Cronaca

La realtà delle carceri italiane

Il carcere o istituto penitenziario è una struttura dove i soggetti condannati ad una pena detentiva devono scontare reclusione, ergastolo ma anche misure pre-cautelari come l’arresto in flagranza di reato.

Ad oggi, possiamo riscontrare varie tipologie di carcere in Italia, come:

  • la casa mandamentale, che è una struttura aperta agli individui in attesa di giudizio per reati lievi o condannati a pene fino ad un anno;
  • la casa circondariale, dove sono detenute le persone in attesa di giudizio o condannati a pene fino ai cinque anni;
  • la casa di reclusione, che ospita i condannati con pena definitiva e non inferiore ai cinque anni;
  • il carcere speciale, che è una struttura specifica per i condannati per delitti di criminalità organizzata.

Le strutture di prigionia sono luoghi dove vi è uno sforzo costante, definito un “sito conflittuale” dove da una parte si cerca di raggiungere la pace e dall’altra si prova a resistere.

All’interno delle mura detentive vi sono varie figure professionali che cercano giornalmente di evitare e/o placare gli eventi critici e minacciosi dei detenuti.

La maggior parte delle volte cercano principalmente di mantenere un atteggiamento tollerabile attraverso il dialogo, la cooperazione e la negoziazione in modo da poter avere una giornata lavorativa più o meno normale e tranquilla. Negli altri Paesi gli agenti penitenziari vengono chiamati “chiavi in mano” come se il loro ruolo fosse solo quello di aprire e chiudere i cancelli detentivi e le celle, ma credo che sia errato definirli tali in quanto eserciterebbero anche una figura di sostegno per i detenuti.

Un altro punto da non mettere in secondo piano è l’uso della forza all’interno delle carceri perché è una caratteristica cruciale del lavoro di un ufficiale carcerario. Cercando di interpretare come si esercitala coercizione pratica, possiamo comprendere meglio i contesti traumatici e complessi che affliggono quotidianamente gli agenti che si trovano a dover affrontare nel miglior modo dei presunti responsabili di reati, abusi e crimini. Un esempio pratico recente ci riporta ad un fatto di cronaca avvenuto lo scorso 19 ottobre 2018 all’interno del carcere di Cuneo dove due agenti penitenziari sono stati aggrediti da un detenuto tunisino di 28 anni che voleva portare in cella delle foto, ottenute dal fratello durante un colloquio familiare autorizzato, senza il preventivo controllo obbligatorio. Il giovane di fronte alla negazione degli agenti, che stavano semplicemente seguendo la prassi, è andato in escandescenza ed ha aggredito verbalmente e fisicamente i due poliziotti, causandogli una prognosi di 10 giorni ciascuno.

Tale testimonianza vuole dimostrare che gli agenti penitenziari sono in pericolo tutti i giorni, infatti basta informarsi che riscontriamo una sfilza di articoli dove molti di essi vengono aggrediti giornalmente ma nascosto dalle istituzioni per non creare scalpore, in modo tale che non vengano riconosciuti molti dei problemi presenti in carcere.

Un altro problema presente in carcere è l’abuso di forza e di potere da parte degli agenti nei confronti dei detenuti più deboli o più richiedenti, che è spesso non reso pubblico.

La possibilità di attuare la coercizione è una pratica legale di forza da parte degli agenti ed è l’ultima risorsa che essi hanno per placare un evento critico, per obbligare l’obbedienza del detenuto.

Ad oggi, attraverso i dati ISTAT su “I detenuti nelle Carceri Italiane”, le carceri italiane sono 231 dove la capienza massima sarebbe di 47.709 ma effettivamente i detenuti sono circa 62.500 – dove la situazione sta migliorando considerando che da 150 detenuti per 100 posti nel 2010, nel 2014 siamo giunti a 110,4 posti su 100.

Il 54,2% dei casi presenta una condanna definitiva (minore di 5 anni). Il resto è in attesa di giudizio, ricorrenti in Cassazione, appellanti, ecc.; mente il 43,6% dei condannati è soggetto a “misure alternative”. Questa è una conseguenza del voler far permanere in carcere solo i soggetti effettivamente pericolosi per la società. Del totale però dei carcerati solo il 14,8% degli stranieri è soggetto a queste misure, proporzionalmente minore del numero reale. Da questo si potrebbe dedurre che è più difficile dimostrare di non essere un pericolo effettivo per la società quando non si è italiani.

Infine, ma non per ultimo, è giusto prestare attenzione alla realtà carceraria dal punto di vista stranieri in quanto nelle nostre carceri sono presenti molti soggetti di cultura e lingua straniera ma non vengono trattati allo stesso modo dei cittadini italiani, in quanto spesso gli agenti non sono capaci, per mancanza di conoscenze principalmente linguistiche, di poter comprendere ciò che i detenuti dicono o semplicemente chiedono.

In Italia c’è troppa poca attenzione ai carcerati stranieri. Non c’è differenza negli ambienti dei detenuti in termini di origine, razza ed etnia. Questo sicuramente è un altro caso importante da considerare che potrebbe essere risolto semplicemente con l’incremento di personale di cultura diversa che sappia parlare in varie lingue in modo da poter permettere la reclusione dei detenuti stranieri alla pari dei detenuti italiani.

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