Cronaca

Crimini in rete: il cyber-bullismo

Andrea (nome di fantasia) è un ragazzo di 14 anni che vive a Terracina, come i propri coetanei frequenta la scuola e da qualche tempo appare, agli occhi dei genitori, sofferente. È sufficiente un’indagine più approfondita, condotta in collaborazione con i referenti scolastici contro il bullismo e il cyber-bullismo, per individuare le cause di tale malessere: Andrea è vittima di gravi condotte assimilabili a quelle del bullismo, agite, però, utilizzando come tramite la rete di internet; il suo carnefice è una coetanea, sua compagna di scuola (che noi chiameremo Sara). Sara ha aperto un falso profilo su un noto social network utilizzando il nome e i dati personali di Andrea, in modo da riuscire a fingere di essere il ragazzo, e utilizzando la rete di amici del social network come pubblico, ha ridicolizzato il giovane pubblicando a suo nome contenuti particolarmente espliciti di carattere sessuale; avendo ottenuto la disapprovazione degli utenti che leggevano tali contenuti, ha effettuato quindi degli “screenshot” di tali reazioni, che vengono diffusi con la chiara intenzione di influenzare negativamente la reputazione di Andrea. Grazie all’intervento di rete che ha visto coinvolti il commissariato di Terracina, la Divisione Anticrimine della Questura di Latina e la scuola, si è riusciti ad eliminare dalla rete di internet il materiale in questione e a disattivare il profilo falso. Sara ha ricevuto un ammonimento dal Questore di Latina, provvedimento che le intima di astenersi da simili comportamenti nel futuro.

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Tale esperienza, seppure drammatica, ha visto un lieto fine: il riconoscimento della sofferenza, la ricerca delle cause e l’adozione di un provvedimento. Purtroppo sono ancora diversi i casi di cronaca, anche nera, conseguenti a situazioni di bullismo, casi in cui un certo limite è stato oltrepassato e in cui la vittima, oltre che alle sofferenze conseguenti alle violenze inflitte da altri, viene sottoposta anche alla vergogna inaccettabile da queste derivanti, sentimento che spesso conduce a tentativi, anche riusciti, di suicidio.

Descrizione del fenomeno: Bullismo e Cyber-bullismo

Volendo rintracciare una chiara definizione di bullismo si potrebbe utilizzare quanto affermato da Olweus (1993), esso è infatti:

Un atto o un comportamento aggressivo e intenzionale, messo in atto da un gruppo o da un singolo individuo più volte e per molto tempo contro una vittima che non può facilmente difendere se stessa.

Il cyberbullismo deriva direttamente da questa definizione, nella quale però il comportamento aggressivo assume la caratteristica dell’essere posto in essere con l’utilizzo di piattaforme elettroniche. Una definizione valida viene fornita da Smith et al. (2008):

Un atto o un comportamento aggressivo e intenzionale, messo in atto da un gruppo o da un singolo individuo, attraverso l’uso di mezzi di contatto elettronici, più volte e per molto tempo contro una vittima che non può facilmente difendere se stessa.

Secondo l’ordinamento italiano (legge 23 dicembre 1993 n. 547, “Modificazioni e integrazioni alle norme del Codice Penale e del Codice di Procedura Penale in tema di criminalità informatica”), il cyberbullismoconsiste nella messa in atto, attraverso gli strumenti della rete, di abusi ripetuti, sistematici ed offensivi, quali possono essere ingiuria, diffamazione, minaccia e trattamento illecito dei dati personali”; tale norma, integrata con la legge n.71 del 29 maggio 2017 “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyber-bullismo” ha integrato tale definizione individuando una maggiore specificità nel reato tipico del cyber-bullo, prima riconosciuto esclusivamente come molestia.

Ne consegue che la differenza sostanziale tra le manifestazione del bullismo “tradizionale” e quella del cyber-bullismo riguarda il senso di sicurezza e di paura che vengono innescati nelle vittime (Sourander et al., 2010): il bullismo classico si manifesta principalmente in ambito scolastico, ha una forte valenza fisica e la vittima, una volta a casa, può – almeno temporaneamente – sentirsi al sicuro; la vittima del cyber-bullismo, invece rimane, data la virtualità di internet, costantemente raggiungibile e vulnerabile ad aggressioni rivoltele, spesso senza essere a conoscenza dell’identità dell’aggressore, nascosto dietro ad un falso profilo o ad un nickname.

