Il cervello come fonte di prova: le neuroscienze forensi
“For the law, neurosciences changes nothing and everything”
(J. Green, J. Cohen, “Phil.Trans. Royal Society”, 2004, 359, n. 1451, p. 1775)
Negli ultimi anni ha preso sempre più piede nei tribunali un nuovo paradigma: il paradigma neuroscientifico. Quando si parla di neuroscienze in questo ambito, si fa riferimento all’utilizzo di particolari tecniche di neuroscienze nell’ambito peritale, in particolare:
- imputabilità
- pericolosità sociale
- capacità di stare in giudizio
- idoneità a testimoniare
Considerando l’importanza sempre più crescente delle neuroscienze, alla Bioethics Commission è stato incaricato il compito di stilare delle norme etiche alle quali le neuroscienze devono attenersi in tutte le sue forme applicative sia giuridiche che non. Una particolare sezione è dedicata al Neurodiritto, settore che analizza gli effetti delle scoperte nel campo delle neuroscienze sulle norme giuridiche e le categorie del diritto. Negli Stati Uniti la Neurolaw sta assumendo un ruolo fondamentale nei processi. Si pensi che solo nel 2012 sono state registrate oltre 250 sentenze in ambito penale all’interno delle quali è stato utilizzata una prova neuroscientifica.
Le neuroscienze forensi negli USA
Le neuroscienze hanno fatto il loro ingresso in tribunale, negli USA, nel 1981 con il “caso Hinckley” l’attentatore del presidente Ronald Reagan, il quale fu dichiarato non colpevole per infermità mentale grazie ad una TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) che rivelava l’atrofizzazione di una determinata parte del suo cervello.
Di grande importanza fu anche il caso di Stephen Mobley che nel 1994, in Georgia, assassinò un pizzaiolo durante una rapina. Il suo avvocato dimostrò che Mobley era geneticamente portato alla violenza. Tuttavia il giudice e la giuria lo ritennero colpevole e fu condannato a morte. Successivamente però alcuni dei giurati si pentirono e presentarono un’istanza perché la sentenza fosse commutata in una pena detentiva, ma fu respinta e Mobley fu giustiziato nel marzo 2005.
Ma è con il caso di Herbert Weinstein che si da inizio ad un’importante trasformazione del sistema processuale americano. Weinstein nel 1991 venne arrestato con l’accusa di aver ucciso la moglie. Il suo avvocato lo difese sostenendo la sua innocenza in quanto presentava una cisti a livello della membrana aracnoide (l’aracnoide è una delle tre membrane chiamate meningi. Insieme alla dura madre e alla pia madre avvolge il sistema nervoso centrale e il tratto iniziale dei nervi). Il signor Weinstein venne riconosciuto colpevole, ma condannato ad una pena ridotta. Tale vicenda, nonostante il giudice non abbiam preso in considerazione le evidenze neuroscientifiche, ha generato molto interesse da parte dell’opinione pubblica, poiché l’ipotesi che un criminale possa essere scagionato in ragione della propria struttura cerebrale, avrebbe portato alla potenziale deresponsabilizzazione di qualunque comportamento contrario alla legge. Ne seguì un acceso dibattito che trovò nuova e più forte linfa quando emerse un caso di “pedofilia acquisita”. Un quarantenne venne accusato di molestie su minori, i medici gli diagnosticarono un tumore cerebrale nella zona orbitofrontale destra. Con la rimozione della massa tumorale anche il disturbo venne eliminato. Tuttavia poco tempo dopo iniziò a lamentare una cefalea persistente, in concomitanza al ripresentarsi di comportamenti devianti. Venne nuovamente operato e come dopo il primo intervento, anche questa volta il disturbo scomparve. Questo risulta essere il primo caso di pedofilia legata alla manifestazione di una lesione celebrale (sindrome orbitofrontale). Successivamente a questo caso, uno psicologo forense (Daniel Martell) da vita ad una particolare attività denominata “Forensic Neuroscience”: le Neuroscienze Forensi si occupano dei dati neuroscientifici rilevanti ai fini della valutazione giudiziaria, ovvero dell’idoneità degli strumenti neuroscientifici a costituire valida prova all’interno del processo. Questa categoria disciplinare si colloca all’interno delle Neuroscienze giuridiche (discipline accomunate dall’applicazione della neuroscienza al diritto) le quali oltre alle Neuroscienze Forensi includono anche le Neuroscienze Criminologiche e le Neuroscienze Normative. Le prime si occupano dello studio del crimine e del criminale da un punto di vista neuroscientifico, con lo scopo di realizzare una sorta di mappa delle caratteristiche neurologiche del criminale. Le seconde, invece, si occupano di studiare il “senso di giustizia” e la cognizione morale da un punto di vista neuroscientifico (Neuroetica).
… e in Italia?
