il cranio del povero Luca, per un numero incontrollato di volte, con un martello, fino a procurarne la morte.

Rinvenute centosette ferite sul corpo, di cui martellate in testa, sulla bocca, il collo segato con una lama e poi stretto con un laccio, coltellate al torace, alcune delle quali sferrate solo per il piacere di provocare del male ed ovviamente la morte.

I sensi di colpa post-omicidio

Il mattino seguente, Manuel racconterà al padre di aver ucciso un ragazzo insieme al compagno Marco, e tenta invano il suicidio per via dei troppo sensi di colpa; mentre, Foffo all’interno di una stanza d’albergo scriveva una lettera dichiarando di essere una persona orribile e di voler essere ricordato per le cose belle e non per questo orrore.

Tre anni dopo, successivamente alla sentenza di primo grado, dove Prato si è tolto la vita in carcere Fanpage riporta il breve testamento rilasciato dal suicida/omicida Prato:

Fate festa per il mio funerale anche se vorrei una cerimonia laica, fiori, canzoni di Dalida, bei ricordi. Una festa, dovete divertirvi. Mettetemi la cravatta rossa, donate i miei organi, lasciatemi lo smalto rosso alle mani. Mi sono sempre divertito di più ad essere una donna. Organizzate sempre, una volta alla settimana o al mese, una cena o un pranzo con tutti i miei cari amici e amiche che ho amato tanto. Fate sempre festa, sentitevi Dalida ogni tanto. Mettete ‘Ciao amore ciao’ quando avete finito la festa per me e ricordate tutti assieme i miei sorrisi più belli. Buttate il mio telefono e distruggetelo insieme ai due pc, nascondono i miei lati più brutti. Non indagate sui miei risvolti torbidi, non sono belli.

Certamente queste righe potrebbero essere rispettate solo nel caso in cui la morte non fosse stata procurata per i sensi di colpa dati dall’omicidio di un soggetto innocente.

Queste righe sono certamente raccapriccianti, inutili d’un canto ma piene di paura dall’altro, paura di essere ricordato come un mostro, quello che è stato durante quella notte di orrore.

La sentenza e la non giustizia

Seconda la Corte, il Prato stava perseguendo la sua ossessione di avere rapporti sessuali con soggetti che si qualificavano come etero, mentre il Foffo stava vivendo in modo fortemente conflittuale la sua omosessualità.

Foffo ottenne i 30 anni di pena per omicidio volontario non premeditato.

I genitori di Luca non sono d’accordo e non si spiegano ancora oggi come mai per omicidi anche di minore gravità, vengono concessi ergastoli mentre il caso del figlio credono sia stato sottovalutato.

Loro credono che vi sia stata preterintenzione, premeditazione, sevizie e crudeltà che non potranno esser paragonati ai 30 anni dati che sicuramente non verranno scontati tutti, per via delle leggi italiane che permettono di poter ricevere riduzioni di pene.

Purtroppo la legge italiana, spesso non permette di avere giustizia, ma chissà magari successivamente avremo degli aggiornamenti che faranno ricredere la famiglia delle parole dette sino ad oggi.

Ciò che è certo, è che Silvana e Giuseppe, non riavranno indietro il loro ragazzo, quindi l’unica possibilità è quello di difenderlo sempre e cercare di ottenere davvero giustizia per lui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *