Risvolti psicologici del caso Silvia Romano

… di ciò di cui non si può parlare si deve tacere…

Ludwig Wittgenstein in Tractatus logico-philosophicus


“Gli attacchi di questi giorni contro Silvia Romano rappresentano un pericolo grave per il suo benessere e la concreta possibilità di contribuire a un ulteriore trauma sul trauma”. Per questo motivo L’Ordine degli psicologi della Lombardia chiede silenzio sul caso di Silvia Romano.

Silvia, una giovane ragazza di 24 anni, era partita alla volta del Kenya. Come molti giovani, Silvia è una ragazza con un forte senso di solidarietà e voglia di mettersi in gioco per vivere un’esperienza che li arricchisca interiormente. Dopo aver preso una laurea in mediazione linguistica, nel luglio del 2018, è partita con l’ONG Orphan’s, rimanendo un mese in Africa. Poco dopo decide di ritornare con un progetto a sostegno dell’infanzia con l’ONG Milele. Il 20 novembre 2018 viene rapita nel villaggio di Chakama a 80 km da Malindi, in Kenya e successivamente viene ceduta ai Somali. Dopo 18 mesi di isolamento, l’11 Maggio è tornata finalmente nel suo Paese e ha potuto riabbracciare la sua famiglia.

Tuttavia non appena tornata in Italia, dalla sua prima comparsa, ha subito critiche e offese da parte di haters sui social, di concittadini e persino alcuni rappresentanti della politica, che hanno riserbato per questa giovane ragazza disapprovazioni, definendola una neo-terrorista di Al Shabaab, perché si è presentata a tutti avvolta nell’abito caratteristico delle donne musulmane somale, dichiarando a tutti la sua conversione. Per comprendere questa sua scelta religiosa è indispensabile prima di tutto entrare in empatia, provare a mettersi nei pani di questa giovane donna, che è stata rapita per 18 mesi. In psicologia è stato studiato un meccanismo psichico chiamato “Sindrome di Stoccolma”.

La Sindrome di Stoccolma

Con il termine “Sindrome di Stoccolma” si fa riferimento ad uno stato psicologico temporaneo in cui l’ostaggio, invece di provare odio e avversione nei confronti dei sequestratori, prova simpatia, attaccamento, empatia e a volte persino un sentimento d’amore. Molte sono gli studi effettuati in relazione a questa sindrome, alcuni autori ritengono che questo legame derivi dallo stato di dipendenza concreta che si sviluppa fra il rapito ed i suoi rapitori, dato che questi ultimi controllando elementi essenziali alla vita (cibo, aria, acqua e sopravvivenza), rinforzerebbero e giustificherebbero la gratitudine e la riconoscenza che i prigionieri manifestano nei confronti dei loro aguzzini.

Il termine Sindrome di Stoccolma è stato coniato dal criminologo svedese Nils Bejerot. Durante una rapina in Banca avvenuta a Stoccolma nel 1973, due rapinatori tennero in ostaggio per 6 giorni quattro impiegati. Durante il periodo di prigionia risultò che le vittime temevano più la polizia di quanto non temessero i rapitori, nonostante la loro vita fosse continuamente messa in pericolo. Inoltre una delle vittime sviluppò un forte legame sentimentale con uno dei rapitori, legame che proseguì anche dopo la rapina. Dopo il rilascio, venne chiesta dai sequestrati la clemenza per i sequestratori e durante il processo alcuni degli ostaggi testimoniarono in loro favore. Nei primi momenti dopo il sequestro il rapito sperimenta un totale stato di confusione. Una volta superato il trauma iniziale, la vittima torna consapevole della situazione che sta vivendo e deve trovare un modo per sopportarla, unitamente all’aumentare del tempo trascorso insieme tra vittima e rapitore ed all’isolamento dal resto del mondo, agevola l’alleanza col sequestratore. La mancanza di forti esperienze negative, quali percosse, violenza sessuale o abuso fisico, facilita la genesi della sindrome. Questa Sindrome può interessare ostaggi e rapitori di ogni età, senza distinzione di sesso, nazionalità e retaggi culturali. Alcuni fattori ne faciliterebbero l’insorgere:

  • la durata;
  • l’intensità dell’esperienza;
  • la dipendenza dell’ostaggio per la sua sopravvivenza;
  • la distanza psicologica dell’ostaggio dalle autorità.

La conversione religiosa di Silvia Romano

Nel caso di Silvia Romano non si hanno dati sufficienti al momento per valutare la Sindrome di Stoccolma. Per poter diagnosticare tale sintomatologia si devono verificare tutti i “sintomi”. Tuttavia da questo processo psicologico, chiamato anche “identificazione con l’aggressore”, è possibile “ipotizzare  la scelta” di Silvia, di convertirsi all’islam.

È molto probabile che la ragazza, implicitamente, per evitare l’innescarsi di qualsiasi intento violento nei suoi confronti, attraverso la lettura del Corano, abbia deciso, in quella situazione di costrizione, di convertirsi.

Un altro fattore che molto probabilmente potrebbe aver contributo alla sua conversione è l’isolamento sociale, una delle forme più terribili di violenza psicologica. Le reazioni psicologiche indotte dall’isolamento sociale sono:

  • aumento del livello di distress psicologico;
  • insorgenza di sentimenti di paura;
  • disorientamento;
  • rabbia;
  • svuotamento emotivo;
  • rassegnazione.

In alcuni casi si evidenzia anche lo sviluppo di veri e propri quadri psicopatologici, caratterizzati prevalentemente da sintomatologia ansiosa, depressiva e disturbi del sonno

È opportuno che valutazioni di ordine  psicosociologico debbano essere lasciate a chi per decenni ha studiato certi fenomeni, mentre le valutazioni politiche  e morali siccome sono alla portata di tutti, sarebbe opportuno in questi casi (e non solo), far valere esclusivamente l’intelligenza e il buon senso. È risaputo che psicologia e religione “non viaggino a braccetto”, eppure se la religione è servita da àncora di supporto a questa giovane ragazza e l’ha aiutata a mantenere un equilibrio mentale, ben venga la fede, qualsiasi essa sia!

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