L’interesse delle neuroscienze forensi in ambito peritale in Italia (come nel resto d’Europa) ha avuto uno sviluppo più tardivo rispetto agli USA. Fondamentali sono stati due casi giudiziari: a Trieste nel 2009 e a Como nel 2011. Il caso di Trieste ebbe una risonanza mondiale tanto che la rivista “Nature” pubblicò un articolo con il titolo: Una sentenza più lieve per un assassino con “cattivi geni”. La genetica comportamentale riesce, per la prima volta in Europa, ad influenzare una sentenza.
Nel 2009 a Cirimido (Como) Stefania Albertani venne condannata a venti anni di reclusione per l’omicidio della sorella. Si tratta del primo riconoscimento in Italia, e fra i primi al mondo, della validità delle neuroscienze per l’accertamento dell’imputabilità. La decisione è stata supportata oltre che su accertamenti psichiatrici tradizionali, anche su analisi neuroscientifiche che hanno rivelato la morfologia del cervello e il patrimonio genetico dell’imputata riconoscendole un vizio parziale di mente (alterazioni in un’area del cervello deputata a regolare le azioni aggressive).
Un altro importante caso è stato quello delle Bestie di Satana, setta varesina che ha ispirato la realizzazione di un film intitolato “in nomine Satan”. La difesa intendeva sostenere la presenza di una struttura di personalità del tipo borderline in Eros Monterossi, disturbo che gli avrebbe impedito di distinguere tra realtà e immaginazione e di comprende la gravità delle sue azioni. La novità di questo caso è stato l’utilizzo della tecnica dei Potenziali Evocati Cognitivi, per dimostrare l’infermità dell’imputato. Il 15 maggio 2007 la Corte di Assise d’Appello di Milano condanna per gli omicidi. In questo caso, come in altri casi in cui la condanna dell’imputato non ha subito modifiche o riduzioni, rappresenta un chiaro esempio di come il ricorso alle tecniche neuroscientifiche in ambito forense non basta per influenzare positivamente l’organo giudicante.
Le neuroscienze come ‘nuova prova scientifica’
Mentre strumenti come le analisi del DNA, il rilevamento di impronte digitali, e le autopsie, fanno parte della categoria di prove scientifiche “tradizionali” con un altissimo grado di affidabilità, le Neuroscienze rientrano tra gli strumenti appartenenti alla “Nuova Prova Scientifica” all’interno della quale sono inclusi sia strumenti tecnico-scientifici “nuovi” che quelli “controversi”.
Le Neuroscienze in ambito peritale sono particolarmente utilizzare per identificare la menzogna e per individuare tracce di memoria.
Indice degli argomenti
Metodologie finalizzate ad identificare la menzogna (lie detection)
Cosa accade nel nostro cervello quando si risponde in modo veritiero o in modo falso? La risposta veritiera viene fuori automaticamente senza alcuno sforzo a livello cognitivo; è immediata, cosa che non accade quando un soggetto mente, dato che si attivano due processi mentali: il primo processo ha lo scopo di bloccare la risposta veritiera, mentre il secondo processo ha lo scopo di elaborare una risposta falsa, che deve essere tuttavia credibile. Grazie alle neuroscienze, in particolare alle neuroscienze cognitive, attraverso tecniche di neuroimaging è stato possibile evidenziare quali aree cerebrali si attivano nelle due situazioni precedentemente descritte. Tali processi coinvolgono prevalentemente il lobo frontale, area destinata ai comportamenti sociali e razionali. Di seguito verranno presentati le metodologie utilizzate per la lie detection.
Il poligrafo con “Control Question Test” e gli Infrarossi
Sono strumenti in grado di rilevare le attivazioni fisiologiche autonome (battito cardiaco, pressione sanguigna, respirazione, sudorazione) correlate ad alcune domande critiche. Il Control Question Test (CQT) consiste nell’applicare all’imputato quattro sensori: una attorno al petto e allo stomaco per misurare i cambiamenti nella profondità e nel ritmo della respirazione, un braccio per registrare l’attività cardiaca e alle dita, che rilevano i minimi cambiamenti della traspirazione. La CQT prevede che al soggetto interrogato vengano poste sia domande connesse al crimine indagato sia domande di controllo. Gli infrarossi, invece consistono in una termografia in grado di misurare le emissioni di infrarossi emesse dal volto. È risaputa ormai la scarsa affidabilità di questi strumenti e le possibili violazioni della libertà di autodeterminazione del soggetto dovuta al forte stress a cui è sottoposto.
La Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) e la Tomografia a Emissione di Positroni (PET)
Hanno lo scopo di “fotografare” l’attività cerebrale. A differenza del poligrafo, sono metodologie neuro-scientifiche tramite le quali si ricercano indici di una possibile menzogna direttamente nel cervello. Questi strumenti individuano le zone in cui c’è maggior flusso ematico, che corrispondono alle zone dove c’è maggior attività neurale. Come per il poligrafo anche in questo caso viene chiesto al soggetto di rispondere a domande, verificando se in corrispondenza delle domande critiche si è registrata una significativa attività nelle aree cerebrali adibite ad elaborare la menzogna. Tali tecniche risultano essere molto più affidabili del vecchio poligrafo e non si verifica una lesione della libertà morale del soggetto, in quanto la persona non viene posta in una situazione di forte stress. Non mancano, tuttavia. alcuni problemi di fondo: potrebbe accadere che le aree a cui si associa la menzogna si siano in realtà attivate per altre ragioni di diverso tipo come alterazioni morfologiche nel cervello o anche stati emotivi molto forti.
