Le bestie di Satana: ritualità e violenza

Breve anatomia di un fenomeno di follia di gruppo sfociato in satanismo


La sequenza di delitti commessi da un gruppo di adolescenti votati al demonio colpì duramente gli abitanti delle zone in cui si consumarono i reati e impressionarono l’opinione pubblica nei non più così vicini anni ‘90. Eppure quando ci si riferisce alle “Bestie di Satana”, prontamente saltano alla mente immagini di pentacoli disegnati col sangue, croci rovesciate e macabri rinvenimenti di cadaveri nei boschi del varesotto.

Il gruppo

La setta, che di satanista sfoggiava più che altro semplicemente una serie di simboli utilizzati per ricercare e rafforzare un’identità di gruppo trasgressiva, era costituita da ragazzi dediti all’utilizzo e allo spaccio di sostanze stupefacenti che si incontravano abitualmente presso il parco Sempione e la fiera di Sinigallia a Milano. A rinforzare ulteriormente l’appartenenza al gruppo: le “prove di coraggio” a cui gli adepti dovevano sottoporsi costantemente, spesso alterati dall’assunzione di droghe, che prevedevano anche violenze auto- ed eterodirette o ordini di disfarsi di qualche compagno scomodo. Il superamento di tali prove, poi suggellato da un patto di sangue, concedeva l’ingresso al gruppo da cui ci si sarebbe potuti congedare solo con la morte.

Gli omicidi

Nicola Sapone, Paolo Leoni, Mario Maccione: questi i nomi dei membri principali del folle gruppo. Nel 2004 commissionano ad un altro seguace, Andrea Volpe, l’omicidio della sua ex-fidanzata Mariangela Pezzotta perché disporrebbe di troppe informazioni rispetto alla sparizione di Fabio Tollis e Chiara Marino, affiliati di cui si erano perse le tracce nel gennaio del 1998. Volpe non ha scelta: in compagnia della sua attuale fidanzata, Elisabetta Ballarin, invita con una scusa la Pezzotta a casa propria, presso Golasecca, dove i tre si stordiscono con cocaina ed eroina; dopo un’accesa discussione, le spara due colpi al volto ma non riesce ad ucciderla. La finirà Sapone, chiamato in aiuto, a colpi di badile; ordinerà poi ai due di eliminare le tracce, seppellire il cadavere nel giardino e liberarsi della sua automobile. Una volta seppellita (si saprà da Volpe che la ragazza è stata sepolta viva), la Ballarin, sempre più annebbiata, si incastra con la macchina della vittima su un muretto e non riesce a farla scivolare nel fiume. Volpe la raggiunge ed è infuriato con lei: i due sono in evidente stato alterato e, quando una pattuglia di Carabinieri li sorprende lì vicino, vengono scortati all’ospedale. E’ qui che la Ballarin, farfugliando frasi sconnesse, dirà qualcosa rispetto alla morte di una certa Mariangela: ciò insospettirà i militari che daranno inizio alle indagini e risaliranno, oltre alla macchina, anche al cadavere della donna.

Il Volpe confesserà di essere stato minacciato di morte da Sapone se non avesse portato a termine il lavoro e, dopo diversi interrogatori, di aver ucciso, insieme al gruppo, i ragazzi scomparsi nel 1998 solo perché i due, spaventati dalla deriva violenta e intimidatoria che avevano preso gli incontri, avevano palesato l’idea di volersi staccare dal gruppo. E’ così che il branco, dopo aver già tentato, senza successo, di ucciderli, li attira in una trappola, di notte, presso i boschi di Mezzana Superiore, dove è già stata preparata per loro una fossa profonda, scavata da Sapone, Volpe, Pietro Guerrieri e Andrea Bontade (che non si presentò, come concordato, per fare da palo e per questo tradimento verrà indotto dal gruppo al suicidio). Il branco, questa volta, riesce nel suo intento: con la collaborazione di tutti i presenti, Chiara e Fabio vengono uccisi a pugnalate e con una mazzetta da muratore e poi gettati nella fossa. I responsabili vengono condannati a pene che vanno dai 16 anni all’ergastolo.

Analisi psicologica del fenomeno

Ci troviamo di fronte ad una perversa dinamica gruppale che rinforza il proprio potere identificandosi idealmente con il male, che oltrepassa i limiti consentiti, che adotta agiti violenti e impensabili grazie al consistente abuso di alcool e sostanze psicotrope che anestetizzano, che  escludono le violenze dalla sfera emotiva. La ritualità, i riti di iniziazione, il carattere chiuso del gruppo rafforzano inoltre un’identità di gruppo, sostengono in ciascuno l’idea di far parte di qualcosa di speciale e, alla lunga, irrinunciabile.

Se volgiamo uno sguardo ai membri che fanno parte della setta, troviamo sì ruoli differenti ma agiti in ciascun caso da personalità estremamente deboli che trovano nel gruppo un’identità, un’appartenenza, al di là del bene e del male: nei leader, l’unico modo per fare proselitismo, ottenere consensi e creare dei legami indissolubili con gli altri membri è quello dell’utilizzo della minaccia, spesso di morte; si tratta di persone turbate, dai marcati tratti sadici che vengono disinibiti dall’abuso di sostanze eccitanti; nei gregari, una debolezza di fondo associata ad una personalità dipendente, non consente una visione che vada “al di là del gruppo”: la capacità di immaginarsi senza di esso e l’idea di denunciare le violenze sono qualcosa che spaventa, anche più della morte; Andrea si suicida perché, vessato, non riesce a trovare una via d’uscita. Un gesto estremo che evidenzia altri elementi: la totale assenza di un adeguato supporto sociale e l’isolamento nella sofferenza che possiamo ipotizzare accomuni nuovamente deboli e forti, vittime e carnefici.

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Valentina Zandonà

Psicologa iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia con N°17430. Ha maturato esperienza nell’ambito della diagnosi di demenze, nella valutazione e riabilitazione neuropsicologica di pazienti con grave cerebrolesione acquisita e ad oggi lavora in ambito clinico con pazienti psichiatrici in età adulta, con doppia diagnosi e autori di reato.

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