In alcuni casi le due forme di bullismo coesistono e hanno un effetto ben più drammatico sullo stato d’animo della vittima: tali soggetti, in quanto “doppiamente vittime” (definiti da Shariff e Churchill, 2010, delle Global Victims) rientrano nella categoria più a rischio rispetto allo sviluppo di disturbi psicologici, depressione e condotte suicidarie.

Incidenza del Cyber-bullismo

Uno studio effettuato a livello europeo (Livingstone e colleghi, 2011) individua nel 20% la percentuale di ragazzi europei attivi on-line che hanno rivelato di aver subito una qualche forma di molestia attraverso la rete.

Un’analisi approfondita del fenomeno, che ci riguarda ancora più da vicino e che riporta risultati ben più preoccupanti, è stata effettuata dall’Istat nel 2014. Secondo quanto emerso, in Italia ben il 50% degli adolescenti nella fascia di età 11-17 anni ha subito forme di bullismo e cyber-bullismo nell’arco dei 12 mesi precedenti. Il cyber-bullismo si mostra meno frequente del bullismo classico, sebbene, come abbiamo visto, le due forme possano coesistere. Viene rilevato anche come le ragazze siano maggiormente soggette a vessazioni (7%) rispetto ai ragazzi (4,6%). In merito ai bulli, l’82% degli intervistati riporta di non aver mai preso di mira qualcuno on-line, contro il 18% che confessa di averlo fatto con differenti finalità (per scherzo, per “libertà di espressione”, sfruttando l’anonimato della rete o per ottenere riconoscimento sociale). Accanto a tali numeri è da considerarsi preoccupante il fatto che, secondo un’indagine di McAfee (2012), ben il 70% dei ragazzi nasconda i propri movimenti online ai genitori, che sono portati a sottostimare i rischi di un utilizzo scorretto della rete da parte dei figli. Questo avviene, come nel caso di cronaca che abbiamo riportato, a causa di una carenza di monitoraggio nell’utilizzo degli strumenti di rete, fenomeno molto grave se ci riferiamo a reati commessi da minorenni verso i coetanei, in una fase della vita molto delicata e che individua come necessaria una campagna di sensibilizzazione più efficace rivolta ai genitori.

Un’interessante indagine sul cyber-bullismo, che analizza il fenomeno a 360 gradi e da cui abbiamo estrapolato concetti sostanziali per la stesura di questo testo, è quella condotta dall’Università di Roma la Sapienza in collaborazione con l’associazione MOIGE (“proteggiamo i nostri figli”) nel 2016, realizzata somministrando un questionario ad un campione di ragazzi e ragazze italiani tra i 14 e i 19 anni. I risultati emersi sono molteplici e articolati; ciò che ci colpisce maggiormente e che ci conduce a riflettere è che, nella valutazione di un racconto fittizio riguardante il bullismo sottoposto ai partecipanti, quando interrogati sulla gravità della storia un buon 16% non ne riconosceva la gravità, che veniva quindi sottostimata. Ben il 60%, in gradi differenti, riconosceva la possibilità che si potesse verificare nel proprio ambiente, nonostante il 50% ritenesse che fosse poco, pochissimo o per nulla probabile che fatti simili accadessero a dei conoscenti. Quando intervistati rispetto all’autore delle violenze, curiosamente, quasi il 20% riteneva che le molestie elettroniche fossero giustificate e più del 20% non riteneva tale condotta perseguibile a norma di legge. I risultati mostrano anche una scarsa partecipazione empatica con la vittima: il 35% circa riteneva che al posto della vittima non avrebbe sofferto; inoltre veniva individuato come supporto principale il gruppo dei pari, mentre in misura veramente ridotta si tenderebbe a condividere vicende spiacevoli con i genitori e gli insegnanti.

Riassumendo quanto emerso da tale ricerca, il cyber-bullismo sembra essere per le persone coinvolte qualcosa che non le riguarda, che non potrebbe mai capitare ad un amico, che non costituisce una grave condotta punibile e non provoca una reale sofferenza nella vittima. Ci ritroviamo di fronte ad una preoccupante forma di negazione sociale del fenomeno, sia da parte dei ragazzi, sia – purtroppo – da parte delle scuole, se ci basiamo sulla costanza con la quale vicende di cronaca che riguardano un ragazzo bullizzato giungono alla nostra attenzione. Abbiamo certo ancora molta strada da fare rispetto alla sensibilizzazione su questo fenomeno, cerchiamo ora di fare maggiore chiarezza rispetto alle diverse figure inquadrabili in una vicenda come quella riportata in apertura, alle modalità di manifestazione del cyberbullismo e ai meccanismi psicologici sottesi.