Metodologie finalizzate ad individuare tracce di memoria (memory detection)
Le tecniche neuroscientifiche vengono utilizzate anche per la memory detection, con lo scopo di rintracciare nel soggetto tracce di memoria riferibili al reato.
Il poligrafo con “Guilty Knowledge Test” (GKT)
Tale procedura di registrazione poligrafica è più affidabile del CQT sopra descritto, anche se sussiste sempre una scarsa affidabilità. Vengono mostrate alla persona alcune immagini (o rivolte alcune domande) attinenti al reato o meno. La caratteristica di questo strumento, sta nel fatto che la “conoscenza colpevole” (guilty knowledge) viene ricavata da indicatori fisiologici indiretti (la traccia di memoria affiora inconsapevolmente), così da essere meno vulnerabile a contromisure che ne falsifichino i risultati: un soggetto colpevole manifesta delle variazioni fisiologiche di fronte a domande o immagini attinenti al crimine.
I Potenziali Evocati Cognitivi (ERP)
Conosciuti negli Stati Uniti con il nome di Brain Fingerprinting, perché mira a trovare un’“impronta digitale cerebrale”, consiste in registrazioni elettrofisiologiche che rilevano variazioni nell’attività cerebrale mentre il soggetto compie alcune operazioni. Il sistema è molto simile a quello del GKT: se il cervello riconosce un particolare del reato, che tuttavia non è stato reso noto, si può ricollegare il soggetto al reato. Gli ERP risultano registrati attraverso elettrodi di superficie posizionati sulla testa e consiste in una variazione specifica del segnale bioelettrico conseguente alla stimolazione di una via sensoriale o di un evento motorio.
Autobiographical – Implicit Association Test (IAT)
È uno strumento di misura indiretto che, in base ai tempi di reazione nelle risposte, stabilisce l’associazione tra concetti. Consiste di un test computerizzato durante il quale si chiede al soggetto di classificare gli stimoli che appaiono sul monitor, avendo a disposizione due possibilità di scelta nel minor tempo. Al termine del test si mettono a confronto i tempi di reazione alle due tipologie di domande, se emergono incongruenze tra tempi di reazione che dovrebbero essere identici, allora la risposta del soggetto alla domanda critica viene ipotizzata falsa.
Correlati neuronali della coscienza
Le tecniche di neuroimaging sarebbero in grado anche di individuare le componenti neurobiologiche del comportamento decisionale e comportamentale di tipo automatico e involontario e di riscontrare una base neuronale del giudizio morale. Gli studiosi identificano nel lobo frontale i correlati neuronali della coscienza, determinanti per la pianificazione dell’atto o il controllo degli impulsi. L’area orbitofrontale, in particolare, risulta essere responsabile del controllo del comportamento sociale, la quale se lesionata durante l’infanzia o la prima adolescenza potrebbe causare la mancata acquisizione di alcuni concetti fondamentali per il vivere in comune.
Inoltre una struttura particolarmente coinvolta in queste situazioni, sembrerebbe essere l’amigdala (ghiandola del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura). Essa, infatti, viene considerata una sentinella, un computer emotivo del cervello rispondendo in modo diverso alle differenti situazioni cognitive, emotive e comportamentali.
Importanti informazioni arrivano anche dalle ricerche sui “neuroni specchio” (classe di neuroni che si attiva sia quando un individuo esegue un’azione sia quando lo stesso individuo osserva la medesima azione compiuta da un altro soggetto) che consentirebbero di anticipare e capire non solo gli atti motori e fattori razionali, ma anche le emozioni. Studi sui serial killer hanno riscontrato un mal funzionamento dei neuroni specchio e di conseguenza una mancanza di empatia nei confronti della vittima.
Conclusione
L’applicazione delle Neuroscienze al diritto ha rappresentato negli ultimi anni uno dei settori di studio di maggior interesse. Regna tuttavia il timore che si rischi di trovare una restrizione di fronte a tecniche così invasive della sfera intima del soggetto. Ciò che siamo è dovuto sia al nostro patrimonio genetico che alla qualità delle interazioni sociali. Non si deve correre il rischio di trasformare il paradigma delle neuroscienze in un “mito risolutore”, ma devono essere considerati fondamentali indicazioni, utili per il completamento dei una perizia.
Il nostro cervello non è quello di ieri. Non è possibile misurare costantemente il funzionamento cerebrale così che sia possibile ricollegare l’attività cerebrale registrata in un momento specifico ad un momento successivo.
Fonti
- Merzagora Betsos I., Colpevoli si nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, Raffaello Cortina Editore, 2012
- Brainfactor.it
- Neurodiritto.org