 Le figure coinvolte

  • La vittima: la vittima sovente manifesta sintomi psicosomatici quali mal di testa, mal di stomaco e disturbi del sonno come insonnia o incubi notturni. Spesso la situazione di disagio viene nascosta, il ragazzo fatica a condividere le proprie preoccupazioni con gli adulti e così sviluppa un senso di solitudine, frustrazione e sconforto; si generano quindi stati depressivi che coinvolgono anche un abbassamento significativo dell’autostima, problemi emotivi, di socializzazione, difficoltà nel rendimento scolastico. Non raramente la vittima accetta tale condizione individuandone in sé le cause oppure viene contemplato il suicidio, tanto la situazione critica appare irrisolvibile. (Sourander et al., 2010, Völlink et al., 2013).
  • Il bullo-vittima: per quanto l’aggressore possa mostrarsi potente e incontrastabile, può capitare che, contemporaneamente, egli assuma un ruolo attivo e uno passivo nello scenario del cyber-bullismo. Il bullo infatti, spesso, è stato sia soggetto di cyber-victimization sia cyber-bullo, magari successivamente alle vessazioni ricevute, come risposta patologica. Clinicamente, nel bullo-vittima è osservabile una consistente difficoltà nella regolazione delle emozioni e degli impulsi da esse derivanti (Goldsmith et al., 1999; Ball et al., 2008). Riscontriamo nel bullo, curiosamente, caratteristiche psicologiche molto simili a quelle delle vittime: frustrazione, solitudine, stati depressivi, stress, bassa autostima e difficoltà relazionali (Campfield, 2006; Patchin e Hinduja, 2006; Ouelette-Morin et al., 2011).
  • I bystanders: i cosiddetti “spettatori” che mai intervengono in difesa della vittima, di cui condividono e commentano le molestie, aggravando in modo drastico la situazione. È stato dimostrato da una una ricerca condotta da Pabian e colleghi (2016) che l’esposizione frequente, come spettatore, ad atti di cyber-bullismo diminuisce i livelli di responsività empatica.

Forme di cyber-bullismo

Ecco una breve presentazione delle modalità attraverso le quali si manifesta il cyber-bullismo:

  • Il flaming: un attacco che si individua con messaggi diretti alla persona, viene mantenuto un atteggiamento ostile e aggressivo, realizzabile in diversi contesti come forum e chatroom.
  • Le molestie: altra tipologia di azioni ostili che si focalizzano su caratteristiche personali della vittima (es. genere, razza, età, orientamento sessuale).
  • La denigrazione e la diffamazione, che possono manifestarsi in modo molto variabile, come con messaggi alla vittima o creazione di pagine web per condividere contenuti spiacevoli rivolti alla stessa, anche creando false notizie che possono vedere la vittima sottoposta a minacce o atti di vandalismo.
  • L’esclusione sociale, realizzata mediante l’esclusione della persona dalle discussioni, dai messaggi di gruppo, etc.
  • L’outing e l’inganno, ossia la condivisione di informazioni confidenziali ottenute dalla vittima con l’inganno, anche di carattere sessuale, nel caso vengano diffuse immagini ottenute mediante il sexting, che altro non è che la “produzione e distribuzione di immagini o messaggi sessualmente espliciti e/o allusive tra minori attraverso qualunque strumento di comunicazione tecnologica” (Roberts, 2005; Walker et al., 2013; Lenhart, 2009; NCPTUP, 2008; Cox Comunication, 2009; Mitchell, 2012), attività non condannabile ma che porta con sé rischi concreti di diffusione di materiale privato.
  • La sostituzione e la creazione di identità, come nel caso affrontato in questo articolo, ossia la creazione e l’utilizzo di profili falsi per fingersi la vittima e procurarle un danno.

Inquadramento teorico

Una prospettiva che rende giustizia al complesso sistema che ruota attorno al singolo fenomeno di cyber-bullismo è quella ecologica di Bronfenbrenner (1979) che rileva l’importanza di focalizzarsi non solo sugli individui direttamente coinvolti, che costituiscono il nucleo del modello, ma di porre attenzione ai contesti concentrici che si sviluppano a partire dallo stesso (classe, scuola, comunità). È necessario coinvolgere i familiari, la scuola, la società nell’addestramento al riconoscimento di malesseri riconducibili al cyber-bullismo e alla costruzione di una rete di supporto a favore delle vittime. Sappiamo che non tutti i casi di bullismo purtroppo hanno come risoluzione l’intervento del sistema deputato a sconfiggerlo, come nella vicenda riportata all’inizio del testo.

La teoria dell’attribuzione di Weiner si focalizza invece, più nello specifico, sul sistema di credenze degli individui coinvolti, individuando le implicazioni che, nella vittima o nel bullo, possono avere un sistema di credenze orientato maggiormente al locus of control interno (quindi la causa degli eventi attribuita alla persona stessa che crede di meritare le aggressioni per determinate caratteristiche personali) o al locus esterno (dovuto alla situazione circostante e incontrollabile).

Utile per la spiegazione del fenomeno è la teoria del disimpegno morale proposta da Bandura e colleghi (1996), sulla base della quale le persone agirebbero in modo tale da soddisfare la propria autostima, comportandosi in modo congruo con i valori, gli standard morali e le credenze che hanno sviluppato, per mantenere positiva la valutazione di sé. Nel caso si palesasse una valutazione negativa però, tramite il meccanismo del disimpegno morale è possibile per l’individuo allontanarsi da tali standard morali: mediante l’utilizzo incrementale di meccanismi cognitivi particolari sarà sempre più semplice ridurre l’autocensura che conduce a non comportarsi in un certo modo e ciò riguarda sia il bullo sia i sopra citati bystanders. Questi meccanismi sono infatti tutti riscontrabili nel fenomeno del bullismo e sono, brevemente: la giustificazione morale sulla base di principi elevati, come la lealtà verso un’altra persona; il confronto vantaggioso, mettendo la propria condotta a confronto con altre più gravi; l’etichettamento eufemistico, che ridimensiona le conseguenze distogliendo l’attenzione dal vero significato del comportamento messo in atto; la minimizzazione del ruolo, che minimizza la propria responsabilità, soprattutto in un contesto gruppale; la distorsione delle conseguenze; l’incolpare la vittima, ponendo l’attenzione su azioni innocue messe in atto dalla stessa che hanno causato la condotta in questione; la deumanizzazione, che spoglia la vittima di emozioni e sentimenti.

Conclusioni

L’esigenza di comunicare, di essere sempre e ovunque raggiungibili, di sfruttare la modalità on-line per gestire, in qualche modo, la timidezza nelle relazioni ha certo notevolmente portato allo sviluppo degli strumenti disponibili in rete, dalle applicazioni di messaggistica ai social network, ai forum, alle chat-room e alla posta elettronica, nei quali è possibile condividere contenuti di varia natura. Purtroppo, accanto al vantaggio costituito dal favorire e velocizzare la comunicazione, abbiamo visto che, senza opportuni controlli tempestivi, si palesa un reale rischio per il benessere dell’individuo sia per la diffusione di materiale senza controllo, sia per le conseguenze che ciò potrebbe comportare. Il cyber-bullismo, accanto al bullismo tradizionale, è ormai fenomeno noto e portato all’attenzione da diversi autori in tutto il mondo, così come è nota la sofferenza che accomuna tutti gli attori coinvolti. Da queste riflessioni si evince quanto si mantengano importanti le varie campagne di sensibilizzazione rispetto a questo tema e il coinvolgimento degli adulti che, spesso, mostrano delle mancanze in merito al monitoraggio dei figli o dei propri studenti e nel riconoscimento di situazioni di disagio; coinvolgere i ragazzi è certamente allo stesso modo fondamentale per rendere verbalizzabili, condivisibili argomenti difficili che spesso vengono trattati come tabù, per consentire un efficace intervento di rete.

{In cover, immagine tratta da termometropolitico.it}

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Valentina Zandonà

Psicologa iscritta all’Albo degli Psicologi della Lombardia con N°17430. Ha maturato esperienza nell’ambito della diagnosi di demenze, nella valutazione e riabilitazione neuropsicologica di pazienti con grave cerebrolesione acquisita e ad oggi lavora in ambito clinico con pazienti psichiatrici in età adulta, con doppia diagnosi e autori di reato.

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